Archivi del mese: giugno 2008

Il documentarista calabrese amico di Carlo Levi e di Vasco Pratolini

Di Francesco Capalbo

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Psicologia e sport. La fretta non ha mai fatto cose buone

Vorrei questa volta affrontare l’aspetto più difficile, quello più dibattuto ma ancora tabù. Quando si parla di psiche, tutto quanto si è affermato prima non è immune da critica e revisione. La mente umana è una piccola dimensione semisconosciuta che organizza ed elabora qualunque cosa facciamo. Se qualcuno riesce a farne il massimo uso è tutto da dimostrare. Chi crede di saperla usare alla perfezione è il più ignorante di questo mondo. Io sono solo l’ultimo di una schiera che condivide questa sacrosanta verità, molti saggi e psicoanalisti lo hanno fatto prima di me. Dalle scelte che facciamo oggi molto dipenderà quello che riusciremo ad essere domani. Di notte, o al mattino al risveglio, quando la mente è ancora assopita, a volte, si è come sopraffatti da una sorta di cattivi pensieri che solo con una piena presa di coscienza svaniscono. Anche individui di forte personalità, solo dopo essersi alzati ed avere messo i piedi saldamente sul pavimento, riescono a fare riemergere i programmi ed a rimettere l’obiettivo “numero uno” nel mirino. Dopo un’ attenta riorganizzazione mentale si stabilisce come ed a quale intensità si potrà impostare la nostra giornata. Accostando il concetto allo sport ed alla metodica di allenamento, se da una parte è consigliabile seguire uno schema, dall’altra questo deve sempre essere personalizzato in funzione di alcune varianti che vanno dal nostro umore alle nostre esigenze ed alle nostre energie che in quel momento abbiamo da spendere. Ieri si è recuperato, oggi dovremmo fare un lavoro più intenso, ci accorgiamo che questo ci arreca stress, il nostro fisico si rifiuta, la mente dice no? Nessun problema a patto che non ci accaniamo a completare quel lavoro oggi, con risultati che sarebbero per noi devastanti. Rimandiamolo a quando avremo la giusta carica e forza. Ora è il momento di ascoltarci, di riconoscere il richiamo dei suoni ed il soffiare delle correnti che si agitano dentro di noi. Imparare a dialogare con noi stessi, discriminare sui nostri stati d’animo, sapere attingere alle nostre energie residue e non andare mai oltre questo limite, è la ricetta su cui dobbiamo concentrarci. Ogni sensazione corrisponde ad una realtà che nasce dentro o fuori di noi, che dobbiamo imparare a riconoscere come i bambini imparano a camminare ed a parlare, saperla attribuire al giusto significato, catalogarla e ricordarla quando si ripresenta. Quello che riusciamo a percepire è tutta l’esperienza dell’umanità che qualche volta non troviamo scritta sui libri perché questi sono l’interpretazione degli autori che non attingono alle genialità di quelli che non li hanno scritti o che non hanno potuto farlo. Molte verità rimangono allo stato di pura percezione senza mai venire chiarite o dimostrate, moltissime ancora completamente da scoprire. Mettere tutto in discussione e farsi permeare dal vento delle novità con animo attento e predisposto al cambiamento è la più grande ricerca. Studiare le teorie, ma non dare mai niente per scontato è la cosa più costruttiva si possa fare. Quando si vuole teorizzare le risposte psicofisiche degli individui oggetto di studio, per estrapolarne metodi, è sempre molto difficile. La difficoltà è dovuta alla mancanza di attrezzature in possesso per ricavare con esattezza i dati ed anche perché ci si trova di fronte ad un individuo che spesso fa di testa sua. Il concetto trova dimostrazione nel fatto che di fronte non c’è l’individuo ma “un individuo”, direi unico, ed inoltre lo stesso, quel giorno, potrebbe non adattarsi a quel tipo di lavoro . Da qui una moltitudine di metodiche di allenamento, tutte validissime ma nessuna da prendere come oro colato. La peggiore cosa è ostinarsi quando l’organismo si rifiuta. Questo tipo di psicologia che definirei buon senso è valido in ogni situazione. Fare un lavoro che in quel momento non si accetta, non solo non è costruttivo ma gli scarsi risultati che ne conseguono affievoliscono la convinzione dei propri mezzi che finisce per inficiarne il risultato. Per migliorare la prestazione è tanto importante l’impegno costante nel tempo, quanto saperlo centellinare e lentamente metabolizzare senza rimanerne sopraffatti con il possibile instaurarsi di infortuni ed incresciosi ritardi di preparazione. A questo punto è più che mai valido il vecchio saggio che recita “la fretta non ha mai fatto cose buone”. Nella vita, riflettere prima di agire e cercare con la massima attenzione di interpretare ogni sensazione che viene fuori da questo nostro piccolo, immenso ed inesplorato, magico luogo che è la mente, è la cosa più importante da fare per cercare di ottenere il massimo risultato e la massima soddisfazione in tutto quello che si fa.

