I vincitori e i menzionati della seconda edizione del Premio Pettoruto.

A cura di Maria Pina Aragona

Con una cerimonia di premiazione intensa ed emozionante, il primo giugno si è conclusa la Seconda Edizione del Concorso Letterario Internazionale “Premio Pettoruto”. Si riportano per esteso le lettere dei vincitori e dei menzionati a cui va il più vivo apprezzamento.

Categoria adulti.

Al primo posto con un totale di voti 53 su 60, si è posizionata la lettera con protocollo n.18/A, avente titolo: “Si accendono fuochi, ma si spengono vite”  dell’autrice Iolanda Della Monica di Cava de’ Tirreni (SA).

“SI ACCENDONO FUOCHI, MA SI SPENGONO VITE”

Alla coscienza delle Istituzioni

Mi chiamo Caterina, sono una delle tante mamme, distrutte dal dolore, del gruppo“Mamme Coraggio di Acerra”.
Ieri c’è stato il funerale di mio figlio Salvatore, un tumore ai polmoni me l’ha portato via, dopo nemmeno un anno di vita.
Quando l’ho sentito tossire in quel modo per la prima volta, ho capito subito che qualcosa non andava.
Una mamma certe cose le capisce, anche se non le accetta.
Giada, la mia prima figlia, ha tredici anni ed è malata anche lei. Tumore al cervello. I suoi bei riccioli rossi sono caduti qualche mese fa, quando abbiamo iniziato le chemio. Sì, abbiamo. Perché quando si ammala un figlio, ci ammaliamo anche noi genitori, e se loro muoiono, noi ci lasciamo morire con loro.
Sono rimasti solo gli occhi azzurri di Giada, nonostante tutto, pieni di speranza per un futuro migliore.
Ma chi ce la dà questa speranza?
Ci promettete tanto in tanti, eppure qui stiamo morendo.
La chiamano Terra dei Fuochi, che nome strano. Io da piccola pensavo ai fuochi come qualcosa di bello, qualcosa di luminoso e colorato che, se ti affacci al balcone in una sera d’estate, puoi ammirare fino ad incantarti.
Ma questi fuochi non sono così. Questi fanno male, ciò che brucia non è la miccia di una batteria di spari che colorerà il cielo, ma brucia il nostro futuro, quello che i nostri figli neanche vedranno. Bruciano rifiuti tossici che ci stanno succhiando via sogni, speranze e sangue, sostituendo tutto con il loro veleno, un veleno che entra dentro fino a soffocarci, a riempire di male il nostro corpo.
Cosa fareste voi, se fossero i vostri figli o i vostri nipoti ad essere malati?
Qui non passa giorno in cui non muoia qualcuno.
Si accendono fuochi, ma si spengono vite.
Io penso che l’ingiustizia più grande che esista al mondo sia proprio la morte dei bambini, innocenti, puri, con l’anima bianca, eppure qui da noi, diventa nera anche quella a furia di respirare aria contaminata.
Non sappiamo cosa respiriamo, non sappiamo cosa mangiamo, tutto è nero, contaminato, malato intorno a noi.
Nero come la macchia che sta imputridendo la vostra anima, l’anima di chi ha contribuito a realizzare questo scempio.
Ciò che fa più rabbia è che noi stiamo pagando con la vita errori che non sono i nostri!
Se ripenso ai giorni di Pasqua, da poco trascorsi, mi viene da pensare a Giuda che ha venduto la vita del Figlio di Dio per trenta denari. Però con quella vita che Gesù ha donato sulla croce, noi siamo stati salvati. Voi invece per denaro avete messo in gioco tutte le nostre vite, che non salveranno quella di nessun altro, ma che come gli anelli di una catena, uno dopo l’altro, trascineranno via tutti.
Una catena di morte certa, senza alcuna ancora di salvezza.
Avete arricchito le vostre corrotte coscienze, uccidendo anime innocenti. I nostri bambini non riposeranno mai in pace, perché per loro non c’è giustizia!
Io non vi chiedo più nulla, dovrebbe essere la vostra stessa coscienza a bussare insistentemente e ripetutamente al vostro cuore di pietra, per ripulirsi e decalcificarsi, vi dico solo questo: non accada più che in nome del profitto di pochi, si sacrifichi una popolazione!

Cia putimm fa’! (Ce la possiamo fare)

Caterina

Al secondo posto con un totale di voti 49 su 60, si è classificata la lettera con n. prot. 61/A, avente titolo “Posso guardarvi negli occhi”, dell’autore Emilio Limone di Fiuggi (FR).

POSSO GUARDARVI NEGLI OCCHI

Vorrei che questa mia lettera, così come tante altre che vi scriverò, trovi il suo posto futuro anche nel più piccolo, remoto e polveroso dei cassetti, purché resti con voi. Così che quando sarete grandi, guardando l’alba che in pochi attimi illuminerà il vostro spicchio di mondo, possiate ricordare che ogni giorno la vita vi darà la possibilità di tracciarne il percorso con le vostre scelte. E’ una grande responsabilità, sappiatelo fin d’ora, perché nella società ognuno deve sentire il peso di un ruolo, a prescindere da titoli ed incarichi, ed il bene comune nasce anche con il piccolo gesto di un singolo che, in simbiosi con altri ed altri ancora, forgia il volto onesto della collettività. Lungi da me imporvi ideali o azioni, siano la vostra intelligenza e la vostra sensibilità a guidarvi nel cammino dell’esistenza, ma lasciatemi almeno che vi suggerisca un caposaldo: l’incondizionato rispetto della legalità. Non vi sembri un concetto astratto, figlio di torrenti di parole che, confluendo nel caotico mare burocratico, disperde il proprio significato infrangendosi sullo scoglio di un applauso di circostanza. La legalità dovete immaginarla come qualcosa di concreto, tangibile, come le braccia calde di un genitore che vi stringe a sé e, accarezzandovi il capo, vi sussurra: “Non abbiate paura delle vostre idee, ci sono io a proteggervi, seguire i vostri passi, tenervi stretti se serve, lasciarvi andare quando è il momento, ricordarvi che rispettare il prossimo aiuta innanzitutto se stessi”. Arriverà il giorno in cui scoprirete che sopravvivere alla quotidianità richiede coraggio e forza d’animo: il mondo qui fuori è un metaforico immenso ring, in cui ognuno cerca di sopraffare l’altro pur di raggiungere i propri obiettivi. Vi accorgerete che il detto secondo il quale “il fine giustifica i mezzi” è l’alibi diffuso di chi, agendo per il proprio tornaconto, non guarda in faccia a nessuno, anche al costo di negare un futuro dignitoso a chi gli sta di fronte. Nel vostro percorso vi troverete certamente davanti ad un bivio che vi proporrà strade diverse, conducendo però alla stessa meta: il primo sentiero sarà senza alcun dubbio il più semplice e meno tortuoso, sarà ricco di scorciatoie e condurrà al denaro facile, ad una vita agiata per voi ed i vostri cari, a privilegi che non conosceranno il sudore della fatica, al solo costo di scavalcare il muro delle regole e, siatene consci, arrecare a tanti altri un danno difficilmente sanabile, negando alla gente perbene il diritto ad un’esistenza degna dei nostri tempi; la seconda strada richiederà sacrificio, allenamento, ripide salite e pericolosi dossi, molte cadute e la forza di volontà di rialzarsi, vi presenterà persone che giocando sporco ostacoleranno il vostro percorso, vi imporrà di rispettare rigorosamente le leggi a tutela dell’intera società, ed alla fine probabilmente neanche raggiungerete la tranquillità e la stabilità economica tanto agognate, barcamenandovi giorno dopo giorno per garantire un futuro ai vostri figli, ma con la consapevolezza che nessuna delle vostre azioni avrà mai precluso al prossimo almeno la stessa speranza di vita trasparente. Chiudete gli occhi ed immaginate che questo bivio sia adesso davanti a voi: quale direzione scegliereste? Io non ho alcun dubbio in merito. La seconda è la strada che fa per me e, fidatevi, anche per voi. Anche se ciò significa preferire una vita di sacrifici ad un’alternativa molto più comoda. Al giorno d’oggi, c’è la sensazione che essere furbi equivalga ad avere una marcia in più; di contro, l’onestà appare quasi il simbolo della più stolta debolezza: cari miei, meglio apparire fessi ma rispettare incondizionatamente la legge ed il prossimo, anziché sentirsi forti e scaltri grazie all’arma del sopruso, sia materiale sia meramente morale, in danno di un singolo o della collettività. Prima o poi ogni nodo viene al pettine e voi potrete camminare orgogliosi, a testa alta, fieri della vostra scelta, semmai con un portafogli modesto ma con il privilegio di poter dormire sereni, con la coscienza pulita, a differenza di chi prima o poi troverà davanti a sé l’inesorabile verdetto della Giustizia. Leggete questa frase, poi riascoltatela nella vostra mente e capitene l’incommensurabile significato: “Certe cose non si fanno per coraggio, si fanno solo per guardare più serenamente negli occhi i propri figli ed i figli dei nostri figli”. Certamente vi imbatterete in questa citazione in tante occasioni, sui social network, sui giornali, in qualche programma tv, sugli striscioni di chi lotta per un mondo migliore, in una pubblicazione. Sono le parole di un uomo di Stato, il Generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, integerrima figura con gli alamari cuciti sulla pelle, un militare dalla proverbiale fedeltà anche dopo il congedo e la nomina a Prefetto di Palermo, poco prima del vile attentato mafioso che pose fine alla sua esistenza terrena ma non all’eco dei suoi ideali. Quella frase è stata donata al pubblico, in un noto libro, dal secondogenito Nando. Sappiate, figli miei, che ogni qualvolta torno a casa dopo una lunga giornata di lavoro, vestendo con orgoglio quei gloriosi alamari che una volta conquistati non si abbandonano più, attendo con ansia la vostra corsa sorridente verso di me e, mentre si avvicina il vostro abbraccio, interrogo la mia coscienza, chiedendole se anche questa volta potrò guardarvi negli occhi, se merito appieno i vostri sguardi innocenti e sinceri. Finora, ho sempre ricevuto risposte affermative. Vi prometto, anzi vi giuro, che ogni mio giorno sarà improntato sul fedele rispetto degli obblighi derivanti dal mio status e, prima ancora, dal dovere morale di esservi d’esempio. Voi promettetemi, anzi giuratemi, che a prescindere dal percorso di vita che riterrete più consono ai vostri sogni, sarà l’onestà a dettare ogni vostra azione. Cosicché in futuro possiate anche voi, come accade a me quotidianamente, riuscire a guardare negli occhi, senza abbassare lo sguardo, i vostri figli. Buona vita, figli miei. Vi amo. Papà.

 

Al terzo posto con un totale di voti 48 su 60, si è posizionata la lettera con n. prot. 44/A, avente titolo “Non legale per amore!” dell’autore Luigi Castellucci di San Sosti (CS).

NON LEGALE PER AMORE

Caro Salvathore,
sono passati solo due mesi da quando hai lasciato il mio villaggio. Ti ringrazio ancora per i tanti insegnamenti ed aiuti che hai dato alla mia comunità africana; purtroppo qui la situazione politica è peggiorata. L’estrema destra, con un colpo di stato, è tornata al potere. E’ successo qualche settimana prima che venissi a scoprire  della manifestazione avvenuta a Roma, quando, cioè, siete scesi nudi in piazza per lamentarvi della non-legalizzazione della marijuana. Siete strani a volte voi italiani…,pur avendo tanto volete sempre il “di più”. Anch’io una settimana fa sono sceso nudo nel centro del villaggio. Avevo un maestoso sorriso in viso e, contemporaneamente, un fucile puntato alla testa, che mi ricordava di andare avanti, mi ricordava perché stavo andando avanti, mi ricordava quant’è generosa la vita ma anche quanto è stupido l’uomo. Mi ero rifiutato di lapidare una donna. Ciò fu considerato non legale e la  condanna fu un’umiliazione pubblica. La condanna prevista per la mia prossima violazione alla legge è la massima pena: la morte.

Quattro settimane fa una coppia è stata fucilata davanti ad un asilo. Trentadue bambini hanno visto i loro due insegnanti perdere la vita, morire lì davanti ai  loro occhi innocenti. Li conoscevi anche tu, sai? Parlo di Amhed e Charlotte .Si amavano molto, ma erano di etnie diverse. Un amore che riconciliava due nazioni diverse. Ciò fu considerato non legale.

Ti ricordi il campo di calcio che hai fatto costruire? Quante partite abbiamo disputato insieme! Perdevamo sempre per colpa del nostro amico Rajè ,il calcio non era proprio il suo forte! Qualche giorno fa, però, contro ogni previsione segnò! Fu, quasi, un miracolo! Lui stesso, incredulo, si mise a piangere e si gettò a terra ringraziando Dio. Un soldato assistè alla scena, oggi Rajè non c’è più . Perché? Non stava ringraziando la divinità riconosciuta dallo Stato. Ciò fu considerato non legale.

Salvathore, ti ricordi quando, in riva al fiume, ti chiesi cos’è la felicità? Tu mi hai risposto che è una sensazione che più ci pensi e più ti sembra lontana. Oggi ,invece, ti chiedo cos’è la legalità? Cosa è, veramente, degno di essere detto legale? E’ legale uccidere un uomo perché diverso da te? E’ legale uccidere un uomo perché crede in un Dio diverso dal tuo? E’ legale questo mondo che l’uomo ha così plasmato? Un mondo dove anche Dio rappresenta un pretesto per uccidere? Un mondo dove domina chi ha più denaro?  Un mondo dove i  termini  “repubblica” e “democrazia” sono solo una parvenza di libertà, che nascondono in realtà la sottomissione a scelte forzate?

Siamo costretti ad essere umiliati pubblicamente,  nella pubblica piazza, se ci rifiutiamo di togliere la vita al prossimo. Siamo destinati alla morte  se amiamo il prossimo. Siamo obbligati a stare in silenzio se vogliamo gridare la nostra voglia di vivere . Siamo obbligati a incassare ogni loro terribile decisione come se fossero pugni,ma noi non possiamo contrattaccare e continua a vivere solo chi sa resistere ai colpi .La mattina ci svegliamo,ci laviamo la faccia e, guardandoci allo specchio, vediamo persone che non siamo noi. Siamo costretti a essere come vogliono loro e persino rimanere fedeli a se stessi diventa “non legale”.  Questo non è vivere, è sopravvivere…

La definizione del termine “legale” sul vocabolario che mi hai lasciato dice : “legale è ciò che rispetta le leggi “. L’origine del problema sono quindi le leggi? Possibile che l’uomo dopo migliaia di anni non abbia trovato delle leggi che garantiscano il bene della società? Oppure sono state trovate, ma i vari governi fanno finta che non siano mai state scritte? Spero che in futuro non ci sia bisogno di porsi queste domande, ma farò di più che sperare. Mi impegnerò nella ricerca di queste leggi, così non ci saranno altre morti come quelle di Rajè, o come quella di Amhed e Charlotte. Quei trentadue bambini non avranno più altre tragedie a cui assistere, ma avranno sicuramente la volontà e le possibilità di creare una società armoniosa, semplicemente rimanendo se stessi.

Con questa lettera ho riscoperto che le leggi non sono solo un paio di frasi scritte su un foglio e rese pubbliche. Sono come un busto per la schiena che cerca di non farci compiere movimenti sbagliati. Sono come le comodità delle vostre case in Italia,che rendono tutto più facile per la convivenza. Le leggi ci tengono e ci conducono per mano, così come faceva mio nonno con me, quando mi tirava la mano per riportarmi sulla direzione giusta, ed io pur non comprendendo mi lasciavo guidare. Le leggi sono ciò che ci permettono di essere fieri di noi stessi. Sono ciò che ci rendono uomini, ma soprattutto ci rendono umani.

Spero che questa lettera ti giunga ,magari, durante una di quelle manifestazioni, di cui mi parlavi, una di quelle in cui sventolano tante bandiere rosse scintillanti, quelle che ti facevano luccicare gli occhi ,quegli stessi occhi da sognatore. Io mi auguro, nel frattempo, di non morire e di non far morire.

Buona vita

Il tuo amico Wholf

P.s. Scusami se ancora non riesco a scrivere bene il tuo nome.

 

Sono state assegnate alla categoria Adulti le seguenti menzioni speciali:

Menzione speciale per la pregevole e rilevante testimonianza di un diritto mancato alla lettera con prot. n. 60/A avente titolo “Il poco è tanto per chi ha poco come Peppa Fattoria” dell’autore Italo Arcuri di Riano (Roma).

IL POCO È TANTO PER CHI HA POCO COME PEPPA FATTORIA

Al signor Presidente della Repubblica
c/o Palazzo del Quirinale
00187 Roma

Egregio signor Presidente della Repubblica,
sono una signora di 96 anni, terremotata di San Martino di Fiastra (Macerata) dal 30 ottobre scorso e vengo a disturbarla per raccontarLe quanto accadutomi a seguito del sisma sopraccitato.

