Archivi del giorno: 28 ottobre, 2008

La divina Saffo – La più grande poetessa di tutti i tempi.

La cultura occidentale affonda le sue radici nella storia e nella civiltà dell’antica Grecia e dell’antica Roma, ossia nelle civiltà che vengono definite “classiche” e considerate come fondamento di ogni processo civile e spirituale dell’uomo. L’attività letteraria del mondo greco e latino ebbe come caratteristica fondamentale la ricerca di strutture generali che potessero realizzare anche nella composizione letteraria gli ideali di ordine e di equilibrio tipici della cultura classica. In particolare, in Grecia tra il VII e il VI sec. a. C. nacquero, tra gli altri, due generi letterari molto importanti: l’epica e la lirica. Nel genere epico, il cui fondatore fu Omero, mitico autore dell'”Iliade” e dell'”Odissea”, venivano cantate leggendarie imprese di uomini e di dei mentre, relativamente alla lirica, in origine tale termine indicava tutta la produzione poetica in versi destinata al canto ed accompagnata dal suono della lira. Successivamente, vennero definiti propriamente lirici tutti quei componimenti nei quali predominava la soggettività del poeta e la lirica diventava pertanto, espressione dell’interiorità del poeta. Poeti lirici greci furono Mimnerno (VII sec. a. C.), Alceo (VII sec. a. C.) e la divina Saffo (VII sec. – VI sec. a. C.), ritenuta già nell’antichità come la più grande tra i poeti lirici. Ella nacque ad Ereso nell’isola di Lesbo, da una nobile famiglia, visse quasi sempre a Mitilene e intorno al 600, in esilio, in Sicilia, per rivolgimenti politici. Sposata, ebbe una figlia di nome Cleide e si presume che morì in tarda età, poiché in un papiro si trovano allusioni ad una pelle senile e a capelli bianchi. Compose liriche d’amore, poemetti mitologici e canti per nozze che furono raccolti in nove libri di cui sono pervenute solo poche centinaia di versi, per lo più frammentari. Saffo era amante del bello, raffinata ed elegante nei modi e nell’aspetto, e fu stimata ed ammirata a Mitilene da molte sue concittadine, che si riunivano intorno a lei in un centro femminile del culto di Afrodite e delle Muse, una sorta di cenacolo intellettuale, una comunità tra il sacro e il profano definita “tiaso”, costituita di sole fanciulle, aristocratiche e nubili, giovani donne che subivano il fascino della superiorità spirituale di Saffo, che da lei apprendevano la musica e la danza. Fanciulle che l’abbandonavano solo quando si sposavano e seguivano il loro destino, lasciando nell’animo della poetessa l’amarezza del distacco, che non tardava a riversare nei suoi versi, ricchi di pathos, intrisi di rimpianto per l’amicizia perduta. In particolare, una sua celebre ode, nella quale si lasciava prendere da una furiosa gelosia che esprime con una potenza mai eguagliata da nessun altro poeta, è stata tradotta da Catullo e imitata da Foscolo, l’ode in cui descrive le sofferenze al cospetto di una coppia felice, dell’uomo beato come un dio di fronte alla fanciulla che parla e sorride con dolcezza, mentre, lei, impotente spettatrice, si tortura al loro cospetto. Ecco, allora, l’ode considerata il capolavoro della poesia erotica, che descrive proprio lo sconvolgimento dell’animo turbato dalla gelosia, esaltata già nel I secolo d. C. da un poeta anonimo sul Sublime, rielaborata nella letteratura greca da Apollonio Rodio e da Teocrito e, in quella latina, da Lucrezio, Orazio e persino da Catullo, la cui versione è famosa quasi quanto l’originale:

Mi appare simile agli Dei

quel signore che siede innanzi a te

e ti ascolta, tu parli da vicino

con dolcezza,

e ridi, col tuo fascino, e così

il cuore nel mio petto ha sussultato,

ti ho gettato uno sguardo e tutt’a un tratto

non ho più voce,

no, la mia lingua è come spezzata,

all’improvviso un fuoco lieve è corso

sotto la pelle, i miei occhi non vedono,

le orecchie mi risuonano,

scorre un sudore e un tremito mi prende

tutta , e sono più pallida dell’erba,

è come se mancasse tanto poco

ad esser morta;

pure debbo farmi molta forza.