Antonio Vigna

Come liberare l’idea di partecipazione dalla sua prigione … di silicio

Caro Raffaele,

dalla lettura degli articoli apparsi sul tuo giornale (anche di quelli più sciroccati), emerge in maniera innegabile una prorompente voglia di dibattere e partecipare.

Anch’ io credo che essa sia inibita, ma per cause e problematiche più complesse di quelle che mi è capitato di leggere sul tuo giornale.

Dissento pienamente con quanti reputano che le vicende amministrative da sole possano spiegare lo stallo del dibattito politico che, obiettivamente, impoverisce le potenzialità del nostro paese.

Penso, invece, che mancando i luoghi fisici, come ad esempio le sezioni di partito, nei quali la volontà di partecipazione possa esprimersi, essa rimane attesa digitale intrappolata tra i bit della Rete.

A questa constatazione non si sottraggono i più grandi partiti che, essendo strutture eteree, prive di una loro fisicità, di un gruppo dirigente e di regole condivise, sono evanescenti!.

E c’è poco da trastullarsi !

Se non si rianima con urgenza e gesti conseguenti la forma partito, la politica sarà sempre di più monopolio di singoli o di sparuti gruppi, che magari si sostituiscono ad altri singoli e ad altri gruppi, a Roma come a San Sosti.

E’ da questa constatazione che bisogna ripartire!

Si deve cercare di ricreare insieme delle strutture di partito dove il desiderio di far politica possa trasformarsi in forme mature di partecipazione.

Quando c’erano i partiti che hanno fatto la storia dell’ Italia Repubblicana (il Partito Comunista, la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista) a nessuno veniva in mente, se non per sfidare l’allora comune senso del pudore[1], di autocandidarsi a sindaco[2].

Improponibili erano inoltre le cosiddette candidature per continuità (il nocciolo forte di una maggioranza,la giunta, che si candidava a succedere a se stesso).

Le candidature e le alleanze scaturivano da un processo di selezione rigoroso, interno ai partiti, al quale tutti i militanti partecipavano in serate e serate di vivaci discussioni.

Io mi auguro che per le prossime elezioni le candidature (così come le alleanze ed i programmi) siano dibattute e proposte dai partiti che a tal punto risulterebbero nobilitati ed in percepibile evoluzione dopo la pur importante stagione dei gazebo.

La ritrovata centralità dei partiti, e degli accordi tra di essi, permetterebbe inoltre di sottrarre la scelta degli assessori all’alea di una guerra in cui i candidati di una stessa lista gareggiano come formichine fameliche, per una preferenza in più.

Tale logica esasperatamente competitiva,rilasciando le sue tossine nel tempo, è così dannosa da non permettere, neanche a competizione elettorale conclusa, l’instaurarsi di un clima di collaborazione tra i membri di una stessa compagine.

Ma se è vero che i partiti non esauriscono il complesso argomento della partecipazione anche in una piccola comunità, Comitati e Movimenti alla stessa stregua dovrebbero sentirsi obbligati, ove partecipassero alla prossima competizione amministrativa, ad indicare ai militanti le modalità con le quali essi potranno “entrare” nel dibattito, nonché il luogo fisico dove esso si svolgerà e le regole con le quali si potrà monitorare in itinere il Programma ed eventualmente correggerlo o apportarvi suggerimenti.

Solo così si identificano pienamente le responsabilità di quanti verranno candidati e si libera la passione per la partecipazione dalla sua attuale prigione… di silicio.

Nel frattempo accettiamo gli inviti che l’amico Pietro Bruno,con molto senno, ci rivolge e chiediamoci cosa possiamo fare per perseguire obiettivi comuni.