Vivevo beata e tranquilla fino a quel penultimo giorno d’ottobre, quando il mondo, bruscamente, mi è letteralmente crollato, in casa e fuori. In una manciata di secondi ho perso tutto. In quegli attimi ho toccato con mano il terrore. L’ho colto negli avanzi delle macerie rimasti in piedi. Negli odori e nelle grida seguenti a quel terribile sussulto, invece, ho scorto la più cupa disperazione. Che è angoscia di sconforto. Una cosa mai provata prima.
Da quel dì, in attesa di una ricostruzione che, ahimè!, ancora oggi, tarda a partire, sono andata ad abitare con le mie due figliole (prima a Castelfidardo e poi a Civitanova). A casa loro stavo bene, non mi mancava nulla, figuriamoci!, ma ciò che mi pesava maledettamente era l’assenza del mio paesello. La nostalgia del mio ambiente naturale e della mia vita di sempre, fatta di piccole ma per me grandi cose. “Lo pocu è tantu per chi ha pocu”, si dice dalle mie parti. D’altronde, cosa vuole, non ho più 20 anni e questo luogo è il mio senso d’esistenza.
Così, Presidente mio, dopo tante insistenze fatte alle figlie, che non volevano mandarmi via, ho deciso di ritornare a San Martino e di trasferirmi in un container della Protezione Civile. Che cari i signori del soccorso! Quanto affetto nel consegnarmi il cassone mobile (così lo chiamava un mio nipotino), dove ho trascorso più di cinque mesi! Il freddo troppo pungente (da noi tocchiamo lo zero molte, troppe, volte) non mi ha permesso di rimanerci oltre. D’altra parte, “chi è senza dènt, sent fredd a tutt i tèmp!” si dice nelle Marche.
Alle mie figlie e ai miei generi, perciò, pur di accontentarmi, è venuto in mente di costruire su un terreno edificabile di nostra proprietà e in regola con tutti i permessi una casetta prefabbricata in legno, proprio davanti ai rottami della mia vecchia abitazione rasa al suolo. Ma, come si dice, “Crist fa l’anzalat e lu diavele l’acconcjie”, indovini cos’è successo? Alla mia casetta di legno bella e completata non viene rilasciata l’autorizzazione paesaggistica. Si chiama proprio così: “autorizzazione paesaggistica”. Serve a tutelare le aree protette, quelle dove è giusto e sacrosanto che non si faccia nulla contro l’ambiente. Una beffa del destino, ho pensato, sorridendo tra me e me. Sorridevo per il fatto che, e presti fede a ciò che le scrivo, di “paesaggistico”, di protetto e di bello in questo posto, e specialmente in questo luogo, oramai non c’è proprio più nulla: né il panorama e tantomeno l’idea di prospettiva. Sta di fatto che, seppur ultimata, la sottoscritta, nella sistemazione provvisoria, più dignitosa e pratica di un contenitore di ferro, non può metterci piede. “’Na recchia sorda cendo lingue secche”, caro Presidente… I giudici non vogliono sentir ragione. Hanno mandato a dirmi, su carta da bollo, di andarmene; addirittura minacciandomi di abbattere tutto con le ruspe. Una prima sospensiva alla demolizione mi aveva fatto ben sperare, tanto che, qualche tempo dopo, il Tribunale del Riesame sentenziò in mio favore. “Finalmente posso viverci”, mi son detta soddisfatta. Manco per niente, Presidente. A tutt’oggi la casetta ha i sigilli dell’autorità giudiziaria. “La legge è legge – mi hanno ribadito – e va rispettata!”. Ogni giorno i carabinieri forestali vanno e vengono per recapitarmi atti, fogli e planimetrie che faccio fatica persino a leggere.
In certe occasioni, quando lo scoramento cala le tendine della ragione, perché, come si dice in marchigiano, mi rendo conto che a ragionare con certi uomini severi è come “fa a cappellate co li passeri”, rimugino pure di farla finita, signor Presidente. Fra 4 anni avrò un secolo e resto sempre più convinta che la cassa da morto, per dirla col mio dialetto, è il solo vestito che “nun fa ‘na piega”. Ho speso una vita a faticare e a lottare per un mondo più giusto e ora eccomi qua a raccogliere i frutti di tanta rovinosa disgrazia. Chi mi fa questo è in torto ma io lo perdono, perché come dice nostro Signore Gesù Cristo “non sa bene ciò che fa”. O meglio, lo sa ma si nasconde dietro il termine di “legalità”. L’illegalità, nel mio caso, Presidente, è inesistente tanto quanto il “paesaggio”.
I giudici, non tutti per carità, mi qualificano come “abusiva”. Alcuni sollecitano “sanatorie” o “condoni”. Di necessità, aggiungono. Altri, a dire il vero, invocano il senso di umanità. Perbacco, signor Presidente, sta proprio qui, secondo me, il punto: umanamente parlando, per misericordia, lasciatemi vivere, nella quiete del mio campo, il tempo che mi resta. La terra di sotto mi ha tolto tutto. Se ora anche la terra di sopra mi cava il cuore dal petto, beh, allora, arrivati a questo punto, signor Presidente, è meglio che io tolga il disturbo. Non vorrei che la “legalità”, quella buona sostanza che nel nostro Bel Paese è un pendolo che oscilla in talune circostanze in maniera opprimente verso i poveri Cristi (perché “quanno se deve giudicà un potente ce se pensa tre vorde e pui non se ne fa di gnente”…), mi punisse per davvero. Non saprei affrontarla, vuoi per l’età, vuoi per l’amarezza. Mi rimetto a Lei, dunque. A Lei, che rappresenta lo Stato. Si metta una mano sulla coscienza e si sforzi di cogliere il battito del mio cuore, che continua a pulsare solo se sente il suono del campanile del villaggio e che pompa con l’esclusiva speranza, che è illusione di fiducia, di vivere ora per ora.
Nello scusarmi per il fastidio arrecatoLe e nell’augurarLe buon lavoro, cordialmente la saluto, in attesa di una Sua cortese risposta, che sono sicura non tarderà a raggiungermi.
Peppa Fattoria

San Martino di Fiastra (Mc), 9 aprile 2018

Menzione speciale per la particolare creatività letteraria alla lettera con prot. n.15/A avente titolo: “Il goal della vittoria” dell’autrice Enrica Gallo di Rogliano (CS).

“IL GOAL DELLA VITTORIA”

Cari miei coetanei,
vi scrivo perché sento il dovere morale di farlo, perché gli adulti reputano la nostra una generazione senza ideali, dicono che il futuro nelle nostre mani è destinato ad essere buio, tuttavia penso che mai nessuna epoca potrà essere più plumbea di quella in cui coloro che oggi ci giudicano rinunciarono ad accendere la luce.

Vi scrivo perché credo fortemente nelle nostre capacità, perciò vi racconto una storia con la speranza di alimentare la voglia di giustizia nelle menti e nell’anima di chi, tra noi, è ancora indifferente ad un male insidioso.

Forse non tutti lo sanno, ma c’è un campionato di calcio in atto… ed è più importante di qualsiasi altra competizione.

Questo campionato viene giocato da solo due squadre, non si gioca proprio su un campo da calcio, ogni giorno è una partita, e ogni giorno si può decidere da quale parte stare.
Io ho deciso di entrare nella squadra dei coraggiosi e non penso di volerla cambiare.

Sapete, il mio team sta uscendo da un periodo un po’ difficile perché qualche anno fa Totò, il capitano dell’altra squadra, quella degli “uomini d’onore” (così si fanno chiamare) e i suoi compagni Bernardo, Leoluca e Giovanni Brusca hanno infortunato i nostri giocatori più forti: Giovanni, Paolo, Carlo Alberto, Rocco, Peppino, Vito, Emanuela e tanti altri.

Ad un certo punto la squadra degli uomini d’onore pensava di aver trionfato perché vinsero qualche partita ma non sapevano che infortunando i nostri migliori calciatori, molti indecisi capirono qual era la squadra giusta per cui tifare: tanti ragazzi della nostra età iniziarono a riempire gli stadi sconfiggendo la paura, l’omertà e sostenendo a gran voce la squadra dei coraggiosi.

A dire il vero, perdemmo quelle partite perché nella nostra squadra c’erano alcuni calciatori che facevano finta di giocare insieme a noi ma in realtà tifavano per gli uomini d’onore e li aiutarono a vincere. Paolo, Giovanni, Carlo Alberto e gli altri avevano scoperto questo doppiogioco, però gli arbitri non vollero dargli retta.

Quando Giovanni e Paolo furono costretti a ritirarsi, scese in campo un nuovo capitano: Ultimo, che inventò un modulo di gioco a cui diede il nome “CRIMOR”. Il capitano Ultimo grazie all’essenziale aiuto dei suoi compagni, raggiunse un risultato importantissimo: riuscì a far squalificare per sempre Totò e così segnò un goal che rimase nella storia del campionato.

Agli arbitri però il nuovo capitano non piaceva molto, quindi lo ammonirono ingiustamente tantissime volte, ma lui non si arrende e continua a giocare per onorare i vecchi e i futuri componenti della nostra squadra.

Il motivo per cui ho deciso di scrivervi è perché voglio che tutti voi sappiate che ora si sta giocando il secondo tempo, la squadra dei coraggiosi è in ripresa e gli uomini d’onore sembrano indebolirsi ogni giorno di più.

Questo è il momento di attaccare per vincere, perché solo noi possiamo e dobbiamo farlo. Non abbiate paura, vincere è possibile… le strategie sono tante: bisogna studiare molto, riporre fiducia nelle istituzioni, denunciare anche le piccole ingiustizie.
Mi hanno insegnato che le cose grandi stanno nelle piccole cose, ed è proprio su quelle che dobbiamo puntare per sconfiggere, una volta per tutte, gli uomini d’onore nella grande partita Libertà contro Mafia.

Con l’augurio di un futuro
più luminoso
Enrica

 

Menzione speciale per la profondità del messaggio socio-educativo alla lettera con prot. N. 5/A avente titolo: “Serenità” dell’autrice Giovanna Perrone , San Sosti (CS).

“SERENITÀ”

 San Sosti li 11/03/2018

Care mamme,
è a voi che va il mio pensiero e la mia solidarietà. Siete forti, sapete affrontare le difficoltà della vita con coraggio e speranza, sempre pronte a mettervi al servizio della famiglia in ogni circostanza, ad assumervi le vostre responsabilità per successi e insuccessi quotidiani , a dare la vita a pargoletti che vi danno, daranno tante gioie e soddisfazioni, ma anche preoccupazioni. Quei fagottini, rosa o celesti,che stringevate con delicatezza, dolcezza e infinito amore fra le braccia, in un baleno crescono e iniziano a ‘regalare’ dei dolori inaspettati.
L’ altro giorno leggevo su un settimanale il racconto di una mamma che si è trovata a fronteggiare una realtà dolorosa. Credeva di avere un figlio ‘educato’ , rispettoso, studioso e, all’improvviso, l’ha scoperto bullo. Insieme ad alcuni amici ricattava, perseguitava una coetanea, protagonista di un video registrato a sua insaputa, mi-
nacciandola di metterlo in rete. Delusione, smarrimento, incredulità, stupore, angoscia, inadeguatezza sono stati i tarli che pian piano hanno forato la sua soddisfazione e convinzione di avere un figlio ‘modello’..   E’ una storia che nel  tempo in cui viviamo si ripete spesso, troppo spesso e catapulta le famiglie in un tunnel buio del quale non si intravvede la luce. Perseguitati e persecutori alla fine risultano sconfitti. Quando prenderanno coscienza del male fatto o subito le loro anime saranno segnate per sempre da profonde ferite.
Non sono una psicologa che può spiegarvi i motivi che spingono i giovani a minacciare, tiranneggiare, deridere, mortificare, fare del male fisico ad altri esseri umani che ritengono inferiori e fragili. Non sono in grado neanche di consigliare un percorso agevole e definito per prevenire, affrontare, risolvere la situazione. Qualche considerazione e riflessione, però, permettete che la faccia. Le mie non vogliono essere perle di saggezza, piuttosto pennellate di colori su una tela bianca che potrebbe diventare un bel quadro dal titolo “La serenità”: di un figlio, di una famiglia, di una società. Viviamo in un’epoca in cui il valore assoluto è il denaro e l’edonismo. Corriamo da mattina a sera per portare a termine mille impegni quotidiani, ma si ha poco tempo per coltivare i rapporti umani. Credo sia necessario rallentare, cambiare atteggiamenti, priorità, pre/giudizi. E’ necessario stare vicino ai vostri figli, interessarvi a ciò che pensano e fanno nella quotidianità; non partire dal presupposto che è sempre colpa degli altri se sbagliano e, quindi, credere incondizionatamente a quello che raccontano, pronti a giustificare ogni loro azione contro tutti e tutto. Sarebbe opportuno guardare nei loro occhi, scrutarne lo sguardo: rivelerà molto più di tante parole. Si potranno cogliere i sottili riflessi del sotterfugio , della menzogna, del disagio. I ragazzi hanno tanto, ma sono sempre scontenti ed annoiati . Ogni loro desiderio viene esaudito velocemente e non apprezzano a lungo ciò che hanno ottenuto perchè pensano già a qualcosa di nuovo da chiedere. E’ inutile premiarli con oggetti! Non chiudete la porta della loro stanza e della comunicazione in nome della privacy e della moda del momento. Un figlio che cresce ha bisogno di essere affiancato da genitori che non sono amici, ma guida nel cammino della loro crescita e della vita. Si può inciampare!!!Un ostacolo è sempre in agguato! L’importante è tendere loro la mano prima che cadano.
La vostra forza sarà la loro forza, il vostro impegno, la vostra onestà intellettuale e sociale, la visione critica della realtà , la loro. Coraggio!!!! Riuscirete ad essere brave nel ‘lavoro’ di mamme, a dare loro serenità, fiducia, sicurezza, correttezza, capacità di discernere , riconoscere la sottile linea che divide il bene dal male ed aiutarli a non superarla.
Sono sicura del vostro successo!
Con affetto,
una donna che crede fermamente nella legalità.

Menzione speciale per la migliore lettera internazionale all’opera con prot. n.7/A dal titolo: “Querida prima”, dell’autore Jorge Juan Ruiz Diaz, di Villeguay, Entre Rios, Argentina.

Querida prima.
Nuevamente defecciono y intervengo en vuestro concurso literario.
Pensé en el tema y alguna vez me vi obligado a quebrar alguna norma (varias) para salvar la vida de una pequeña de 19 meses.
Recibí la noticia en mi oficina y no podía esperar cumplir las reglas procedimentales. No pedí allanamiento, no puse en conocimiento del juez la situación y corrí junto a un patrullero y un agente policial a la casa donde la niña estaba a punto de morir. La retiré de ese lugar, la llevamos al hospital y allí la dejamos.
La madre y el novio de la madre fueron detenidos y condenados.
Nunca más vi a la niña hasta que un día después de mucho tiempo una jovencita (de 15 años) se presentó en mi despacho y me dijo “Doctor hoy cumplo 15 años”.
La miré sin comprender la razón de tal anuncio.
Y continuó diciendo “vengo a decírselo porque Usted me salvó la vida, yo soy la niña a la que Usted rescató hace 15 años cuando estaba a punto de morir”.
No supe que decir, me abrazó me besó en la mejilla y se fue. Nunca la volví a ver.
Que es la legalidad?
A veces la legalidad es romper alguna regla.

Un abrazo para toda la familia. Los llevo en mi pensamiento y en mi corazón.

Caro cugino,
sto nuovamente esercitando il mio ufficio di difensore e voglio intervenire nella vostra competizione letteraria portando la mia testimonianza.
Riflettendo sull’argomento trattato, ricordo bene che una volta sono stato costretto ad infrangere alcune (molte) norme per salvare la vita di una bambina di 19 mesi.
Ho ricevuto la notizia nel mio ufficio, pronto come sempre a rispettare le regole procedurali. Invece, pur di salvarla, non ho richiesto una ricerca, non ho informato il giudice della situazione e sono corso con una volante e un agente di polizia nella casa in cui la bambina stava per morire. L’ho tolta da quel posto, l’abbiamo portata all’ospedale e l’abbiamo lasciata lì.
La madre e il fidanzato della madre furono arrestati e condannati.
Non ho mai più visto la ragazza fino a quando un giorno dopo molto tempo una giovane di 15 anni è venuta nel mio ufficio e ha detto: “Dottore oggi ho 15 anni”.
La guardai senza capire il motivo dell’annuncio.
E ha continuato dicendo: “Vengo a dirtelo perché mi hai salvato la vita, io sono la ragazza che hai salvato 15 anni fa quando stavo per morire”.
Non sapevo cosa dire, mi abbracciò, mi baciò sulla guancia e se ne andò. Non l’ho mai più vista.
Cos’è la legalità?
A volte la legalità è infrangere una regola.

Un abbraccio per tutta la famiglia. Li porto nella mia mente e nel mio cuore.

 

Menzione per il lodevole messaggio socio-culturale alla lettera con prot. N. 24/A “Caro Peppino, ti scrivo” dell’autrice Carmela Piretti di Bologna.

