Addio Giovanni

Il cielo è limpido e la temperatura è calda nel primo, vero pomeriggio d’inizio estate. Mentre Giuseppe Costanza, in via Notarbatolo, siede alla guida di una Croma azzurra diretta a Punta Raisi, preceduta e seguita da altre due auto di scorta, poco lontano un uomo entra nella bottega di un barbiere. Salvietta bianca intorno al collo, testa reclinata all’indietro, sigaretta accesa tra le dita, Paolo Borsellino ha gli occhi chiusi e prova a rilassarsi mentre Paolo Biondo, da quindici anni il suo barbiere con bottega in via Zandonai, a due passi da casa, gli passa la lozione dopobarba sul viso scavato. Quello del barbiere è uno dei pochi rituali che è riuscito a mantenere: la “seduta” da Paolo gli serve per ritagliarsi una pausa nel vortice degli impegni quotidiani, e per pensare in solitudine. Al salone da barba, questo pomeriggio, lo ha accompagnato in auto sua figlia Fiammetta, ma più tardi tornerà a piedi da solo, come ha sempre fatto. Sono da poco passate le 18, quando squilla il cellulare.
– si?
– Paolo?

E’ un collega. E gli sta dicendo qualcosa di terribile. Paolo Borsellino sbianca in volto, si raddrizza sulla poltrona del barbiere, fa cenno all’artigiano di fermarsi. La voce gli esce strana, lamentosa.

– Ma che dici?
– Si, è Giovanni. Sappiamo solo che è ferito.

Borsellino si alza, si strappa la salvietta dal collo, senza staccare l’orecchio dal cellulare tira fuori dalla tasca il portafogli, prende due banconote da diecimila lire, quasi le lancia a Paolo Biondo e balza fuori dalla bottega, senza fargli neppure un cenno… Non cammina, adesso, corre. In pochi minuti è a casa, passa dritto e veloce davanti al portiere senza salutare, s’infila in ascensore, arriva alla porta del suo appartamento e bussa una, due volte.
Manfredi gli apre, è sorpreso di quelle scampanellate, suo padre non fa mai più di uno squillo, lo interroga con lo sguardo, ma lui non gli rivolge la parola. Va dritto nel suo studio e si attacca al telefono. Agnese non è in casa, è fuori con un’amica. Lucia e Fiammetta studiano nel soggiorno, ma sentono il trambusto, accorrono nello studio: < Che è successo? >. Paolo non risponde. I ragazzi lo guardano turbato, comprendono che è accaduto qualcosa di orribile. Paolo è immobile, non parla, con il dito insiste sulla tastiera del telefono, forse trova occupato. Ha la bocca contratta, cucita. Lucia lo implora: < Papà dimmi cos’hai, dimmelo >.
Lui tace. Poi di colpo, con gli occhi da pazzo, Borsellino si sfila la cintura dei pantaloni, la afferra e la sbatte contro un muro, due, tre, dieci volte. Urla con rabbia: <Un attentato…Giovanni…è ferito, è all’ospedale Civico>. Lucia, Fiammetta e Manfredi sono impietriti. Lucia è quella che si riprende per prima. Mette una mano sul braccio del padre. Lo ferma, a fatica blocca quelle cinghiate di rabbia. <Andiamo, papà, ora basta. Andiamo da lui>. Prende le chiavi della A112 di Fiammetta, le passa a suo padre. Borsellino si scuote, sembra tornare in sé, si rimette la cintura: <Si, andiamo>.

(Passo tratto dal libro ” L’agenda rossa di Paolo Borsellino” di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza)

Elio Ardifuoco

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