Evitiamo che una esasperata vis polemica tutta strutturata nella testa di noi sansostesi impedisca, di trasformare in gesti conseguenti le buone intenzioni di cui tutti siamo animati.

P.S.

All’ex consigliere Tommaso Malfona, mi permetto di dire che condivido assolutamente quanto afferma e cioè che “i politici sono come i pannolini… vanno cambiati spesso e per lo stesso motivo”.

Con deferenza, allo stesso voglio ricordare che una giudiziosa norma igienica e anche di… marketing, impone in maniera altrettanto categorica, che i pannolini smessi da tempo, non siano più millantati come nuovi.

Con immutata stima

Francesco Capalbo


[1]All’epoca il comune senso del pudore aveva confini ben definiti .

[2]Ha ragione Luigi Fiore ad affermare che “per le elezioni comunali del prossimo anno, sono già molti i virtuali candidati alla carica di sindaco ed altri ancora ce ne saranno !”.


L’oro Blu

Di Pietro Bruno

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CAPOLINEA, SI SCENDE…

Italiani d’Italia e Italiani del mondo siamo fuori dall’Europa. Per la partitissima ITALIA-SPAGNA, Vienna questa sera ha gli occhi del mondo puntati addosso: la tematica almeno questa volta non è di musica classica. Per tutti coloro che reputano il calcio solo un bellissimo sport dove l’unico obiettivo è quello di rincorrere una palle e riempire la rete avversaria, volevo riportare quelle che sono state le parole del governatore spagnolo Zapatero: “batteremo l’Italia anche sul campo” alludendo al PIL e ad altri parametri economici: il superamento è dunque l’orgoglio della sua nazione a spese dell’Italia. Amici sportivi il calcio non è solo una questione sportiva, non è solo una questione del rettangolo verde. Bisogna vincere per l’Italia, per gli italiani e soprattutto per sgonfiare i “pompatissimi” spagnoli.
La tradizione ci premia e non solo per le quattro stelline d’oro che rammentano la nostra storia di tetra-campioni del mondo; l’ultima volta che gli spagnoli ci superarono, si perde nella storia.
Gli spagnoli sono quelli che “siamo i più forti di tutti, ma alla fine vincono sempre gli altri”, e come in altre occasioni partono favoriti.
Gli italiani sono quelli che “lavorano duro, corrono e sudano”. In sostanza gli “assi” ce li hanno loro, ma alla fine, si sa, vince chi si fa il “mazzo”.
La partita non è affatto fluida. Come era intuibile, le squadre si temono, sono contratte e soprattutto molto attente nella fase difensiva. Insomma è la solita vicenda dell’Italia e del classico catenaccio. Se a fine partita, il migliore degli azzurri è Chiellini, un difensore, allora bisogna davvero meditare un po’. L’Italia per contenere le “furie rosse” si è preoccupata più a difendersi che a proporsi in attacco. Gli spagnoli però ci provano, eccome! Sicuramente non sono i vanitosi francesi. L’Italia non gioca una grande partita e sono gli spagnoli che fanno qualcosa in più di noi. Certo l’Italia si fa sotto, ci prova e con Camoranesi e Di Natale ha pure delle pericolosissime occasioni per portarsi in vantaggio, ma comunque è troppo poco, è troppo poco per i campioni del mondo. Considerare che l’Italia, nei pochissimi goal segnati in questo torneo, ha realizzato goal solo ed esclusivamente su calci piazzati, allora è indubbio non pensare come ci sia un problema nella fase di impostazione del gioco. Noi non abbiamo Kakà e neanche Ibrahimovic, ma sicuramente da Cassano ci si aspettava molto di più. Era l’unico che poteva farci fare quel tanto atteso salto di qualità. Ci sarebbe tanto piaciuti ricordarlo come il “grande numero dieci” italiano di euro2008 (anche se il suo numero era il 18), colui che prendendo per mano la squadra la accompagnava fino alla vittoria. I campioni sono coloro che appaiono proprio quanto la squadra gioca male, proprio quando ci è bisogno di arricchire la storia. Cassano poteva, ma alla fine non è stato cosi! ora se ne discute sulle sue effettive doti. Diciamola tutta: questa Italia europea è stata davvero povera di fuoriclasse, (anche Pirlo era fuori per squalifica) e proprio quando non si hanno che bisogna fare di più, bisogna lavorare tutti insieme per un grande gioco di squadra. In questi casi la mano dell’allenatore è fondamentale. Non ce la sentiamo di giudicare negativamente il fatturato di Donadoni ma di certo la sua poca esperienza come allenatore in campo internazionale lo ha indotto a delle soluzioni poco felici. Chi di voi avrebbe fatto tirare un rigore tanto decisivo a Di Natale? (ricordiamo che il giocatore azzurro gioca con l’Udinese). Sembrava terrorizzato. Chi di voi avrebbe fatto tirare un rigore a De Rossi, che non solo non è un grande rigorista ma nel corso della partita lamentava un dolore ed era in procinto della sostituzione? Perché insistere cosi tanto su Toni? (a questi livelli bisogna avere la convinzione anche di prendere delle scelte antipopulistiche).. è una compartecipazioni di cause. Alla fine la nostra Italia è uscita imbattuta dal campo, però ora è la Spagna ai quarti, del resto se non dessimo il giusto valore ai rigori neppure noi saremmo da considerare campioni del mondo..
Comunque vada in futuro noi siamo italiani, quelli che lavorano duro, corrono e sudano e alla prossima saremmo di nuovo protagonisti, pronti a farci il “mazzo” con o senza “assi” tra le nostre carte.