“CARO PEPPINO, TI SCRIVO”

Bologna, 19.3.18

Caro Peppino,
come stai? Come va lassù? A cento passi da te, chi c’è ora? Ti sei finalmente liberato della mafia? Ti manca la tua Sicilia? Io vivo a Bologna e sai qui la mafia non esiste né a dieci, né a cento, né tantomeno a mille passi. Almeno cosi dicono, almeno così pare. Qui la vita è leggera, allegra, senza pensieri, qui non ci sono i macigni che portavi tu, nessuno organizza comizi “illegali” dove a squarcia gola urla la propria rabbia contro chi ruba, chi si approfitta dei beni comuni, chi ricicla il denaro. Qui la mafia non esiste. Almeno così dicono, almeno così pare. Ti sarebbe piaciuto vivere nella legale Bologna, ti immagino in un gruppo di amici filosofi a riflettere sui perché della vita bevendovi del Sangiovese all’Osteria del Sole, dove si può solo bere perché il cibo te lo porti da casa, tu avresti sicuramente contribuito con le arancine che tua mamma Felicia ti avrebbe fatto recapitare per direttissima dalla Sicilia. Avreste parlato di politica perché quello è un argomento che ti è sempre piaciuto e ti saresti arrabbiato per la delusione della sinistra e avresti gridato contro i partiti estremisti e non, privi degli ideali in cui tu credevi, che vogliono dividere il nord dal sud, dividere gli italiani dagli immigrati, dividere i ricchi dai poveri e con questo atteggiamento di bene, al nostro paese non ne fanno. Poi avresti letto dei libri, tanti libri, seduto sotto i portici della facoltà di scienze politiche, ai giardini Margherita, in una birreria nella fricchettona via del Pratello o nel terrazzino dell’appartamento dove avresti vissuto. In centro storico, sì, ti immagino così. Di certo non confinato a vivere in un garage perché non ti sei conformato al buoncostume mafioso perché non ti sei abbassato ad onorare il boss di turno come si sarebbe convenuto a un bravo picciotto di Cinisi, facendo andare tuo padre in escandescenza e costringendolo a buttarti fuori di casa per dare un segnale concreto di distacco rispetto al tuo atteggiamento, per prendere le distanze dalle tue scelte. Forse, se ti avesse saputo al sicuro, a Bologna, ti avrebbe spronato a seguire i tuoi ideali, perché in fondo di te era orgoglioso, aveva conservato tutti i tuoi disegni e tutto il materiale che avevi prodotto. Aveva paura per te, tantissima paura. Forse come ho avuto io per tutto il tempo in cui ho guardato il film “I Cento Passi”… il film che racconta di te, così ti ho conosciuto. Un film di cui sai il finale prima ancora dell’inizio. Un finale che ti fa orrore, terrore, rabbia. L’ho guardato come si guarda un condannato a morte andare alla gogna. L’ho guardato sul chi va là, pronta alla tragedia ogni volta che c’era una scena al buio, l’ho guardato spaventata e con lo stomaco attorcigliano su sé stesso più e più volte. Poi d’un tratto è giunto il momento in cui ti hanno ucciso, ti hanno fatto in cento, mille pezzi, se non di più:  la tua macchina ferma davanti alle sbarre della ferrovie abbassate e ombre oscure di persone malvagie che si sono avventate su di te come un condor assale la propria preda, senza alcuna pietà, la paura è diventata panico, il mio viso bagnato di lacrime che scendevano in modo incontrollato. E tu Peppino, non avevi paura? Dimmi la verità, come potevi essere così coraggioso, anzi incosciente, da sfidare la mafia senza temere ripercussioni? O forse la voglia di buttare fuori quel marcio che vedevi era più forte del rischio di ritorsioni? O forse ribellarti a quel modo era l’unica scelta ammissibile perché se così non avessi fatto, ti saresti sentito complice e compiacente di un mondo putrido e questo ti avrebbe corroso tutte le viscere?

Avresti potuto fare propaganda al nord, sicuramente la tua vita non sarebbe stata così a repentaglio. Perché qui la mafia non esiste. Almeno così dicono, almeno così pare. Beh sai forse non è proprio così. La mafia esiste al nord, eccome se esiste. Non potrebbe essere diversamente, che mafia sarebbe se non si insinuasse nelle pieghe del sistema del ricco nord? Una mafia scimunita sarebbe stata e scimunita la mafia proprio non è. Qui non spara, non fa esplodere bombe. Non fa can can e non fa rumore. Silenziosa come un tumore maligno prosciuga l’economia e fa sfiorire la società. Va a braccetto con il potere, è maestra in questo, si sa destreggiare come nessuno mai.

Sai Peppino, noi però, non ci arrendiamo, un prete saggio e fuori dagli schemi, ha fondato un’associazione aperta a chiunque, a persone di qualsiasi credo, di qualsiasi colore politico e di pelle, di tutte le età ed estrazioni sociali, l’unico must è credere nella legalità. Si chiama Libera. È un bel nome vero Libera? Liberi dalla violenza, fisica e verbale, liberi di esercitare il lavoro con onestà, liberi dal pizzo, liberi di esprimere il proprio pensiero, liberi di riunirsi in gruppo e di discutere le proprie idee, liberi di avere gli amici che si vuole, liberi di essere liberi.

Ci sono tanti giovani, anche adolescenti, che d’estate vanno a coltivare le terre del Meridione, anche della tua Sicilia, quei terreni, un tempo di proprietà dei mafiosi ed ora confiscati. Lo sai qual è la bella novità? Non sono lasciati a deperire in attesa di una giustizia burocratica che non arriva, grazie a Don Ciotti e a Libera quei terreni sono stati liberati e affidati ad associazioni oneste che producono frutti legali: pomodorini secchi, vino, paté di olive pasta di grano e molto altro, che danno speranza e dignità a chi resta in una realtà scomoda e dimostra con i propri gesti che si può lavorare onestamente e legalmente, che si possono piantare dei semi che generano buoni frutti, anche dove la mafia domina e predomina. É difficile? No, non è difficile, è difficilissimo. Vandalismo, raccolti bruciati, minacce sono ancora all’ordine del giorno. A volte i ragazzi che vanno in giro per il paesello indossando ingenuamente e genuinamente la loro maglietta da lavoro con il logo di Libera non sono bene accetti in certi bar e in certi locali. Proprio così.

A Bologna, il coordinamento di Libera supportato da tante associazioni e da un partito, ha creato la Taverna Cento Passi, in tuo onore certo, un ristorante aperto solo in occasione della Festa dell’Unità (la chiamiamo ancora tutti così): lo chef viene dalla Sicilia e come un direttore d’orchestra dirige un nutrito gruppo di volontari che fanno sì che il ristorante funzioni e che serva tutte le sere ottimo cibo siciliano. I “musicisti” della Taverna Cento Passi sono il gruppo più eterogeneo che si possa immaginare, penso che questo sia uno dei punti di forza: ci sono le “zdaure” – le signore di una certa età dedite alla cura della casa e molto abili nel far da mangiare – che padroneggiano i fornelli tutte le mattine per cucinare impepata di cozze, cous-cous, sarde al beccafico, polipo con patate, arancine (e come potrebbero mancare le arancine sia alla carne sia al formaggio?), parmigiana, baccalà allo sfioncello e molto altro. Nel pomeriggio arriva il resto della banda. No, non i coristi e gli strumentisti bensì impiegati, operai, pensionati, studenti, ognuno pronto a dare il proprio contributo: chi si mette in cucina a impiattare, i camerieri, che spesso sono i ragazzi che sono stati nei campi e che hanno un entusiasmo che a venderlo si diventerebbe ricchi, le cassiere, chi sparecchia e chi lava piatti, bicchieri, pentole e posate. Poi ci sono io, certo anche io, che ti credi che rimanga dietro le quinte a narrare senza fare la mia parte? Le opere buone si fanno coi fatti, mica solo con le parole! Io, come dire, apro le danze… ovvero chiamo gli antipasti, ricevo le commande, ordino i piatti in cucina e poi li smisto ai camerieri e… la cena è servita!

Immagino che ti venga da sorridere pensando a questo gruppo improvvisato, così variopinto e variegato, che si cimenta in un ristorante. Poveri i temerari che decidono di cenare al Cento Passi, sono proprio anime pie che vogliono dare il proprio aiuto. Invece no, non è così, il cibo è buono e il servizio pure. Molti vengono volentieri perché certamente sanno di fare la cosa giusta – il coperto è devoluto alle cooperative che hanno in gestione i terreni confiscati – ma la Taverna Cento Passi è un ristorante a tutti gli effetti e i clienti si alzano con il palato soddisfatto. Il bello del Cento Passi è che tutti ci crediamo e che nonostante le tensioni, che ovviamente ci sono, il clima è sereno, il Cento Passi è diverso, lì i volontari ridono… così dicono i pezzi grossi dell’organizzazione. Ridono e lavorano, aggiungo io. Ogni tanto facciamo anche il trenino in mezzo ai tavoli o qualche balletto in cucina. Ti saresti divertito anche tu, ci scommetto.

Le iniziative di Libera ovviamente non si limitano a quelle che ti ho appena raccontato, ma si impegna concretamente con attività antiusura, antiracket, contro la corruzione, a sostegno delle vittime di tutte le mafie. Pensa che all’università di Bologna c’è persino un corso di “Mafie e antimafia” nato sulla scia dei progetti di Libera.

Chi l’avrebbe detto che Don Luigi, un prete venuto dal basso, avrebbe innescato questa rivoluzione buona. Questo mi fa credere che c’è speranza e che il bene può sconfiggere il male. Il viaggio è ancora lungo e non so a che punto siamo e men che meno se avrò la fortuna e il piacere di vedere la meta finale; ma so per certo che siamo in tanti a volerlo e che non ci fermeremo e continueremo a fare uno, due, tre, quattro, dieci, cento passi nel nostro cammino per mettere la parola fine alla mafia.

Un abbraccio,

Carmela

 

Menzione speciale per il miglior messaggio etico – morale alla lettera con prot. N 22/A “Città Stato” Di Biamonte Tommaso di Castrovillari (CS).

CITTÀ STATO

Cari Calabresi ciao a tutti.

Concedetemi questa piccola confidenza per favore. Qualche decennio fa nacqui in un piccolo paese vicino a Catanzaro. Per ragioni affettive non meno che economiche, mezzo secolo fa, avevo 12 anni, la mia famiglia si trasferì a Torino dove si guadagnava più denaro e si viveva una apparente vita più “Libera”.

Non era vero niente ma quando si hanno 12 anni tutto sembra scorrere dolce e lento come il Fiume che va verso il mare. A tredici anni mi sentivo già un adulto, al punto che per un insulto di una maestra di matematica, la pestai fortemente (non ho mai più dato uno schiaffo a una Donna). Finii espulso dalla scuola, trascorsi mezza giornata in una caserma dei Carabinieri e, tornato a casa, mio padre mi frustò per due ore con il tubo del gas.

Quella notte scappai di casa mettendo i primi paletti ai 35 anni di vita trascorsi rinchiuso in una cella, facendo il “malandrino” di giorno e piangendo di notte. Era il tempo del fumo, delle Comuni e dei figli dei fiori. In poco più di un mese ero a capo di una banda mista, tutti scappati di casa e tutti ladri di qualsiasi cosa. Il tempo passava, l’esperienza del carcere anche. Le pistole incominciavano ad apparire ed i mesi di carcere divennero rapidamente anni. Nel 1975 e nel 1977 evasi e quando mi arrestarono, a ventitre anni di vita, ne dovevo già scontare altri 23 di carcere.

Questa è l’età che in carcere o diventi cattivo o diventi la “Femmina” di coloro che non conoscono la moralità. Non ho tenuto un conto esatto ma ho visto ma ho visto uccidere nella maniera più barbara almeno una ventina di carcerati. In uno dei migliaia di libri che ho letto, trovai questa Frase: “I deboli periscono subito, i forti durano un pò, i fortissimi durano per sempre”.

Nel 1975, ormai con pochi soldi, da un carcere della Sardegna mi portarono nel Vecchio carcere di Rossano Calabro, dove conobbi la Grande Famiglia Padrona della Città Stato di Crotone. Disponevo di 15.000 lire il mese ma per un anno mi fecero fare una vita da principe, impedendomi solo di evadere, anche se era una cosa semplicissima. Loro avevano già pensato a come usarmi meglio. I miei amici Liberi di Torino scendevano con il treno a Sant’Eufemia, dove li attendevano gli “amici” con un camion carico di 400 quintali di frutta, verdura, salumi e altro, che a Torino sarebbero stati scaricati in un magazzino; il guadagno netto era di 25 milioni di lire. A Torino c’era già la lista pronta dei pezzi di ricambio di camion, ruspe ,furgoni, auto e altro. Il viaggio in Calabria fruttava più del doppio dell’andata. Tutto finì con il mio trasferimento in Sicilia ed il mio rifiuto di entrare nella vendita della droga.

Con gli anni che passavano, un briciolo di intelligenza che aumentava, feci la scelta più importante e drammatica che l’uomo può fare, se crede profondamente nella sua verità.

Oggi la ‘ndrangheta è Padrona di tutte le Città stato della Calabria, della Lombardia, del Piemonte, della Liguria, della Valle d’Aosta, di piccole frazioni dell’Emilia, della Toscana e della Puglia. Se avessi ancora spazio dettaglierei i 3-5 milioni di euro giornalieri che incassa la ‘ndrangheta.

A voi che siete soldati, ricordate che l’Art. 416 bis + l’Art. 73 equivalgono a 25 anni di carcere di isolamento. Non fatevi imbrogliare e, se avete tempo approfondite i veri valori Morali, Civili, Sociali, Spirituali e lavorativi perché è in essi che risiede la Giustizia, che è la vostra Salvezza.

Amorevolmente, un vostro carissimo concittadino.

 

Menzione d’onore per l’eccellente inventiva letteraria e per la capacità di dare attualità al passato storico religioso alla lettera con prot. N 31/A “Una ingiustizia processuale” Di Luigi Sirimarco di San Sosti (CS).

UNA INGIUSTIZIA PROCESSUALE

Mi chiamo Nicola Mairo, e sono di Altomonte, un piccolo borgo della provincia di Cosenza.
Vi voglio raccontare la mia storia; la storia di un uomo qualunque che, ad un certo punto della sua vita, è costretto a vivere un incubo, a soffrire e a provare la disperazione più profonda.
Nel luglio del 1449 fui accusato da due nobili signori di essere il responsabile di un atroce delitto: l’omicidio di un contadino. Con questa accusa infamante venni arrestato e portato in carcere.
Iniziò il mio processo. L’avvocato dell’accusa era un uomo tutto d’un pezzo, un tipo burbero, il mio difensore una persona molto dolce e pacata, sempre pronto a tranquillizzarmi e a rassicurarmi, convinto e sicuro della mia innocenza.
Il giudice mi convocò e mi chiese spiegazioni sull’accaduto; io affermai di non aver mai commesso il fatto, ma lui non mi credette. La mia parola da contadino, contro quella di un figlio di notaio ed un figlio di barone. Come poteva aver valore la dichiarazione di un semplice figlio del popolo di fronte a quella di due persone così stimate ed autorevoli?
Terminata la fase informativa, il giudice ritenne, dunque, che le accuse fossero fondate, ordinò la mia carcerazione preventiva e passò alla fase istruttoria, alla ricerca delle prove.
Nella fase istruttoria non emersero prove che dimostrassero la mia colpevolezza, né tantomeno, però, la mia innocenza; questo fu quello che mi riferì l’avvocato, così come si evinceva dai verbali istruttori.
Un giorno, appena spuntata l’alba, un raggio di sole rischiarò un angolino della mia cella, due guardie vennero a prendermi e, attraversando i corridoi, scendemmo al piano terra. Scattò una serratura. Mi fecero entrare in una stanza buia che serviva per gli interrogatori; volevano costringermi a confessare l’inconfessabile. Mi sottoposero così a torture e tormenti. Le mie mani furono legate con una corda che pendeva da una carrucola fissata ad una trave, a circa tre metri dal pavimento. Poi, lo sgabello su cui poggiavo i piedi fu rimosso e le guardie lasciarono improvvisamente andare anche la corda. Precipitai così violentemente a terra. Tirarono più volte la corda per sollevarmi in aria e lasciarmi cadere. Mi torturarono in questo modo ripetutamente, quasi da provocarmi la rottura dei polsi. Nonostante l’insopportabile e lancinante dolore non potevo confessare un crimine che non avevo commesso, anche se tanta sofferenza quasi mi costringeva a farlo.
Mi chiesi perché tanta crudeltà. Mi chiesi perché il giudice inquisitore mi condannò solo in virtù di due testimonianze assolutamente false. Mi chiesi perché i due uomini mi incolparono dell’omicidio di una persona umile e perbene, di un contadino come me. Non riuscii a trovare le risposte e a farmene una ragione.
Scoppiai a piangere, immenso fu il mio dolore: io giudicato ingiustamente responsabile di un crudele delitto. Tutto mi sarei potuto aspettare dalla vita, ma questo andava al di là di ogni immaginazione.
In seguito, il mio avvocato mi disse che avevo la possibilità di proporre appello davanti ad un giudice di secondo grado territorialmente competente, in quanto erano stati commessi degli abusi, delle forzature che invalidavano l’intero processo.
In quel preciso istante, arrabbiato e deluso, diedi uno spintone alle guardie, cogliendole di sorpresa; scappai, corsi in mezzo alle campagne, attraversai fiumi, boschi, folte vegetazioni. Giunsi nella gola del Fiume Rosa, alle pendici del monte Montea e del monte Mula e lì mi rifugiai.
Restai digiuno per molti giorni. Una mattina mi svegliai e sedetti all’ombra di una quercia. Improvvisamente folgorò una luce molto forte; levai lo sguardo al cielo e vidi una donna di sovrumana bellezza: era la Madonna.
Iniziai a scolpire su una roccia l’immagine che mi apparve, implorandoLa e supplicandoLa che fosse Lei la testimone della mia innocenza, che i giudici fossero guidati dalla Legge, dalle regole e dalla Giustizia Divina, che ogni individuo fosse giudicato secondo  un legale e giusto processo, con scienza davanti la Legge e secondo coscienza dinanzi a Dio.
Mi auguro che i comportamenti umani seguano la via della legalità, non come nel mio caso dove vennero meno i principi di legittimità processuale, altrimenti, in futuro, non ci sarebbero né libertà, né giustizia.
Spero che questa mia lettera un giorno venga ritrovata, che mi venga riconosciuta quella innocenza che mi fu negata, che il mondo intero sappia che fu un processo basato esclusivamente su una bugia testimoniale che fece sentenziare una ingiustizia processuale.
Spero, così, che la verità venga a galla e sia accertata l’infondatezza delle accuse, che venga pronunciata la parola chiara e definitiva di giustizia, che venga divulgata e proclamata sempre la parola legalità.

Nicola Mairo

 

Premio per la miglior grafia alla lettera avente prot. N. 11/A dal titolo “Lettera al generale Carlo Alberto dalla Chiesa” dell’autrice Maria Serena Campanalunga di Trani (BT).

LETTERA AL GENERALE CARLO ALBERTO DALLA CHIESA
Caro Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa,
È difficile rivolgermi a te, dopo anni dalla tua scomparsa.
Alla fine dell’estate del 1982 avevamo ancora negli occhi la scintilla della gioia, la mano sul petto ad intonar l’inno di Mameli. Quello sport ci faceva sentire fieri di essere italiani, uniti quella sera da un solo cuore e una sola maglia. Un anelito di fratellanza che si estendeva oltre i confini italiani.
Poi, a settembre, la notte di sangue. Lo sgomento, il fuoco che sottaceva la verità…
L’onta di essere italiani e il non aver saputo difenderti.
Vorrei sentire ancora la tua voce rivelare verità scomode, nomi insospettabili.
Invece… omertà al posto della legalità. Delitti impuniti e sentenze scandalose.
Oggi passo davanti ad una piazza, porta il tuo nome. Una targa bianca dove risalta con chiarezza ripugnante: VITTIMA DI MAFIA.
Cos’e cambiato?
Nulla.
Ancora la vergogna di essere italiani. Vedere in quel luogo a te dedicato, un mercato dell’usato abusivo, dove forse vi è della merce rubata. Un altro assalto alla legalità!
Cosa avresti pensato?
Il tuo sangue versato lo meritava?
Marciapiedi sfondati da incivili parcheggiatori, deiezioni canine mai raccolte nonostante un palese divieto, auto in sosta sui passaggi dei disabili. Tutto questo nella piazza che porta il tuo nome!
Alzo lo sguardo ancora su quella targa commemorativa.
Strano popolo il nostro! Pronto a slanci oceanici per la morte di un personaggio dello sport. Popolo dalla commozione amplificata, a tal punto da risultare stucchevole, inverosimile. Popolo che ha una freschezza negli intenti, ma deperisce come cibo, dopo qualche giorno. Incline a ricordare un anno solo per la vittoria dei Mondiali.
Dopo me altre generazioni passeranno davanti a quella lapide e (forse) oblieranno quel nome, quella notte tragica.
No! La legalità non può soccombere. Tu l’hai insegnato.
Una goccia d’acqua insieme ad altre formano un oceano. Non bisogna arrendersi!

Per la Categoria ragazzi 6-13 anni.

Al primo posto Categoria Ragazzi si è classificata la Lettera con prot. n. 2/R, avente titolo “ Lettera a mio padre” di Martina Soleti, di Corigliano Calabro (CS).

“LETTERA A MIO PADRE”

Corigliano Calabro 31 Gennaio 1989

Caro papà ,

è triste per me saperti in quelle fredde mura di una prigione e che non

puoi riscaldare il mio piccolo cuore che ha sofferto tanto.

Stò ore ed ore a piangere, perché la mia mente ricorda quei momenti

tristi durante i quali emergeva il tuo carattere forte e prepotente.

Sapevo quello che facevi, sapevo che quando ti incontravi con il

‘’ Signor Luca ‘’ progettavate ‘’la morte’’ di qualcuno.

Ed allora mi chiedevo: perché tutto ciò?

Perché dovevo essere considerata dai miei compagni di classe

la figlia della ‘ mafia? ‘. Io volevo solo il mio papà, nient’ altro.

Per non parlare della mia povera mamma, che subiva in silenzio,

che non poteva reagire agli spintoni e alle parole che le dicevi quando

cercava di farti capire che la droga, il pizzo, la prostituzione, arrecavano

danni alla povera gente.

Molte volte, mi gettavo nelle braccia di Rosalind, una compagna

di sventura, perché come me, condivideva la mia stessa situazione.

Avrei voluto dirtelo allora, che stavi sbagliando, ma tu non mi permettevi

niente, pensavi che facendomi vivere in una lussuosa casa,

mi sarebbe bastato.

Non era cosi papà.

Io volevo affetto, amore e soprattutto affetto per le vite altrui.

Nessuno ha il diritto di fare del male agli altri, né per soldi,

né per potere.

Mi sentivo stanca di tutto ciò, impaurita, ed allora, insieme a mio fratello

Tom abbiamo deciso di fuggire via in quella fredda notte invernale

con gli occhi colmi di lacrime.

Eravamo tanto lontani papà, quando ho appreso la notizia della tua

cattura.

Certo ho pianto, ma ero felice allo stesso tempo perché ti salvavano

dalla morte sicura e salvavano tante persone innocenti.

Vivi ora sereno e rifletti su tutto ciò che hai commesso,

rifugiati nella fede, nella quale troverai conforto.

Per sempre tua

BONNIE

P.S. Papà ricorda che: “ la mafia è un infinito vortice di sofferenza’’.

Al secondo posto della categoria Ragazzi, con voti 49 su 60, si è classificata la lettera con prot. n. 48/R avente titolo “Al Generale” della classe Terza D dell’I.C. “L. Settino” di San Pietro in Guarano, plesso di Castiglione Cosentino (CS).

AL GENERALE

Caro Generale Dalla Chiesa,

Quando ci è stato chiesto dalla nostra insegnante di scrivere una lettera destinata ad una persona reale o immaginaria o ad istituzioni scolastiche, sanitarie, giudiziarie, economiche, politiche, per rifletterei sui principi della legalità e sulle figure più rappresentative della stessa, riportando anche esperienze, testimonianze e fatti vissuti in prima persona inerenti ingiustizie subìte o che accadono nella nostra società, non abbiamo avuto dubbi, ci siamo consultati e tutti insieme, noi alunni dell’Istituto comprensivo di San Pietro In Guarano, classe terza D, abbiamo deciso di scrivere a lei. Il motivo è semplice, per tutti noi, lei rappresenta la legalità. E’ un simbolo di giustizia e libertà, esempio di coraggio, un punto di riferimento per tutti gli uomini che lottano per un mondo pulito.

Riflettendo sul principio della legalità, ci soffermiamo su questa bellissima parola che include il rispetto delle leggi che equivale a civile e serena convivenza. Essa “rappresenta la massima garanzia di libertà”, come dice sempre la nostra prof.ssa di storia, è lo strumento indispensabile per sconfiggere ogni crimine. Eppure, alcune persone la usano perdendo di vista il suo esatto significato, se ne fanno scudo per nascondere azioni che di legale hanno veramente poco o quasi niente. Sarà, sicuramente difficile, per un uomo come lei, capire cosa spinge, alcune persone a rinnegare ogni ideale in nome del potere e del denaro. Ancora più difficile sarà capire come mai, i giovani di oggi manifestano sempre più spesso, insofferenza verso le regole e facendosi guidare dalla rabbia e dal desiderio di primeggiare commettono azioni terrificanti. Stiamo parlando dei numerosi atti di bullismo compiuti da alcuni alunni verso i compagni più deboli o verso i loro professori. Ultimamente sta girando su internet il video di un ragazzo che per avere un bel voto, offende un suo insegnante al quale ordina, addirittura, di inginocchiarsi ai suoi piedi, e dietro questo ragazzo, altri suoi compagni invece d’intervenire in difesa del prof, si divertono a riprendere la scena e a pubblicarla. Non ci consola la punizione ad essi inflitta ma ci fa sperare che li possa far riflettere sul loro gesto e, perché no, anche vergognarsi e pentirsi. È la “legge dell’apparire”, caro generale che oggi, più che mai, dilaga fra tutti gli uomini. Indispensabile, soprattutto tra i giovani, è “essere qualcuno, visibile, non anonimo” e per questo motivo, non ha importanza il mezzo a cui si ricorre. Sarebbe bello poter ascoltare un suo consiglio, Generale Dalla Chiesa, rivolto a tutti i giovani che hanno dimenticato quali siano i veri valori, siamo sicuri che lei saprebbe cosa dire e senza grandi prediche ma con l’esempio, come sempre ha fatto nella sua vita, colpirebbe il centro del cuore di ognuno.

Sempre la parola legalità, ci fa venire in mente e quindi riflettere su altre due parole: etica e morale. La prima come l’insieme dei principi generali che guidano il nostro comportamento e le nostre relazioni; la seconda come la pratica, la modalità della loro applicazione. Non crede anche lei, Generale, che se ben radicate nell’animo di un uomo, tali parole non solo impedirebbero di commettere qualsiasi efferato crimine ma renderebbero la vita di ogni uomo più bella, serena, ricca di significato?

Bene , noi le promettiamo che continueremo a dire no a qualsiasi forma di illegalità, che faremo del nostro meglio per combatterle e anche se alcune volte il terrore cercherà di prendere il sopravvento, non ci stancheremo mai di denunciare ogni abuso o torto subito perché, come afferma Giovanna Daniele, ogni testimonianza è “necessaria a rompere gli steccati aridi dei silenzi, ad abbattere quei limiti mentali che appiattiscono il senso della giustizia, che tolgono ossigeno alla speranza e che ingrassano i terreni dell’indifferenza, della rassegnazione e della sudditanza piegando e stralciando le nostre coscienze.

Con profonda stima

I ragazzi della 3 D di Castiglione Cosentino ( CS)

 

Al terzo posto della categoria ragazzi, si è classificata la lettera con prot. n.40/R, avente titolo “Lettera agli eroi” di Martina Tuoto di Fagnano Castello (CS).

Cari eroi

Fagnano Castello, 19 aprile 2018

Cari eroi della mafia,

mi Chiamo Martina e sono nata nel 2004, non ho conosciuto nessuno di voi, anzi fino a poco tempo fa non conoscevo neanche i vostri nomi. Sentivo questa parola “Mafia” ma non capivo cosa fosse. Doveva essere per forza una cosa brutta perché ogni volta che qualcuno ne parlava il volto diventava molto serio ed in televisione, al telegiornale, annunciavano sempre che qualcuno era morto per colpa sua. Ho iniziato a studiare a scuola e pian piano ho cominciato a capire, ma forse era meglio prima, quando non sapevo. Ho scoperto il suo significato “Organizzazione malavitosa violenta”. Ho letto che è nata in Sicilia, che poi si è gradualmente diffusa in altre regioni del paese facendo persino il giro del mondo. A volte, quando all’estero dici “ITALIA” dopo la pizza veniamo anche ricordati per la mafia, come se fossero le uniche cose che abbiamo, la bella e la brutta cosa per cui essere famosi.

Voi sapete cos’è la mafia, avete capito prima di tutti che faccia avesse. Siete riusciti a scoprire non solo la sua esistenza, quando tutti sapevano ma nessuno parlava, ma avete scoperto anche la sua struttura a forma di piramide. Spesso viene paragonata ad un animale, la “Piovra” la testa rappresenta la cupola che sarebbe la punta dove vengono prese tutte le decisioni dei capi che sono chiamati boss, ed i tentacoli il suo potere che si diffonde e che cattura e soffoca le sue prede. Voi avete fatto e fate tanto per noi e per il nostro paese. Venite spesso chiamati eroi, eppure voi non vi sentite tali perché dite che fate soltanto il vostro dovere.

Voi mi avete fatto capire che non dobbiamo mai avere paura di fare ciò che sentiamo e che riteniamo giusto. Bisogna essere liberi di esprimere le proprie idee ma sempre con rispetto verso gli altri. Uno di voi disse: “La paura è normale che ci sia in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio”. Ogni volta che leggo questa frase mi viene spontaneo domandarmi quanto coraggio avete avuto per andare avanti sapendo soprattutto cosa c’era ad aspettarvi?

Tutti voi rappresentate per me un grande esempio di forza e coraggio, ognuno di voi ha una storia diversa, ma tutti avete una cosa in comune, la lotta contro la criminalità, contro quegli uomini che si sentivano forti nel fare del male. Il vostro lavoro, i vostri sacrifici hanno lo scopo di aiutare la gente a sentire quel fresco profumo di libertà, a non avere più paura di camminare per strada, di aprire un negozio e di andare a lavorare tranquilli. Purtroppo voi tranquilli non lo siete mai stati, andavate a lavorare sempre accompagnati dalla scorta. Penso che sicuramente un po’ di libertà, vi sia mancata così come ai vostri familiari.

Ho letto alcuni libri che parlano di voi, di ciò che avete fatto e di quello che farete perché gli uomini passano ma le idee restano e non muoiono mai.

Quando si parla di tutti quelli che hanno sacrificato la loro vita in nome della giustizia, della verità, della libertà e dell’onesta, non possiamo e soprattutto non dobbiamo parlare al passato perché voi oggi vivete nei nostri cuori, nei nostri gesti, nei nostri occhi che guardano altri occhi come i vostri, pieni di luce e speranza. C’è una frase che mi piace tanto: “Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe” Io voglio correre insieme a voi, voglio urlare che siete vivi, voglio ricordare quanto avete fatto per tutti noi. Voglio portare avanti nella piccola comunità in cui vivo il pensiero che il futuro non deve farci paura, che possiamo e dobbiamo lottare per i valori importanti della vita, credere nella giustizia. Qualcuno prima di me con le lacrime agli occhi rivolgendosi ai criminali ha detto: avete perso, perché tappando quelle bocche ne avete aperto milioni. Io voglio solo dirvi “Grazie per ciò che siete stati e ciò che siete, Grazie a voi io e milioni di persone ci sentiamo orgogliosi di essere ITALIANI”.

***

L’ Ideatrice del Concorso Giovanna Daniele, la Segretaria del Premio Maria Pina Aragona, la Consulta Giovanile di San Sosti e la Biblioteca Civica, in qualità di Organizzatori del Premio Pettoruto

RINGRANZIANO
il Comune di San Sosti per il patrocinio economico;
Gli Enti: Regione Calabria, Provincia di Cosenza e Parco Nazionale del Pollino, per i patrocini morali;
Gli Sponsor: La Fonderia Artistica Bortoletti di Macron Venezia;
La Casa Assistenziale “San Giuseppe” del dott. Massimiliano Baffa.
L’Istituto Grafologico Internazionale G.Moretti di Urbino.
Le Istituzioni Scolastiche, gli Istituti Penitenziari, le Comunità di Recupero e le Istituzioni Politiche, Militari e Religiose.
Le Associazioni di Volontariato.
Tutti i Partecipanti al Concorso e i componenti della Commissione Esaminatrice.
Gli ospiti: l’ On.le Simona Dalla Chiesa ed Olimpia Orioli.
E un grazie speciale a tutti coloro che con grande supporto, sostegno, presenza, entusiasmo e passione hanno partecipato alla crescita del Premio Pettoruto condividendone il successo.
Gli Organizzatori formulano con gioia il più sentito augurio di una serena estate all’insegna di una buona lettura delle nostre – vostre lettere nell’ attesa della prossima edizione.

Annunci

Comunicato stampa a cura di Maria Pina Aragona- Segretaria del Premio Pettoruto.

Gli organizzatori del “Premio Pettoruto” comunicano con grande emozione ai gentili partecipanti che le operazioni di valutazione degli elaborati sono ultimate.
Dal 2 al 10 maggio, i cinque membri della Giuria tecnica chiamati a valutare le lettere pervenute, tanto numerose quanto di eccellente contenuto, hanno affrontato il compito loro affidato con alta dedizione e professionalità.
Presidente di Giuria: Giovanna Daniele.
Inizia ad esprimere la sua passione verso la letteratura e la poesia in età scolastica,  materializzandola negli anni successivi  nella composizione di numerose liriche pubblicate in varie antologie: “Antologia del poeta” di Concilia Qui ,” Il Federiciano” di Aletti Editori. Ottiene prestigiosi  Premi ed importanti riconoscimenti.
Convinta del grande valore umanizzante che la cultura poetica  porta con sé, decide di farne uno strumento socio-culturale comunicativo ed educativo.  È Ideatrice del Concorso Letterario Internazionale “Premio Pettoruto” e del progetto “Il Ritorno Alla Penna”, atto a sensibilizzare alla scrittura a mano e al recupero delle lingue locali, con la finalità ultima di dare vita, prossimamente, ad una “Biblioteca delle lettere”. Co – ideatrice del gruppo ” Fede e Poesia”. Recensitrice del Blog “Progetto d’Amore”. Co-responsabile della Rubrica Fede e Poesia del giornale on-line Street News. Membro del Comitato d’Onore per il prestigioso “Premio Città di Battipaglia”. Membro e Vicepresidente della Commissione Esaminatrice del “Premio GianVincenzo Gravina”. Promotrice del  gemellaggio culturale – religioso San Sosti – Battipaglia. Responsabile della Kjbook Libreria-Virtuale, settore social network, per la Promozione /vendita libri ed eventi annessi.
Alla passione letteraria unisce lo studio universitario in scienze della nutrizione coltivando uno spiccato interesse verso le scienze giacché guidata dal convincimento che la vita è un’equazione : ” La letteratura sta allo spirito come la scienza sta al corpo”.
Alle prese con le votazioni, accanto a Giovanna Daniele, quattro giurati d’eccezione tra riconferme e nuove entrate:

Stefania Postorivo:
Vive a Roggiano Gravina (CS).
Laurea magistrale in scienze politiche e laurea magistrale in servizi sociali.
Iscritta all’albo dei giornalisti e all’albo A degli assistenti sociali specialisti. Corrispondente del giornale “La Provincia”. Segretaria Cai. Assessore alla Cultura del Comune di Roggiano Gravina (CS).

Roberto Giuseppe.
Vive a Mottafollone (CS).
Educatore di tante generazioni alla lealtà, al coraggio ed alla forza di essere “sempre se stesso”.
Responsabile del plesso di Mottafollone (CS) e vicario dell’Istituto comprensivo di San Sosti per oltre 30 anni. Consigliere e Assessore del distretto scolastico di Roggiano Gravina.
Corrispondente per “Il Tempo”, “Il Mattino”, la “Gazzetta del Sud”.

Valentina Bruno.
Classe ‘87.
Maturità classica e laurea a pieni voti in Lettere e Filosofia presso l’Università degli studi “La Sapienza” di Roma. Anni di studio impegnato, di soddisfazioni e di lavoro nella Biblioteca dell’ateneo capitolino e una tesi in dialettologia e linguistica. Un lavoro di un anno speso ad analizzare le Epistole di San Paolo scritte in volgare veneto-toscano del 1400 che hanno acceso in lei un forte interesse verso una lingua tanto lontana quanto appassionante.
Pronta per iniziare una nuova vita lontano dalla sua Calabria con un grande sogno nel cuore: tornare e respirare aria nuova, pura e giusta.