Aldo Maria Rosignuolo

IL “SOLSTIZIO D’ESTATE” A SAN SOSTI

Di Vincenzo Oliva

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À la maison!!!

Per chi non lo sapesse siamo ancora in gioco nonostante un girone impossibile con i vice-campioni del mondo e i terribili olandesi, nonostante i torti arbitrali. Quasi non si ci scommetteva più, non si ci sperava… questa volta sembrava già tutto finito. I giornali di tutta Italia parlavano di miracolo, di missione impossibile ma sinceramente nulla di tutto ciò è stato fantascienza, cinema o quant’altro di poco reale. Era una partitissima da dentro o fuori. Chi vinceva continuava la sua avventura. La rivalità che abbiamo con i francesi ha radici storiche. A dire il vero non era “solo” una partita da dentro o fuori: si sarebbero battuti i rivali di sempre.
In una bellissima cornice sportiva dove con tanta pioggia e tante emozioni, neppure le maglie degli italiani ci rammentavano l’azzurro del cielo. Campioni del mondo in divisa bianca.
“PARTITI”. Passano solo otto minuti e uno dei migliori dei loro si rompe: Ribery fuori in lacrime.
Per questa volta almeno, per l’erede di Zidane, non ci sarà rischio di prendere alcuna testata.
Poveri francesi, i nostri sono in “palla”.
Se non fosse che un affamatissimo Toni divorasse tante ghiottissime occasioni per passare in vantaggio, probabilmente, già a fine primo tempo, la gente non avrebbe avuto più motivo di rimanere sugli spalti, avrebbe iniziato ad abbandonare lo stadio per non incappare nella fila dei titoli di coda. Comunque il destino è segnato. Toni abbattuto in area: è un rigore sacrosanto!
Il prof Pirlo che questa sera, in una lezione pratica, illustra come i francesi vengono colpiti e affondati in una battaglia europea di una serata di giugno, realizza un rigore magistrale. Probabilmente non se n’è accorto nessuno ma i francesi sono rimasti in 10. Abidal espulso.
Gli avversari ci provano molto timidamente ma sono gli italiani ad avere le occasioni migliori.
Quando si va negli spogliatoi scorrono le immagini dei familiari azzurri, e se pure la Seredova canta a squarcia gola l’inno di Mameli, si pensa che probabilmente tifare Italia va oltre i confini geografici e della semplice vocina anagrafica “luogo di nascita”. Probabilmente da stasera i tifosi italiani non sono solo quelli dalle alpi in giù.
Ritornando al massacro dei francesi, il ritorno in campo è la loro fine. Punizione dal limite dell’area e De Rossi questa volta fa centro. Goooaaalllll. Si aspetta scalpitante la fine dei novanta minuti e non di certo perché i francesi incutono timore. Triplice fischio finale e tutti a festeggiare per le piazze. Dagli italiani, che sono in questa magica notte sugli spalti, parte il coro “..à la maison”, probabilmente meno melodico di altri ma sicuramente tanto bello a sentirsi. Vincere la battaglia e augurare agli avversari un dolce rientro a casa è un pensiero gentile: “FRANCESI à la maison!!!”

Aldo Maria Rosignuolo