Antonio Natale.
Vive a Castrovillari. Laurea in Lettere e Filosofia all’Università di Lecce e studi teologici all’Istituto di Scienze Religiose “Vittorio Bachelet” di Cassano allo Jonio.
E’ stato, per un quarantennio, Docente di Materie Letterarie in Istituti di I e II grado dell’Alto Jonio e del Pollino. Ha collaborato per lungo tempo a riviste e giornali di stampa locale.
Cultore dei classici latini e greci, associa tuttora alla passione per le lettere antiche quella per la storia delle tradizioni popolari e del dialetto, testimonianza dell’amore incondizionato per la sua Terra.
Insieme ad un gruppo di amici di Francavilla, città natale, nel 2016, ha fondato l’Associazione Culturale “Koinè Diálectos”, che si interessa di demologia e di dialettologia. È fondatore e guida della “Compagnia del Teatro Francavillese” insieme alla quale porta in giro le sue commedie in vari teatri.
Per la sua attività di poeta, narratore e commediografo ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti.

*****

Presentata con orgoglio la Giuria, gli Organizzatori sono oltremodo lieti di comunicare la data della cerimonia di premiazione che si svolgerà presso la sala multimediale della Casa Assistenziale San Giuseppe, in San Sosti (CS), località Pettoruto, il Primo giugno 2018.
Durante la cerimonia saranno assegnati riconoscimenti, premi e menzioni alla presenza di numerosi ospiti e della giornalista Simona Dalla Chiesa, figlia del Generale a cui il Premio Pettoruto ha inteso quest’anno dare omaggio.

Il Premio Pettoruto e la legalità.

A cura della Segretaria del Concorso, Maria Pina Aragona

Il “Premio Pettoruto”, quest’anno, rende omaggio al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. “Già strenuo combattente, quale altissimo Ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, della criminalità organizzata, assumeva anche l’incarico, come Prefetto della Repubblica, di respingere la sfida lanciata allo Stato Democratico dalle organizzazioni mafiose, costituenti una gravissima minaccia per il Paese. Barbaramente trucidato in un vile e proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sublimava con il proprio sacrificio una vita dedicata, con eccelso senso del dovere, al servizio delle Istituzioni, vittima dell’odio implacabile e della violenza di quanti voleva combattere“.
Queste parole, con cui il Generale Dalla Chiesa venne insignito della Medaglia d’Oro al valor civile alla memoria, ed il libro “Un papà con gli alamari” che regala attraverso gli occhi dei suoi figli il ritratto privato del papà Carlo Alberto e, insieme, dell’eroe, hanno costituito spinta ulteriore per la dedica.
Toccanti e d’ispirazione sono state, viepiù, le considerazioni della figlia Simona, rilasciate in una intervista su Famiglia Cristiana.
Alla domanda: “Gli eroi martiri sono un’asticella altissima anche per un figlio?”, Simona risponde: «Sì, ma l’esempio non può essere solo quello estremo di sacrificare consapevolmente la vita per dovere: l’obiettivo che mi pongo è seguire e trasmettere il rispetto delle regole. Se più persone rinunciassero alle scorciatoie per raggiungere i propri obiettivi per le vie lineari dell’onestà, forse non avremmo più bisogno dei martiri».
Una risposta questa che racchiude in poche righe il grande senso di legalità trasmessole dal padre.
Ed è proprio la legalità il tema, ormai noto, che il bando concorsuale del “Premio Pettoruto”, con scadenza prorogata al 21 aprile, chiede ai partecipanti di sviluppare.
Una tematica ardua ma, come sostiene l’ideatrice del Concorso Giovanna Daniele: “necessaria a rompere gli steccati aridi dei silenzi, ad abbattere quei limiti mentali che appiattiscono il senso della giustizia, che tolgono ossigeno alla speranza e che ingrassano i terreni dell’indifferenza, della rassegnazione e della sudditanza piegando e stralciando le nostre coscienze. Perché, non rivendicare abusi, usi, torti subiti, mancate libertà, violenze, perché non denunciare la recrudescenza dei nostri sistemi, che originano tali calamità sociali!?”
Con l’auspicio che arrivino tante testimonianze e ringraziando gli autori di quelle già giunte, gli Organizzatori invitano ancora una volta a riflettere insieme e a scrivere insieme fino al 21 aprile.

PROROGA: CONCORSO LETTERARIO INTERNAZIONALE “Premio Pettoruto” – SECONDA EDIZIONE – ANNO 2018

Gli Organizzatori del Concorso Letterario Internazionale “Premio Pettoruto” comunicano che la scadenza del bando, prevista originariamente per il 7 aprile, è stata prorogata al 21 aprile 2018.
Nel porgere gli auguri più sinceri di buona Pasqua auspicano delle serene vacanze e subito dopo, freschi di idee nuove,  vi invitano a raccogliere ancora una volta i vostri pensieri.

Si riporta nuovamente il bando nella duplice versione italiano-inglese.

CONCORSO LETTERARIO INTERNAZIONALE “Premio Pettoruto” – SECONDA EDIZIONE – ANNO 2018

Di Maria Pina Aragona, Segretaria del Premio Pettoruto

La Consulta dei Giovani, l’ideatrice del Concorso Giovanna Daniele e la Biblioteca civica, con il patrocinio dell’Amministrazione del Comune di San Sosti (CS), dell’Ente Parco Nazionale del Pollino e della Provincia di Cosenza, danno il via con emozione alla seconda Edizione del concorso letterario internazionale “Premio Pettoruto”.
Dopo il clamoroso successo dello scorso anno, il Premio insiste con rinnovato vigore sul “ritorno alla penna”. In questa edizione si rende omaggio al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa chiedendo agli autori di cimentarsi nella stesura di una lettera in cui sviluppare il tema della “Legalità”.
“Non ho paura delle parole dei violenti ma del silenzio degli onesti “. Sulla base di questa meravigliosa riflessione di Martin Luther King, l’ideatrice Giovanna Daniele rilancia l’invito a partecipare al concorso per dare voce a tutti quei silenzi che non hanno trovato ascolto.
Evidenziando che il concorso è gratuito e aperto a tutti, gli Organizzatori auspicano grande sensibilità e partecipazione.
Per il regolamento per esteso, i premi e la scadenza si invita a consultare il bando qui riportato.

Antonio Tricanico: un sansostese candidato alle Elezioni amministrative del 04 marzo 2018 per il Senato

Di Antonio Tricanico

Antonio Tricanico: il concittadino che vuole onorare San Sosti e l’intera Valle dell’Esaro.

Mi chiamo Antonio, 43 anni, libero professionista conosciuto e stimato nella provincia cosentina.
Sono candidato al Senato della Repubblica al collegio uninominale Corigliano C.-Crotone con il Partito Valore Umano.
Il PVU ha come obiettivo di spingere culturalmente e democraticamente la popolazione italiana verso una riorganizzazione dello Stato. Il fine è quello di ridare etica e dignità all’essere umano, cambiare i paradigmi economici e i meccanismi finanziari con l’introduzione di una moneta endogena e mutualistica a credito. Solo così, crediamo, l’uomo riuscirà a riavere la propria dignità’, uscendo dalla crisi del sistema.
Oggi, si emette moneta a debito che genera solo povertà e disuguaglianza tra chi ha il potere di stampare, quindi emettere moneta, e chi la deve utilizzare per vivere.
Il nostro programma spiega come l’agricoltura deve far parte di un progetto complessivo organico, puntando alla politica del km utile. Una Sanità che deve essere offerta in modo gratuita, dove il cittadino possa scegliere liberamente di vaccinare il proprio figlio, dove ci sia più prevenzione e il diritto, per ogni cittadino, di potersi curare nel miglior modo possibile e gratuitamente. Una Scuola totalmente gratuita, dove non si viene bocciati fornendo tutti gli indirizzi di lavoro futuro.
Riforma del lavoro che prevede turni di 4 ore a pari retribuzione, contratti tutelanti e sgravi fiscali per il datore di lavoro.
Infrastrutture e servizi strategici dello Stato messi a disposizione del cittadino gratuitamente.
Per noi, la politica è fatta per la democrazia reale, il bene comune e l’altruismo.
Vorrei concludere con una frase di Paolo Borsellino, che la Rivoluzione si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa dentro la cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara è più affilata di un coltello.
Il 4 marzo vota per un nuovo umanesimo, vota per un cambio epocale di paradigma, vota usando il tuo cuore, vota Partito Valore Umano sia alla Camera dei deputati che al Senaro della Repubblica.

I vincitori della prima edizione del concorso letterario internazionale “Premio Pettoruto”

Il 20 maggio si è conclusa la Prima Edizione del Premio Pettoruto. In attesa del comunicato stampa con cui gli Organizzatori intendono ringraziare per il successo dell’iniziativa e della cerimonia di premiazione, si riportano per esteso le lettere dei vincitori del Concorso a cui vanno i complimenti più sentiti.

Categoria adulti.

Al primo posto con un totale di 58 voti su 60, si è posizionata la lettera con protocollo n. 81, avente titolo “Lettera d’amore mai spedita” dell’autore Francesco Marasco di San Sosti (CS).

Lettera d’amore mai spedita.

Mio amato paesello,
non potevo venire al mondo in posto più bello. Ogniqualvolta ritorno, scorgo da lontano il profilo dell’imponente massiccio del Pollino e immagino le estreme propaggini collinari sulle quali si distende il tuo abitato. Vedo la Muletta e resto ancora stupito dalla sua sagoma straordinariamente geometrica e quasi sempre innevata. La maestra quando parlava delle piramidi e ci spiegava questa forma geometrica solida, prediletta da un’antica e lontana civiltà, ce la indicava dalla finestra dell’aula per farcela riprodurre sul quaderno. Allora il tuo paesaggio diventava il prolungamento della lavagna.
Che bello il mormorio del fiume Rosa che ti lambisce, il Mulino, la Fontana e la fresca cascata di Fra’ Giovanni; la Timpa e il Castello della Rocca tra cespugli di ginestre odorose, lentischi e ciuffi di cannucce; che diletto ammirare le boscaglie di elci e ontani che s’inerpicano tra forre e gravine di ghiaia fin oltre il Santuario della Madonna del Pettoruto e al di là della leggendaria Artemisia. Ma tu sei non solo un luogo geografico, ma anche lo scrigno che conserva la mia storia fatta di emozioni, di sogni, di nostalgie…
Parrebbe che questo mondo frettoloso, sia poco incline a guardare indietro. Il tempo passato non lo attrae, spesso finge di ignorarlo, come se non avesse più alcuna utilità. E così anche il presente stagna nell’arida indifferenza e procede alla cieca verso un futuro incerto e confuso. La verità è che oggi non si cede più allo stupore, non s’investe sufficientemente nelle emozioni che ci sono appartenute, belle o brutte che fossero.
Son convinto, paesello mio, che niente delle cose vissute in passato si perda definitivamente o possa essere inghiottito dall’oblio. Siamo in continuo viaggio. Il presente è come un bivio da cui passa tutto: è l’incrocio tra l’attimo che arriva e quello che parte. Non esistono salti o scorciatoie per la felicità. Il mio passato è stato luogo di meraviglie. Testimone muto dei miei primi sentimenti per una delle creature più dolci cui tu hai dato i natali.  Da molti anni lei non abita più nella casa dalla lunga scala; le rondini hanno abbandonato i nidi sotto la grondaia già da tante primavere. L’ho veduta quando tornai per la festa del vino e dei falò, quella dimora a me tanto cara: le imposte sono ancora chiuse, i vasi di coccio una volta pieni di begonie sono vuoti e abbandonati sul balcone nero di ruggine. Lì contro la parete è rimasta una catasta di legna di frassino esposta alle intemperie. Le robinie, al margine della strada che erano giovani come noi, sono cresciute tanto da allora, qualcuna è rinsecchita.
Il solo destino che accomuna me e lei è di essere andati via; partiti ognuno per direzioni diverse. Entrambi lontani da te come figli raminghi e destinati a esserlo forse per sempre.  Sebbene lei mi manchi tanto, mi spezzerebbe il cuore rivederla oggi. Non voglio più: ormai non serve scomodare la geografia per cercarla. Voglio ritrovarla come ho sempre fatto da allora, lì dove sbocciò quella mia innocente passione, con gli occhi e il cuore di quel ragazzo di tanti anni fa. Ci vuole veramente un attimo per ritornare nei luoghi in cui si è stati bene.
Ecco, la foschia del tempo svanisce veloce e i contorni sono ora vivi e ben definiti: tra me e lei c’è solo lo spazio ampio e aperto della piazzetta Libertà.
Son sparite d’incanto le auto parcheggiate e tutt’intorno inizia a pulsare di vita come una volta: la Cassa di Risparmio, la barberia, il macellaio, il sarto brontolone, il mastro fabbro ferraio, la cantina di zio Alfredo, il bar, il grande albero di noce, e lei. Eccola lì al balcone, lei.
La vedo appena. Che bella che è…
L’aria è tiepida e piena di luce, è primavera inoltrata. Sento il profumo dei grappoli violacei dell’alto glicine che pendono nel cortile del portone spalancato di palazzo Pisani e penso a lei. È rientrata… L’odore intenso giunge dappertutto e inebria ogni cosa; sono aggrappato con le mani alla ringhiera. Aspetto. Le tendine trasparenti del soggiorno vengono fuori e sbandierano con soavità la loro leggerezza.
Esce nuovamente… eccola! Frasche spilungone di robinia ostruiscono un po’ la vista dal mio balcone al suo. Ascolto il lento crepitio delle faville del focolare mentre la mamma nella camera in fondo rifà i letti e canticchia.  Ora batte i piedi sul ballatoio nervosamente. Chissà cosa l’è andato storto… singhiozza con disperazione e strepita. Ha la faccia imbronciata e lancia qualcosa in aria. Precipitano giù in strada piccoli giocattoli, figurine che sfarfallano di qua e di là e un pupazzetto di stoffa rosa. Mi nota e di riflesso tira fuori la lingua. I suoi occhi luccicano; si sporge e guarda dabbasso corrucciata e serra i denti. Che bel caratterino, mi piace! Rientra in casa, credo per far le ripide scale e andar fuori sulla via; io corro giù all’impazzata per arrivare sotto casa sua, prima di lei. Ho tempo di fare un mucchietto delle sue cose e lasciargliele ben sistemate sul primo gradino della scala. Mi nascondo e spio: lei ora è meravigliata di trovare le sue cose sul gradino. Non è tutto, però. Il pupazzo l’ho tenuto con me così poi potrò darglielo. Voglio qualcosa di suo.
Resta col dito in bocca a pensare, poi capisce e aggrotta le sopracciglia guardando verso casa mia.  E’ quasi estate, eccola ancora! Sono nella piazzetta, c’è aria di festa. La vedo scendere dalla scala di casa mentre trattiene gli orli del candido vestito che indossa: è il giorno della sua prima comunione. Sembra una sposa bambina, una principessa. I riccioli castani scuri, le fossette sulle guance e i suoi meravigliosi occhi continuano a rapire i miei sensi. Li vedo come fosse oggi. Oltre gli alti rami del noce, le nuvole sono spinte dal venticello e disegnano ombre fuggevoli sul lastrico della piazza. Gruppi di persone seminate qua e là ai bordi della strada hanno abiti nuovi… La porta di casa sua è aperta e ornata di fiori. Posa il piede sull’ultimo gradino e si ferma per la foto; dopo il clic cerca tra la gente, guarda dritto verso di me per un attimo e le viene fuori un gran sorriso. Un sorriso largo, smisurato, tutto mio. Ho i fremiti sotto la pelle: sono invaso di felicità. La amo. Tra tutti ha cercato proprio me, ne sono certo: forse anche lei mi ama…
Dalla torre campanaria con i merli e gli orologi partono rintocchi a festa. Dal grande noce, svolazzi e cinguettii. Petali di fiori gialli di ginestre tracciano cuori per terra e corolle di rose al centro della strada non riescono a salvarsi dal calpestio di passi distratti. Giunge ora nella piccola piazza del Carmine, l’attendono le compagne e si riavviano. A lei pare dispiaccia calpestare quel tappeto di fiori e saltella leggera, vola quasi come farfalla. Ha il risolino in bocca e non è per niente impacciata: le sue scarpe nuove scricchiolano sul selciato allegro della stradina che conduce alla chiesa madre.
La gente continua ad affluire sul sagrato: dal rione Molinelle, dal Piano della fiera, dalla via Nazionale, dal quartiere Vitusa. Ho occhi solo per il suo splendore. Eccola, la vedo così come allora…Da quella volta penso di amarla perdutamente; e rimarranno ignoti i motivi per cui proprio lei s’impadronì del mio cuore. Avevo poco più di dieci anni, quando sentii nascere questa gioia dentro, e oggi il ricordo e la trepidazione che provavo allora, producono in me la stessa ebbrezza. Un mistero. Eppure è sempre rimasta una storia minuta, piccola e senza clamori; mai cresciuta o diventata adulta. Un amore mai maturato; di certo non corrisposto perché mai rivelato.
Che grande nostalgia e che patimento quando durante le notti della fredda stagione sentivo il fragore dei tuoni e il vento fischiare nella piazza; oppure d’estate quando la luna piena spuntava proprio sul suo tetto. Non potevo fare a meno di pensarla tutte le volte che i primi fiocchi di neve annunciavano l’arrivo di Babbo Natale e della Befana. Immaginavo di salire sulla slitta dell’uno o sulla scopa dell’altra per calarmi anch’io giù per il suo caminetto, guardarla mentre dormiva e lasciare il suo pupazzetto sopra il comodino. Odiavo il lungo inverno perché non la vedevo. Il suo pupazzetto che strinsi sotto il mio cuscino, dopo qualche giorno glielo lasciai sul gradino della scala. Ho pensato non so quante centinaia di volte al magico primo sorriso che mi regalò quel giorno. Avrei voluto che la gente tutta sparisse d’incanto per poterla afferrare per mano, portarla in chiesa e sposarla. Ma io la seguivo da lontano con la palla sotto braccio, i calzoni corti e le ginocchia sbucciate.
Ero innamorato perso di lei, ma timido. Troppo timido. Non sarei mai riuscito a rivelarle niente di ciò che provavo, ne ero certo… Le rare volte che mi capita di ritornare da te, paesello mio, faccio la prima tappa davanti al muretto sotto casa di nonna, che cinge l’orto dei fichi: lì è custodito il mio segreto di allora, proprio lì ho firmato il mio inconfessato amore per lei. L’ho suggellato sulla pietra quand’ero bambino. Una pietra liscia in mezzo a tante altre uguali.  Su di essa ho intagliato a caratteri grandi, le iniziali del mio nome vicino alle sue, dentro una scanalatura a forma di cuore. Senza freccia. Emozionato e con i lucciconi agli occhi come un bambino, gratto il muschio cresciutole sopra ed ecco la mia lettera, ecco la sua: paiono abbracciarsi.  Non ho mai avuto coraggio di dirglielo a voce o scriverlo con inchiostro quello che sentivo: ho solo usato la punta di un chiodo d’acciaio “ottantino” e il martello, come un maniscalco.  Spesi interi pomeriggi di sonnolenta afa estiva in quel vicolo sperduto ai margini del paese, per evitare d’essere visto, e ho inciso più in profondità che potevo le nostre lettere: la mia F e la C di Chiara.
È stata una storia mancata che poteva essere e non è mai stata. Mi restano addosso solo balenii di ricordi, forse qualche piccolo rimpianto.
Quelle lettere d’amore scavate sulla pietra sono le uniche tracce che testimoniano lo sbocciare del mio primo sentimento amoroso; un segno, indelebile seppur fuggevole, del suo passaggio nella mia vita.

 

Al secondo posto della categoria Adulti con un totale di 57 voti su 60, si è classificata la lettera con n. prot. 16, avente titolo “Alla mia terra, alla mia Calabria, alla mia casa”, dell’autrice Incutti Angela di Montalto Uffugo (CS).

Alla mia Terra. Alla mia Calabria. Alla mia Casa.

Cosenza, 17.03.2017
Ti ho amato da lontano in questi ultimi dieci anni. Ti ho amato di un amore viscerale e profondo, come il primo amore che ti si attacca alle ossa e non ti lascia mai davvero. Quell’amore silenzioso e puro che niente e nessuno potrà scalfire mai. Ti ho amato senza pretendere nulla in cambio. A te, che ogni volta che ti rivedevo eri diversa. Invecchiata. Con una ruga in più. Profonda come un solco scavato nella terra. Mi sono sentita fuori posto quando tornavo e ti vedevo cambiare in quell’immutabile silenzio. Mi sono sentita come se ti avessi tradito e tu ti fossi dimenticata di me. Perché in fondo un po’ è stato come tradirti quando me ne sono andata.
Eppure t’amavo. T’amavo di quell’amore che a diciott’anni non può bastare. E allora ho raccolto la mia vita in una valigia gonfia e ti ho salutato. Col cuore pieno di lacrime. Di speranza e di paura. Me ne sono andata perché volevo sognare. Me ne sono andata per tornare. Con la consapevolezza che niente sarebbe stato uguale. Ché il tempo non si ferma ad aspettarti. Ho imparato a cacciarle indietro le lacrime quando mi mancavi. Quando il cielo grigio di una città lontana mi faceva sentire una straniera in casa d’altri. E tu, tu che eri Casa, col tuo azzurro cielo, eri lontana centinaia di chilometri. E mi mancavi quando le fotografie di chi avevo lasciato mi rimandavano i colori di quel mare che mi sembrava di sentire sulla pelle. Mi sei mancata nelle giornate uggiose quando avrei voluto sentire sulla faccia il calore che solo tu sapevi darmi. Ci ho pensato delle volte a tornare. A prendere coraggio e a dire addio alle speranze. Al sogno. Ma se a partire ci vuole coraggio, ce ne vuole ancora di più a rassegnarsi a sentire quel vuoto dentro pur di rincorrere quel sogno. Il mio sogno era lì, a 700 chilometri da te, in una città diversa e sconosciuta, una Terra che col tempo ho imparato ad amare. Ma il primo amore non si può dimenticare. Nemmeno se la vita ti regala un nuovo amore. Resta sempre lì, nell’angolino più nascosto del cuore. E puoi anche non pensarci più. Puoi anche andare avanti con la tua vita, ma un giorno quando per caso lo rincontri senti quella stessa emozione di tanti anni prima. E non importa se nella tua vita c’è un nuovo amore, non importa quanta felicità questo nuovo amore sappia regalarti. Avrai sempre le farfalle nello stomaco per quell’incontro. Sentirai sempre un colpo all’anima. E per me oggi è così. Oggi che ti scrivo questa lettera. Una lettera d’amore che non chiede niente in cambio. Amara, come sono amare le mie lacrime. Come lo erano dieci anni fa, quando me ne sono andata via da te. Come lo sono oggi che ti vedo cambiata, eppure in fondo sempre uguale. Ho incontrato tanti compagni di viaggio in questi anni. Tanti compagni di viaggio che mi hanno raccontato di te. Qualcuno innamorato delle tue strade, dei tuoi odori, dei tuoi difetti, proprio come me. Qualcuno arrabbiato, ferito, distrutto dalle tue contraddizioni, dalle tue ingiustizie. Ma ognuno di loro aveva nel cuore una consapevolezza triste: doveva andar via per realizzare il proprio sogno. E non importa che sogno fosse. Non importa che ognuno di quei compagni di viaggio che ho incontrato avesse un sogno diverso. Non c’era spazio per nessuno dei loro sogni nella nostra Terra. Ognuno di noi, con la tristezza nel cuore, sapeva di dover andare via.
Oggi io sto tornando da te. Sto tornando con le stesse paure nel cuore e le stesse lacrime negli occhi di dieci anni fa. So di trovarti cambiata. E so di essere cambiata io. Ma oggi il coraggio che ho avuto, io come tutti i compagni di viaggio che ho incontrato, dieci anni fa a lasciarti andare, è quello di tornare. Ché tu, con tutte le tue contraddizioni e i tuoi difetti, sei e sarai sempre il mio primo amore. Quello che ti si attacca alle ossa e non se ne va. Mai. E non voglio niente in cambio. Non pretenderò niente da te dopo tutti questi anni. Se non potermi svegliare ogni mattina, seppur con le stesse incognite e con le stesse paure, con la consapevolezza che questo è il mio posto nel mondo. Se non aprire gli occhi ogni giorno e sapere di essere tornata a Casa. Una Casa bistrattata, ferita, calpestata. Una Casa che ha sofferto e soffrirà ancora. Ma una Casa che sa farti sentire amata.

 

Al terzo posto della categoria adulti con un totale di 53 voti su 60, si è posizionata la lettera con n. prot. 80, avente titolo “Cara Accumoli ti scrivo”, del sig. Emilio Limone di Fiuggi (FR).

CARA ACCUMOLI, TI SCRIVO
Scrivere? È un toccasana, una valvola di sfogo. Eppure non basterebbe un libro intero a liberarmi il cuore da un’eco assordante, torrenti d’inchiostro non rimedierebbero all’improvvisa siccità di un’anima scossa. Tuttavia voglio scriverti, cara Accumoli. Agrodolce casa mia, stazione di passaggio in una breve sosta sul lungo binario della vita. Innanzitutto, ti devo delle scuse. Sarei ipocrita se affermassi che avrei voluto essere tuo per tutta la vita, sapevi bene che più di qualche anno non sarei rimasto: l’ho confidato ai tuoi figli tante, troppe volte. La premessa, però, era sempre la stessa: “nulla contro di voi, che porterò sempre nel cuore”. Ed era la verità: per due anni sono stato un leale accumolese, la mia giovane famiglia un tassello della comunità. Perché, allora, scusarmi? Perché ci sono sempre stato, o almeno ci ho provato, di giorno e di notte, libero o indaffarato, per reali esigenze o per una semplice parola di conforto, senza mai tirarmi indietro un istante; eppure, nel momento più tragico della tua storia io non c’ero. Quindici giorni, solo quindici, si sono interposti tra il mio saluto e l’inferno che ti ha impunemente stuprata. Sono consapevole che se non fossi andato via, probabilmente non sarei neanche qui a scriverti. Eppure non c’è giorno in cui il mio cuore, stringendosi a sé quasi soffocando, non mi faccia sentire un inconsapevole fuggiasco. Quando, dopo il terremoto del 24 agosto 2016, sono tornato in Piazza San Francesco e non senza difficoltà sono entrato nell’alloggio semidistrutto dove fortunatamente erano presenti solo masserizie ed effetti personali, pronti per un trasloco mai effettuato, a polvere e macerie si sovrapponeva il ricordo dei momenti vissuti. L’arrivo tra mille aspettative e la speranza di una serenità da tanto agognata. Il pancione di mia moglie che, settimana dopo settimana, cresceva coccolato dalla tranquillità del verde panorama. La stima della gente. I primi sorrisi del nostro primogenito, le sue prime sillabe, i primi capricci, i primi passi, le pappine, i giochi. La nuova gravidanza. L’arrivederci. La nascita della secondogenita. Il ritorno. L’addio. Sì, immagini come un treno ad alta velocità, così rapide da sfuggire alla presa della mente ma non del cuore. Vorrei sfogliare il diario dei ricordi, soffermarmi su un singolo momento, accarezzare istante per istante un aneddoto, eppure non ci riesco: è questo l’effetto che fa un’emozione trinciata dal rifiuto della realtà? Eri bella, Accumoli. Le tue frazioni, spopolate eppure pregne di un’identità forte, a tal punto da voler ancora sentirsi chiamare “paesi”. Le passeggiate tra i caratteristici scorci in pietra, con la neve o con un sole primaverile anche in agosto. Il silenzio quotidiano di un borgo abbandonato a se stesso eppure felice. Ecco, questo avrei dovuto capire, quando mi chiedevo come fosse possibile programmare una vita intera in un posto certamente sano e tranquillo, ma logisticamente disagiato: un’esistenza è felice quando ti accontenti di ciò che hai. E tu, Accumoli, nel tuo piccolo donavi a chi ti ha vissuto sin dalla nascita l’orgoglio dell’appartenenza, il forte legame di sangue con la terra natia, ruspante, testarda ma generosa. I tuoi figli avevano “poco”? Ebbene, quel “poco” è la ricchezza più grande che adesso a loro manca. Eravamo una piccola-grande famiglia. Probabilmente anche fin troppo litigiosa per essere così piccola, ma tant’è: ognuno di noi si incontrava anche due o tre volte al giorno, due chiacchiere davanti al gommista sotto gli occhi del pastore tedesco mascotte paesana, un caffè al bar in piazza o un aperitivo al bar accanto alla farmacia, l’ufficio postale aperto tre mattine alla settimana, il pane o lo zucchero al piccolo negozio di alimentari, il sabato sera la pizza di fronte al laghetto di pesca sportiva, un fumante piatto di gricia (pardon, “griscia”) nella frazione Grisciano dove anche la tappa per uno dei tanti caffè giornalieri era d’obbligo. Un salto ad Amatrice, dalla pediatra, dal medico di famiglia, dall’assicuratrice, in farmacia o per la spesa intermedia, due parole con i cari amici del bar sotto la torre, un saluto al sempre cordiale barbiere di fiducia, un sorriso ai familiari di amici e colleghi. Almeno una volta a settimana la mozzafiato Ascoli Piceno, una città bomboniera, per la grande spesa, una passeggiata, una serata romantica o tra amici. Al rientro ad Accumoli, nella quiete di Piazza San Francesco, capitava spesso di incontrare Andrea, Graziella, l’educatissimo piccolo Stefano e, negli ultimi tempi, il cucciolo Riccardo nel passeggino. Una famiglia, insieme a qualcun’altra, con cui avevo particolarmente legato, pur dovendo mantenere un doveroso distacco. Non ci sono più. Se non erro, le ultime persone salutate andando via da Accumoli, con la promessa di rivederci quando sarei tornato per il trasloco, sono state proprio loro. Un destino maledetto ha colpito chi non lo meritava. Mentre scrivo piango e forse perdo lucidità; perdonami, Accumoli, ma fa male. Ho in mente l’eco delle parole dei genitori di Andrea, suoceri di Graziella e nonni di Stefano e Riccardo: “Vi volevano bene, ci dicevano di non volersi legare troppo a voi perché sapevano che prima o poi sareste andati via e ci sarebbero rimasti male”. I loro volti, ora, sono nella foto che i loro cari hanno donato a parenti ed amici, nella mia camera da letto accanto alle foto della mia famiglia. Lì e nel mio cuore, insieme al mio caro barbiere amatriciano con lo stile d’altri tempi ed alla sua signora; alla giovane, timida e sempre sorridente moglie di un grande amico, ai tanti volti incrociati poche volte o scrutati a lungo, inconsapevole che non li avrei più rivisti. Scusami, Accumoli, per aver voluto a tutti i costi andare via. Grazie, Accumoli, perché nonostante tutto i tuoi figli mi vogliono ancora bene e mi definiscono “uno di loro”. Forza, forza Accumoli.

 

Sono state assegnate alla categoria adulti le seguenti menzioni speciali:

Menzione per la profondità della tematica affrontata e per il lodevole messaggio di grande umanità alla lettera avente prot. n. 54 avente titolo “Nel mare della mia mente” dell’autore Esposito Alfonso di Battipaglia;

 

NEL MARE DELLA MIA MENTE                                                      Battipaglia 25/03/2017

Prologo Quanto segue è la trascrizione di una lettera, indirizzata agli italiani, che io stesso, una mattina di primavera, ho trovato in una bottiglia di plastica trasparente con il tappo rosso. La bottiglia portata avanti dalle onde e indietro dalla risacca, galleggiava perfettamente, l’ho raccolta con l’intenzione di metterla nei rifiuti ma dentro c’era un foglio a quadretti piuttosto mal concio. Mi trovavo su una spiaggia del mare della mia mente, immerso nei pensieri freddi e umidi di quanto sta accadendo nel Mediterraneo. C’è poca fantasia in quello che leggerete e molti fatti veri. Non ho intento di intristire il viso della vostra anima ma di aprire gli occhi della vostra coscienza.

22 dicembre 2016
Ciao Fratelli Italiani, il mio nome è Sefaf Barole Negash sono eritreo di Asmara. In questo momento mi trovo a largo della costa libica, per la seconda volta provo a raggiungere l’Italia. Siamo accalcati su un peschereccio, scrivo poggiandomi sul bordo della barca, siamo in tanti fa molto freddo, per fortuna io mi trovo all’aperto, meglio il freddo che la stiva.  Mio nonno mi ha insegnato la lingua italiana prima di finire tra gli epurati nel 1994, nel mio paese ho provato ad essere un giornalista fino a che ho potuto, poi sono dovuto fuggire. Chi, se mai leggerà questo scritto, insieme all’anima di mio nonno perdoni il mio italiano incerto e la grafia scossa dai colpi del mare. Se Dio ci assiste tra tre giorni saremo a Lampedusa o tra quattro su qualche costa italiana.  Ho portato con me carta e penna, finalmente posso scrivere, su questo barcone pullulante di corpi ho più libertà che nel mio paese. Fratelli italiani, fratelli europei lascio a questi pochi fogli ciò che ho visto con i miei occhi e vissuto sulla mia pelle, se non dovessi riuscire a consegnarla con le mie mani la lascio al mare. Il mare è buono oggi, è la seconda volta che tento la traversata la prima fu nel maggio del 2004, ci imbarcarono su un peschereccio vecchio come questo, eravamo 172 quasi tutti eritrei, ora ci sono uomini e bambini provenienti dalla Somalia, dalla Libia, dal Gambia, dal Burundi, dalla Guinea, dalla Costa d’Avorio, dalla Nigeria ci sono anche alcuni marocchini e algerini molto giovani, ognuno con la sua storia, ognuno di loro fugge da qualcosa di spaventoso, pochi vanno alla ricerca di fortuna. La prima volta nel 2004 il barcone finì alla deriva ma poi riuscì ad invertire la rotta, ci arenammo su una spiaggia libica, cercammo una direzione in cui fuggire ma fummo arrestati e portati nel carcere di Misratah poi trasferiti in uno di Tripoli. Un giorno ci vennero a prendere i militari, ci portarono all’aeroporto era il 21 luglio, con quattro voli in due giorni ci riportarono in Eritrea. All’aeroporto di Asmara ci venne a prendere l’esercito, lo stesso esercito da cui eravamo fuggiti, esercito di un regime che ci imponeva un servizio militare a tempo indeterminato, nessuna libertà di opinione e di culto. Ci caricarono su dei camion e ci portarono a Gel’alo sul mar Rosso, ci rendemmo molto presto conto che non si trattava di un carcere ma di un campo di lavori forzati. Una cinta di rovi folti e spinosi rendeva impossibile evadere, eravamo circa 500, ci attendevano giorni di inferno. Al mattino l’appello alle cinque, alle sei al lavoro nel cantiere di un lussuoso albergo, sorvegliati e bastonati dai militari, scalzi e denutriti a 40 gradi di temperatura, l’unico cibo era pane e acqua. Quella tortura durò dieci mesi, poi ci portarono nel campo di addestramento militare di Wi’yan per il servizio di leva a vita, nessun contatto con la famiglia nulla di nulla. Per fortuna il nostro barcone continua a navigare verso l’Italia, stiamo stretti, strettissimi, c’è cattivo odore, la maggior parte di noi non si lava da mesi, su questa nave disperata è difficile anche sporgersi per fare i propri bisogni, molte persone si lamentano altri addirittura litigano, i bambini stanno in silenzio, dalla stiva sale un puzzo acre di gasolio e uomini. Sta facendo notte, il freddo è pungente, ci penetra nelle ossa, il nostro capitano è così drogato che sembra immune al sonno e al freddo.

23 dicembre 2016
Riprendo a scrivere che il sole è già alto, la prima notte è stata dura, per fortuna il tempo è ancora buono e l’Italia è più vicina. Ora sul barcone c’è un grande silenzio, c’è solo il rumore del motore, intorno a noi si materializza il nostro ultimo terrore, decine e decine di corpi senza vita, gonfi come palloni, alcuni laceri e tutti sbiancati dall’acqua del mare. I morti non ci spaventano, la morte, la morte violenta per noi africani sembra essere normalità. Sono fuggito dal campo militare nel 2007, ci ho messo nove anni per riuscire a riprendere il mare, quello che ho visto e quello di cui mi sono reso conto nei miei nove anni di fuga e ben più mostruoso di quello che galleggia in acqua in questo momento. In questa mia missiva mi rivolgo maggiormente ai fratelli italiani perché da eritreo ne conosco il bene e il male, io li perdono per quanto sto per scrivere ma chiedo loro aiuto. Ho scoperto nei miei nove anni di purgatorio che gli aerei libici che ci rimpatriarono erano stati pagati dagli italiani e che l’albergo che noi schiavi esuli abbiamo costruito è nato grazie ai fondi stanziati dall’Italia per lo sviluppo eritreo in cambio di politiche contro l’immigrazione. Fratelli italiani, come potete pensare di fare accordi con un regime che non rispetta i diritti fondamentali dell’uomo? Ho scoperto anche che l’uomo che l’Italia mandò alle conferenze di Khartoum, dove vi erano tutti i rappresentanti dei governi del Corno d’Africa, è ora ai vertici di una grande azienda dei petroli. Fratelli Italiani chi vi amministra da soldi al regime eritreo, li da tramite cooperazione internazionale affidandola ad aziende italiane, questa è solo una diversa forma di colonialismo e noi siamo l’effetto collaterale dell’elisir di eterna giovinezza che l’occidente si procura bevendo il sangue nero. Gli eritrei conosco bene il colonialismo italiano, con il dispiacere nell’anima vi dico che anche il regime eritreo ricorda bene il colonialismo italiano, soprattutto le torture da voi ereditate, che io stesso ho subito e con le quali ho visto soffrire e morire la mia gente, per mano di se stessa. Queste pratiche in Eritrea hanno ancora nomi italiani “Otto, Ferro, Elicottero” la più assurda si chiama “Gesù Cristo”. Ho visto uomini appesi ad alberi legati per le braccia con le punte dei piedi a sfiorare il terreno morire di asfissia come se crocefissi, alcuni di quelli che dopo una settimana non erano morti, li ho visti sostenuti da pochi nervi e pelle, dato che le braccia erano oramai staccate dal corpo.  Sul barcone la sofferenza è diventata palpabile, qualcuno è allo stremo, i lamenti si sono moltiplicati, è quasi di nuovo notte, domani potremmo approdare a Lampedusa, potrebbe così finire il nostro olocausto. Penso all’Eritrea che è diventata un arcipelago di Gulag sorti dove prima c’erano i campi di concentramento del colonialismo italiano, ora avanti e dietro di noi c’è solo mare e speranza, sono stanco.

24 dicembre 2016
E’ la vigilia di Natale, ma oggi è un giorno speciale non solo per noi cristiani su questa barcaccia, dovrebbe essere per tutti il giorno dell’approdo. Siamo stremati, abbiamo sete, fame e freddo la speranza ci fa resistere, quando non scrivo provo a riposare, ascolto le storie dei miei vicini. Io so che voi, cari fratelli europei ci considerate un problema e nel migliore dei casi una emergenza umanitaria ma noi siamo una emergenza politica, aiutateci se potete. La nostra Africa è oggi un mosaico insanguinato e disgregato, la violenza e l’efferatezza che ci ha invaso è tanto più mostruosa di quella che l’Europa ha conosciuto nella prima metà del novecento, solo che di noi il cinema non ne parla, il mondo dell’informazione è per lo più al soldo di chi usa la nostra tragedia per spostare distorti equilibri a favore di pochi. Gli africani sono diventati i peggiori carnefici di loro stessi. Ora sono troppo stanco, affamato, addolorato e infreddolito per scrivervi quello che dovreste già sapere. Voglio pensare che stasera approderò in Italia e se qualcosa dovesse andare storto almeno saprete il mio nome, non finirò come i miei fratelli migranti raccolti in mare e sepolti senza nome. Quel poco della mia storia e del mio messaggio sarà letto da qualcuno e così non sarà stato tutto vano.  25 dicembre 2016
Siamo ancora in mare. Abbiamo urtato qualcosa e la botta mi ha svegliato, non so dove ci troviamo ma non si vede alcuna costa. Al quarto giorno questa non è più una barca ma un cadavere galleggiante brulicante di larve semimorte. Sento delle grida provenienti dalla stiva, la barca sembra sempre più lenta, da una portella di coperta esce la testa di un uomo che grida “ACQUA!!!”, non è sete, stiamo affondando.
Ora metto i miei fogli nella loro scialuppa di plastica, salvo di me quello che posso salvare. Epilogo Il barcone di Sefaf non ha mai raggiunto le coste italiane. Stime parlano di 23.000 morti negli ultimi dieci anni nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, il vero numero è sconosciuto, studiosi di statistica dicono che in questi casi il numero probabile è dieci volte superiore a quello delle stime ufficiali, se così fosse i morti in mare potrebbero essere 230.000, non conosceremo mai il numero esatto né i loro nomi, sappiamo però che questo è un numero destinato ad aumentare. Nei giorni di Natale del 2016, complice l’anticiclone africano in molti hanno tentato la traversata, sono stati tratti in salvo in mare 417 esuli, tra cui una donna incinta e un’altra che aveva da pochi giorni partorito su un gommone. I migranti sono solo la punta dell’iceberg di quanto sta accadendo da decenni in Africa, noi Europei che ci facciamo promotori di musei sulla memoria, del giorno della memoria, che ci riempiamo la bocca con propositi di pace, che auto celebriamo la nostra consapevolezza di ciò che non deve più accadere, non possiamo continuare a far finta che al di la del mare la ferocia umana non sia più spietata che mai e che noi non ne abbiamo Responsabilità. Diamo adito a propacanducole perché ci fa comodo, perché siamo così egoisti da avere paura dei nostri fratelli africani, medio orientali o asiatici che siano. A causa di queste correnti di pensiero faziose e populistiche l’Europa, che poteva essere Unita e forte, è sempre più disgregata e debole, da faro dei diritti umani nel mondo sta diventando il continente dei muri. Sefaf ci chiede aiuto, per aiutarlo dobbiamo essere migliori e Fare scelte migliori, riconsiderare il nostro stile di vita, “dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo nel mondo” diceva Gandhi. Sefaf ci perdona traendo ispirazione dal suo idolo africano Madiba (Nelson Mandela), “il perdono e un’arma potente” diceva Mandela e diceva anche “il compito più difficile nella vita è cambiare se stessi”. Si citano nomi importanti per concetti semplici, perché non diventino mai luoghi comuni, tutto ciò che è stato enunciato da grandi uomini è alla nostra portata, ogni concetto più alto che conduca alla pace globale è alla nostra portata, la conoscenza ci può aiutare ma solo la volontà può generare un miglioramento.

 

Menzione per l’originalità artistica alla lettera avente prot. n. 53avente titolo “Lettera a Firenze “dell’autrice Cristina Giuntini di Prato.

5 Maggio 2016

Mia carissima Firenze,
Perdonami se ti scrivo così, senza preavviso, proprio in questo giorno in cui si celebra l’Ascensione e in cui tu sei intenta a festeggiare, adorna di fiori e splendente come non mai, davanti ai tuoi figli e a coloro che sono venuti a farti visita. Ma vedi, Firenze, ho urgenza di chiederti se per caso, perso tra la confusione e i colori della folla, tu non abbia visto il mio grillo. Non ti parlo, no, di uno di quei bassi e buffi veicoli a molla che amavamo tanto guidare, da bambini, nel giardino della Fortezza Da Basso. Non ho più l’età per questi giochi, e so che anche tu, Firenze, li hai mandati in pensione; per quanto, credimi, mi piacerebbe molto rivederli in giro, in un prossimo futuro.
Quello che ho perso è proprio un grillo, uno di quegli animaletti neri e canterini che, proprio in questo giorno, si acquistano, nelle loro gabbie colorate, alla fiera delle Cascine. Così come lo avevo acquistato io: e credi, Firenze, era un vero grillo, non una piattola spacciata da qualche venditore disonesto. Avevo controllato bene che avesse il suo bel collarino giallo! E pensavo anche di averlo chiuso bene nella gabbietta, ma mi sbagliavo: mi è bastato distrarmi un attimo, per permettergli di aprire la porticina e scappare via. E dire che gli avevo messo nella gabbia anche una foglia d’insalata, affinché non soffrisse la fame: ma quel furbone deve avere preferito andare alla ricerca di un bel pezzo di schiacciata fiorentina, per ubriacarsi di panna e zucchero a velo.
Diglielo tu, Firenze, che ancora non è settembre, e che stasera non saranno le rificolone variopinte a illuminare per lui le acque dell’Arno. Se lo vedi correre, con le antenne diritte, dal Campanile di Giotto a Palazzo Vecchio, guardalo dai mille tacchi dei turisti, che lo minacciano a ogni piccolo passo. Guidalo piuttosto in Oltrarno, fra le botteghe artigiane e le massaie cariche di sporte, ma fai attenzione a che non si perda fra i sampietrini. Io devo ripartire, Firenze, e non posso lasciarlo qui, o non troverò mai più pace.
Non mi credi, Firenze? Ti pare che io stia esagerando, nel dare così tanta importanza a un trascurabile animaletto? Hai ragione, e te lo confesso: non è il grillo che io sto cercando, ma il mio cuore.
Mi è sfuggito di mano più di vent’anni fa, quando ti ho salutata, e da allora vaga per le tue strade e le tue piazze, le tue chiese e i tuoi palazzi, senza che io possa fare niente per riportarlo indietro. E non importa quanto poco io mi sia allontanata da te, e quante volte torni a farti visita, e a cercarlo: lui non si fa trovare. Si nasconde fra le illustri tombe di Santa Croce, o nel ricamo di un tabernacolo che non avevo mai notato prima, corre su verso Piazzale Michelangelo ma, quando credo di averlo in pugno, si ributta giù, verso Ponte Vecchio. E allora, Firenze, sappilo, non puoi più giocare con lui: o me lo rendi, o riprendi con te anche me. Scegli.
Con infinito amore.

 

Menzione alla migliore lettera internazionale alla lettera con prot. n. 20 dal titolo “ Tierra lejana, una historia, un amor!” dell’autore Horacio Antonio Tedesco di Capilla del Monte, Buenos Aires, Argentina.

Terra lontana, una storia, un amor!

Terra lontana,
dopo tanti anni la Madonna mi ha concesso la grazia di essere in grado di fare un viaggio, un viaggio il cui pensiero mi ha inseguito giorno dopo giorno; era così forte che addirittura, addormentandomi, sognavo della Vergine.
E così nel mese di settembre dello scorso anno sono arrivato a San Sosti avverando il mio sogno. Ho conosciuto parenti, amici e connazionali: è stato emozionante! Il giorno del mio arrivo ho percorso il centro storico con mia cugina Tommasina e con un’emozione rara nell’anima, senza lacrime e senza sorrisi, ad ogni passo mi domandavo incredulo se fossi nella terra dove è nata la mia storia, il mio sangue. Eppure nel respirare quell’aria non sentivo nulla di strano, perché quel profumo era il mio.
A piedi lungo la via Regina Margherita ho immaginato i primi passi di mio padre ripercorrendoli ogni giorno della mia permanenza con il cuore colmo di sentimenti…non scorderò mai la gioia di ballare la tarantella a notte fonda in via Nazionale circondato da amici e parenti e non dimenticherò mai come con grande fede si festeggi la Madonna prostrandosi dinanzi al suo sacro mantello!
Che forte che sei San Sosti, terra lontana, terra di storia e d’amore indimenticabile.
Parlo a voi compaesani, così come a un fratello. Tante cose avrei voluto fare ma il breve tempo ha giocato contro. È molto difficile esprimere la felicità di avervi conosciuto e scrivere facilmente di tali grandi sentimenti poiché si sentono solo con il cuore! Vorrei chiedere scusa, perché le circostanze della vita ci hanno separato; da questo allontanamento a San Isidro, in Argentina, sono nato io ed è lì che ho sentito pronunciare il nome di San Sosti. Ma, nonostante la distanza, cari compaesani, siete e sarete parte della mia vita.
Mi inginocchio a voi, alle vostre strade e montagne, all’alba del giorno e al cielo notturno, mi inginocchio davanti alla vostra fede e alle vostre tradizioni e mi inginocchio davanti all’immagine bella della Madonna del Pettoruto, che mi ha fatto il miracolo di poter essere con voi. Oggi, addirittura, siete stati anche nelle mie orecchie allorquando durante la notte, nei miei sogni, rievocavo il suono delle campane della chiesa di Santa Caterina, con la sua aria di pace.
Tu San Sosti sei una sorella lontana, sei la mia origine e la storia di un amore che custodisco gelosamente nel cuore, nell’anima e nella mente. Grazie per essere parte di me, ci ritroveremo, per riabbracciarci e scrivere così, ancora più forte il nome di San Sosti nel profondo del mio cuore.
Tuo figlio, per sempre.

 

Tierra lejana, una historia, un amor.

Y así después de tantos años la Madonna me ha concedido la gracia de poder hacer el viaje, viaje que en esto últimos años lo pensaba realizar día a día, fue tan fuerte que hasta dormido he soñado con la virgen, y así fue en septiembre del año pasado 2016, después de un largo viaje llegué a San Sosti, el sueño se me había cumplido, el recibimento de parientes, amigos y paisanos ha sido emocionante, al otro día de mi arrivo debería hacer honor de pisar y caminar el centro histórico, y en compañia de mi prima Tommasina caminaba con una emosión interna que solo envolvía mi alma, sin lágrimas, y sin sonrrisas, solo a cada paso era un pensamiento propio de querer darme cuenta en donde estaba, sí en la tierra que es propio de mi origen de mi sangre, al respirar no sentí nada extraño, porque su aroma era el mio, caminar por la Via Regina Margherita imaginaba los primeros pasos de mi padre y así lo hice yo, vueltas y vueltas cada día me llenaban el corazón de sentimientos…que alegría que tuve al bailar la tarantella una noche rodeado de amigas y de parientes era como dejar marcados esos pasos en la Via Nazionale..y después lleno de Fe llegó el inicio de la Fiesta de la Madonna, donde culmino su fiesta postrado ante su bello manto…que fuerte que sos  San Sosti, tierra lejana , tierra con historia y un amor por vos inolvidable, te hablo así como a un hermano, tantas cosas hubiera querido hacer por tú nombre , pero el tiempo tan corto me jugó en contra, es muy difícil expresar con la mente y escribir los sentimentos porque ellos solo se sienten con el corazón! Quisiera pedirte perdón, porque por circunstancias de la vida los mios y otros debieron partir, por esa partida y nacido en San Isidro Argentina rodeado de sansostesi hoy puedo pronunciar tú nombre porque, sos y serás parte de mí vida..me arrodillo ante tú gente, ante tus calles y montañas, ante tú firmamento de día y de noche, me arrodillo ante tú Fe y Tradición me arrodillo ante la hermosa y resplandeciente imagen de tú Madonna del Pettoruto, que me ha hecho el milagro de poder estar con vos. Hoy, aún llevo en mis oídos cuando  las noches en mis sueños escuchaba el sonar de las campanas de la iglesia  de Santa Caterina,  con tú aire de paz. Sos como toda tú gente, un hermana tierra lejana, sos mi origen con una historia y un amor que llevo en mi corazón, alma y mente. Gracias por ser una parte de mi historia viva. Regresaré para volver a abrazarte hermano ó hermana y escribir tú nombre San Sosti en lo mas alto de mis sentimentos, Orazio Antonio Tedesco, tú nieto , tú hijo por siempre!

 

Menzione per la migliore lettera in lingua locale alla lettera n.31 dal titolo “Littra” dell’autore Mario Signoretti di Spezzano Albanese (CS).

Littra

Car’Amicu Ca vieni a visità a terra mija
– un t’aspittà i ti truvà u mod’ i vita tuva, i regole di tuva, picchì nuv’ avimu u modu nuastu i viva;
– un pitrenna ca cangiamu i tradizioni noste ppì i fa guali ari tuva picchì divintamu a brutta copia i chiri ca simi;
– un ti lamindà si i cosi un zu perfetti o un zu stati fatt a regola d’arti picchì a storia nosta u nnè fatta i perfezioni, ma i tanti cosi diverse ca mis inziemi anu fatt nu popolo unico e speciali. Pirciò, quannu ni vjien a fa visita, u nnè ca ti truavi frabbiche o negozzj granni, genda fridda e pressarula, ma na natura sirvaggia, cuazzi i tanti culuri, mundagni ca si jettanu nda mare e genda singera pronda a ti da na mana e ti fa passà nu poco i tjiemp ccu loro.

Car’ Emigrande
Ca ti ricuagli aru pajisi tuttu cundient o ca ti cià vo sendi ppù fatt ca ha fatt’ i sordi fora
– un rimani scundiend s’un canusci chiù a nuddru, picchì ognun’ i loro ghe figliu du tjiempu suva ca u nne’ u tuva;
– un ti scunburtà s’un truavi i cumbagni i na vota picchì ognuno i loro ha pigliat’a vija suva e sa jut’ a truvà u distinu;
– un t’addummannà picchì u pajisi u nnè cangiatu, picchì tu si ca si cangiatu;
– un ti rattristà picchì ghe muartu nu car’amicu, picchì ghe nda natura da vita nascia, criscia e mora. Pirciò ricordatillu ccu tanta gioia ppi tutt’ i voti ch’aviti jucatu ndi vineddre, ruttu vitri cu paddrunu, arrubbati cirasi di troppi, liticati picchì na guagliuna v’avija guardati, spartutu nu pjiezz i paninu, scialati e cantati davanti a nu bicchjier’ i dudici a litro e na fisarmonica ca facij’ avand e arrieti.

Caro Pajisanu
Ca si natu e crisciutu nda stu paisjieddru calabbrisu.
– un ti dispirà picchì un zi trova lavuru, picchì u nuastu ghe statu sempi nu pajisi adduvi a gendi parta, si ricoglia o un si ricoglia cchiu;
– un disprizzà u vicinu ppì nu salutu ch’un t’ha fatt, ppì nu rumuru i tropp o picchì a penza politicamendi diversu picchì tu ti po’
– truvà nda stessa condiziona;
– un pigulijà picchì ndu pajisi un c’è cchiu genda ppà via picchì a vita ghe fatta i periodi e a genda va circannu spiranzi.
Anzi, mbegnati ppu pajisi tuva, ppà genda tuva, minda a disposizioni u tjiempu tuva o trovatillu, mindaci a passiona picchì sul’accussi u po’ fa cchiù riccu, un fa cunti supa ogni cosa, porta avandi l’usanzi, accumbagna a San Branciscu puri ca un ci cridi, difenda a linga tuva e un ti fa pari vrigogna, tjieni semp avandi u numi du pajisi tuva e da Calabbria, puri sapjienn ca ci su tanti cosi i cangià, accoglia a genda chi passa, cunda i fattarjieddri nda nu modu bellu, e falli para ncredibili e mai sinduti, fa ripiglià i vicinanzi, i vjareddri, i mod’ i fa o i dì, cunda a storia di nanni e di catananni, picchì sul’accussì u pajis po’ stipà a mimoria e un zi nni và aru scuardu. Si sti cosi u nni vò fa, allura po divindà na pirsuna senza cori, senza storia, senza numi, scurdatu aru pajisi tuva e strajinu ndu rjiest i l’Italija e du munnu.
Si inbece ci rjiesci allura tu po ghess cundiend i tija e du pajisi tuva, gratificatu da fatiga e i chiri ca si risciutu a fa, po ghess na pirsuna stimata e vuluta beni e sa vita t’avissida purtà ad ancun’ata rasa i munnu allura po ghessi sicuramendi cchiu gutilu aru pajisi adduvi si jutu a stà picchì ti puarti arrjieti l’esperjienza i nu munnu diversu.

Car’Amicu, Emigrande e Pajisanu cu tant’ affettu Maruzzu vuastu.

 

Lettera (traduzione)

Caro Amico
che vieni a visitare la mia terra,
– non aspettarti di trovare il tuo modo di vivere, le tue regole perché noi abbiamo il nostro modo di condurre la vita;
– non pretendere che modifichiamo le nostre tradizioni per adeguarle alle tue perché diventeremmo la brutta copia di quello che siamo;
– non lamentarti se le cose non sono perfette o non sono state realizzate a regola d’arte perché la nostra storia non è fatta di perfezione ma di tante varietà che messe insieme hanno fatto un popolo unico e speciale. Pertanto, quando verrai a farci visita, non troverai fabbriche e centri commerciali, gente algida e frettolosa ma natura aspra e selvaggia, colline di infinti colorii, monti che si tuffano in mare e gente schietta pronta a tenderti la mano e a condividere il suo tempo col tuo.

Caro Emigrante
che torni al paese con entusiasmo o con la boria di chi si è realizzato altrove
– non rimanere deluso se non riconosci più i volti perché ognuno di loro è figlio del suo tempo che non è il tuo;
– non abbatterti se non trovi gli amici di allora perché ognuno di loro ha preso la sua strada ed è andato incontro al suo destino;
– non chiederti perché il paese non è cambiato perché sei tu che sei cambiato;
– non rattristarti per la perdita di un caro amico perché è nella natura degli esseri viventi nascere, crescere e perire.
Piuttosto ricordalo con infinita dolcezza per tutte le volte che avete giocato nei vicoli, rotto vetri col pallone, rubato ciliegie dagli alberi, litigato per lo sguardo di una fanciulla, diviso un tozzo di panino, gioito e urlato a squarciagola davanti ad un bicchiere di 12 al litro e l’andirivieni di una fisarmonica.

Caro Paesano
che sei nato e vivi nel tuo paesello calabro
-non disperarti perché non c’è lavoro perché il nostro è sempre stato un paese di partenze, di addii e arrivederci;
– non denigrare il tuo vicino per un saluto mancato, un rumore di troppo, o solo perché è di un’altra opinione politica perché pure tu puoi trovarti nella stessa condizione;
– non lagnarti perché il paese si spopola e non c’ è gente per le strade perché la vita è fatta di cicli e la gente va in cerca di speranze.
Piuttosto impegnati per il tuo paese, per la tua gente, metti a disposizione il tuo tempo libero o prenditelo all’occorrenza, mettici passione perché solo così puoi arricchirlo, non fare calcoli su ogni cosa, alimenta le tradizioni, accompagna San Francesco anche se non sei credente, difendi il tuo idioma e non vergognartene, tieni sempre alto il nome del tuo paese e della Calabria pur sapendo che ci sono tante cose da migliorare, accogli viandanti e curiosi, racconta le piccole storie in maniera sognante e falle sembrare uniche e incredibili, fai rivivere i borghi, le viuzze, i modi di fare e di dire, racconta la storia dei tuoi nonni e dei nonni dei tuoi nonni perché solo così il paese avrà memoria e non cadrà nell’oblio e nell’indifferenza del mondo.
Se rifiuterai tutto ciò rischierai di diventare un uomo arido, senza storia, senza identità, dimenticato in casa e straniero nel resto d’Italia e del mondo. Se invece riuscirai allora sarai fiero del tuo paese e della tua appartenenza, gratificato dal tuo impegno e dai risultati, conserverai integra la tua identità e se le circostanze ti porteranno a vivere altrove sarai ancora più utile alla tua nuova comunità perché ti porterai l’esperienza e la ricchezza delle diversità.

Caro Amico, Emigrante, Paesano con affetto il vostro Mario.

 

Menzione per la migliore scrittura alla lettera avente prot. n. 41 dal titolo “Mio paese” dell’autore Mazziotti Salvatore di Castrovillari (CS).

Per la Categoria ragazzi 6-12 anni.

Con 59 voti totali su 60, al primo posto si classifica la Lettera con prot.n. 41/R , avente titolo “ In ogni battito…San Sosti”, dell’autore  Alessandro Dito di Nardò, in provincia di Lecce.

In ogni battito…San Sosti.

Ciao San Sosti,
mi riconosci? Sono tuo figlio.
Vivo in Puglia, ma spesso nella mia mente affiorano i momenti vissuti con il mio papà tra le tue antiche stradine.
Prima che questi si conservino nella memoria voglio condividere con te i ricordi che hanno avuto per me un fascino particolare e che mi hanno suscitato forti emozioni.
Ricordo il giorno in cui papà mi portò in Calabria a trovare il nonno.
Mi condusse al santuario del Pettoruto, luogo di pellegrinaggio e di grande bellezza e preghiera.
Quel giorno era la festa della Madonna e fui avvolto da migliaia di persone fortemente devote che recitavano preghiere e cantavano canzoni popolari.
Attratto da questo folklore mi sono unito a loro cantando e ballando con gioia.
Le emozioni più forti e più intense che mi accompagneranno per sempre nella mia vita, sono strettamente legate alla bellezza della cascata di Frà Giovanni luogo affascinante quasi irreale.
Qui Madre natura è esplosa in tutta la sua magnificenza.
Ripenso allo scroscio prepotente dell’enorme massa d’acqua, al suo cristallino colore e alla sua trasparenza, che con grande eleganza si lascia cadere nel fiume rendendo più suggestivo il paesaggio circondato da una vegetazione ricca di mille colori e sfumature di verde, accompagnato dal forte profumo di erbe aromatiche.
Ero circondato da orchidee selvatiche, ciclamini e camomille che inondavano l’aria con il loro profumo unito a quello della menta, dell’origano e dei pini.
Tra i rami degli alberi gli scoiattoli, saltellanti da un ramo all’altro, erano bravissimi a colpire me e gli altri visitatori con lanci di noci e castagne.
Troppo divertente!
Io sfregavo gli occhi per accertarmi che tutto ciò non fosse un sogno e con incontenibile meraviglia fissavo intensamente la cascata tanto che la mente mi portò a fantasticare…
Immaginavo una meravigliosa sirena dai biondi riccioli che portandosi una mano sul viso intonava un canto melodioso incantando i presenti.
Il mio papà, che mi teneva per mano, mi guardò, capì il mio stato d’animo e rise fragorosamente riportandomi alla realtà.
Ancora oggi quella risata risuona forte nella mia mente e, anche se il mio papà non c’è più, io lo ringrazio sempre per l’amore che mi ha trasmesso per la Natura e per il suo Paese.
Ora ti saluto San Sosti mio, verrò presto a trovarti per perdermi nella tua bellezza e per ritrovare mio Padre, perché come diceva lui: “Ccà ci tiagnu u cori mia” (Qua ci sta il mio cuore).
Un forte abbraccio, tuo figlio.

 

Con voti 58 su 60, al secondo posto si classifica la lettera con prot. n. 35/R avente titolo “Lettera al mio paese”, della classe IV sez. A dell’Istituto comprensivo di Melicucco, plesso Don Milani, prov. di Reggio Calabria.

 

Lettera al mio paese.

Caro paese mio,
ti scrivo questa lettera per dirti quanto di te sono innamorata.
Tu sorgi ai piedi di montagne e di colline a te vicine, nella Piana di Gioia Tauro, attraversata dal fiume Metramo, ricco di trote.
Già dall’origine del tuo nome greco “Melikokkos” (Melicucco), risuona la dolcezza del tuo clima e le tue terre fertili, ricchi di alberi da frutto, di agrumi, di viti, di grani, di ulivi che copiosi compaiono sulle nostre tavole!
Oh che gioia essere nata a Melicucco!
Tu, Paese mio, ogni anno mi fai rivivere l’emozione del Natale che arriva, quando, per le tue vie sento i profumi di “li zippuli” (le zeppole), ciambelle o bocconcini ripieni di baccalà, di sardine con la “nduja” fritte nel tuo saporito olio d’oliva, e l’aroma, che si spande nelle nostre case, di “li nacatuli” (le nacatole), dolci che preparano le nostre mamme e le nostre nonne per festeggiare la nascita di Gesù Bambino, insieme alle vicine che intonano nenie religiose.
E che dire poi del magico suono delle zampogne, che durante la novena accompagnano all’alba i fedeli per la messa.
Anche le piogge copiose che caratterizzano l’inverno, rendono le tue vie allegre e movimentate, in attesa della Primavera, esplosione di colori e di profumi che ci accompagnano fino alla Pasqua e riempiono i nostri cuori di una gioia nuova: la resurrezione di Cristo, la vita che rinasce. Nella Domenica di Pasqua, dopo l’”Affruntata” (Affrontata: incontro di Maria e San Giovanni con Cristo Risorto) aria di festa in tutte le nostre case, dove appaiono sulle nostre tavole “i maccarruni” (i maccheroni) fatti a mano e conditi con il sugo di capra. Fremiamo tutti, in attesa della Pasquetta, che trascorriamo con amici e parenti nelle nostre ricche e verdeggianti campagne mangiando “a suprezzata” (salame soppressato) e la “sguta” ciambella di pane con le uova.
Nelle tue tradizioni, nella tua semplicità delle cose io mi rifugio, ed è in te che voglio costruire il mio futuro, e voglio dare il mio contributo per migliorare la società, che spero diventi più umana e che rispetti sempre la famiglia e valorizzi gli insegnamenti che essa ci dà, per farci diventare costruttori di pace per un mondo migliore.
Ti lascio, Paese mio, chiudo gli occhi per addormentarmi nel dolce pensiero che domani, risvegliandomi, ti ritroverò vicino, a guidarmi e sostenermi nel cammino della vita.

 

Con voti 53 su 60, al terzo posto si classifica la lettera avente prot. n.40/R, Il mio paese (com’era), di  Aurora Gordano di Mottafollone (CS).

IL MIO PAESE
Caro paesino mio, ti scrivo questa lettera perché voglio raccontarti un sogno.
Mi trovavo su un paesino costruito su una bellissima collina e bagnato da due incantevoli fiumi. Era un paesino bellissimo e colorato dove non esisteva l’inverno perché gli  abitanti si riscaldavano con un grande abbraccio.
In questo paese era tutti i giorni primavera e gli alberi erano sempre fioriti come se  fossero vestiti per la festa, gli uccellini cinguettavano tra i rami sempre verdi. Anche le farfalle erano numerose e spesso le vedevo colorare il cielo come se fosse un grande  arcobaleno. Sembrava un regno delle favole, nei fiumi i pesci nuotavano su e giù ed ogni tanto  si affacciavano dall’ acqua per sentire il profumo della lunga primavera. In questo paese ogni bambino era felice e viveva come in un sogno. Pensa paesino mio!
Che tra i boschi che circondavano le case tutti pensavano che ci vivessero le fate; i fiori dei prati erano bellissimi e di tanti bei colori. Anche gli animali erano felici e  vivevano indisturbati perché non esistevano cacciatori e macellai e nessuno poteva fare del loro del male. Gli anziani del paese erano sempre circondati da tanti bambini in attesa di sentire  le loro storie anche se la sera si faceva tardi la mattina andavano felici a scuola sapendo  che la maestra li aspettava davanti al portone con il viso sempre sorridente e felice. Caro paesino mio volevo dirti che mentre sognavo ho sperato che quel paesino fossi tu ed ora che sono sveglia sono convinta che quel paese bellissimo costruito su quella bellissima  collina tra quei fiumi sei proprio “Tu”. E allora ho scritto questa lettera per  dirti grazie di esistere perché  nessuno mai può sostituirti.

 

Menzione speciale per la migliore lettera in lingua locale alla lettera con prot. n. 99/R dal titolo “A Cerisano, u paesiddru miu” dell’autore Ivan Greco dell’istituto Comprensivo di Cerisano (CS).

A Cerisanu, u paesiddru miu!
Caru Cerisanu, paise miu tantu amatu.
Ti scrivu ppe ti dire quantu bene du core miu mi tene ligatu a tie.
Io signu ancora picciriddru ma già siantu dintra de mia ca tu m’appartiani. T’aiu vulutu bene de quannu ere criaturu, quannu aiu ‘ngignatu a caminare supra e strade tue. Ud aiu vistu tanti posti ma secondo me tu si u chiù bellu du munnu.
Cum’è bellu a ti rispigliare a matina, rape e finestre e ti guardare. Quannu u sule vatte supra l’alberi, quannu è primavera e fioriscianu i cerasi, quannu chiove e si ‘mbunnanu e case tue e ri lampi ajjornanu e muntagne ca stannu supra e tia, quannu iazze e ra nive ti cuvere tuttu e c’è cumu na magia.
Cumu mi piace quannu a sira mi viagnu fazzu na caminata intra e ghiazze tue cussì belle e accoglienti. E pue cumu su belle e ghìese tue! Quannu camini intra chiri vicoli stritti e pue a nna vota te truavi davanti e riasti mutu, e re campane sonanu! E funtane deddre scurre l’acqua da fonte nostra ca ni dannu nu pocu de acqua frisca quannu ni ricoglimu dopo na partita ccu l’amici aru campettu da scola. Ma a cosa cchiù bella de tia, Cerisano mia, è ra gente tua, cussì accogliente e cussì generusa. PPe mia sa gente è cumu na ranne famiglia. Ti vuagliu bene, paesiddru miu, e un ti vuagliu lassà mai! Un mi puazzu vide luntanu de tia, pecchì signu figliu tuu!

“A CERISANO, IL MIO PAESINO” (traduzione)

Caro Cerisano, paese mio tanto amato.
Ti scrivo per esprimerti tutta l’affetto del mio cuore che mi lega a te. Io sono ancora piccolo ma già sento dentro di me che tu mi appartieni. Ti ho voluto bene sin da quando ero bambino, quando ho iniziato a muovere i primi passi per le tue strade.
Non ho visitato molti paesi ma penso che tu sia il più bello del mondo. È bello svegliarsi al mattino, aprire le finestre e guardarti; quando il sole illumina i tuoi alberi, la primavera fa sbocciare i tuoi ciliegi, o quando la pioggia bagne le tue case e i lampi illuminano le vette dei monti che ti sovrastano, o quando la neve ti copre col suo manto e rende tutto magico. Mi piace quando il pomeriggio vengo a fare un giro nelle tue piazze così belle e accoglienti. E poi quanto sono belle le tue chiese! Quando si cammina per i tuoi stretti vicoli d’un tratto te le trovi innanzi che si innalzano maestose e resti senza parole e il suono delle campane risuona nell’aria. Le fontane da dove scorre l’acqua della nostra fonte ci danno ristoro quando stanchi rientriamo da una partita a calcio con gli amici nel campetto del villaggio scolastico. Ma la cosa più bella di te, o mia Cerisano, è la tua gente, così accogliente e così solidale. Per me questa tua comunità è come una grande famiglia. Ti voglio bene, paesino mio. E non voglio lasciarti mai. Non posso immaginare la mia vita lontano da te, perché io sono tuo figlio.