E’ con Saffo, che per la prima volta nella storia della letteratura, si concretizza la rappresentazione dell’erotismo femminile che col tempo è stato definito, con connotazione denigratoria, “saffico”, ma che è semplicemente espressione dell’eros vissuto legittimamente e nella normalità della cultura greca. L’amore è la tematica fondamentale di tutta la sua poesia che celebra con schiettezza, senza veli e ritrosie, anche verso le fanciulle del tiaso, proprio in virtù della particolare moralità della cultura greca. Saffo amò molto e definì l’ amore come l’essenza della vita, come il più potente dei sentimenti umani e che esalta nei suoi componimenti in un modo nuovo, rompendo con i moduli tradizionali della stessa cultura greca. Per la divina, l’amore non è solo un’ineffabile sentimento dell’anima, ma una forza violenta ed ineluttabile che sconvolge l’anima e il cuore di chi si innamora e si rassegna al groviglio di gioie e di dolori che esso genera:

Amore la mia anima squassa

come vento che sul monte tra le querce si abbatte

Ecco che amore di nuovo

mi dà tormento;

Amore che scioglie le membra,

Amore dolce e amaro

fiera sottile e invincibile…

Inoltre, per Saffo, l’amore svolge un ruolo determinante nella vita e nell’educazione del tiaso, che è il centro della sua ispirazione con le relazioni di vita e di affetti, e, pertanto, lo coglie in tutte le sue sfumature, declamando sia quello travolgente della passione sia quello del turbamento adolescenziale della fanciulla che lo confida alla madre:

Mammina mia,

non posso più battere

il telaio,

stregata dall’amore

per un ragazzo

per opera della languida Afrodite.

Il suo fu un amore squisitamente femminile, che investì tutto ciò che la circondava, in delicatezza e levità, tanto che ancora oggi può essere considerata la più grande poetessa di tutti i tempi perché nessuna donna ha saputo cantare l’amore come lei, in purezza e sincerità. Famosa è la strofa saffica, formata da tre endecasillabi saffici e un adonio, portata nella poesia latina da Catullo e Orazio e che venne ripresa nelle odi barbare dal Carducci. Grazia, soavità e passione: sono queste le caratteristiche della poesia di Saffo che, essendo portata per l’introspezione, coltivò soprattutto la vena intimistica. E’ appunto con lei che nella poesia vive l’interiorità, favorita proprio dalla condizione femminile nel mondo greco, condizione che per lei non era di chiusura giacché, nata in una famiglia aristocratica, aveva rapporti di società, viaggiava, scambiava versi con Alceo, era anche moglie e madre, senza che ciò interferisse con la sua attività nel tiaso e col suo essere poetessa. In un’epoca e in un ambiente in cui la donna godeva di una certa autonomia ed indipendenza, Saffo plasmava un suo mondo poetico, in una cerchia diversa da quella dell’uomo, quasi in isolamento, cercando calore per la sua anima soprattutto nel bello della natura: i fiori, gli usignoli, i paesaggi notturni e le scene di primavera che la deliziavano con uno stupore quasi infantile, facendole apprezzare della bellezza soprattutto la leggiadria e la grazia. Ella traeva materia per il suo canto dalle scene di vita quotidiana e le trasfigurava in un mondo fantastico, in cui trionfavano, in perfetta armonia ed equilibrio di colori ed immagini, la bellezza, l’amore e la luce. Saffo, come tutti gli antichi, viveva la natura in un’aura di sacralità, sole, luna, mare, fiori, erano considerati entità sacre che le suggerivano immagini intime di raccoglimento e di contemplazione della bellezza. Anche l’idea della morte nella poesia di Saffo suggerisce armoniose immagini di serenità e di bellezza, perchè per Saffo il regno delle tenebre non può non avere giardini coperti di fiori e bagnati di rugiada. E’ essenziale sottolineare che Saffo esercitò una notevole influenza sui suoi contemporanei, soprattutto su Alceo, Teognide, Bacchilide e Teocrito, e Strabone così si espresse su di lei: Saffo, un essere meraviglioso! Chè in tutto il passato, di cui si ha memoria, non appare che sia esistita mai una donna, la quale potesse gareggiare con lei nella poesia, nemmeno da lontano; la sua fama eguagliò quella di Omero eppure, proprio quando era più ammirata, cominciò ad essere infangata. Orazio la definì: “mascula” e i commediografi attici l’accusarono di cattivi costumi, di bruttezza fisica e arrivarono persino ad attribuirle un suicidio per amore, dalla rupe di Leucade, perché invaghitasi senza speranza del bellissimo barcaiolo Faone. Tale leggenda, raccontata da Ovidio nelle “Eroidi”, ha ispirato testi teatrali come “Sapho and Phao (1854)” di John Lyly e “Saffo” di Grillparzer, ma anche il romanzo “Avventure di Saffo, poetessa di Mitilene (1780)” di A. Verri; le opere liriche “Saffo” di G. Pacini (1840) e di G. Gounod (1851) e la poesia “L’ultimo canto di Saffo (1822)” di Giacomo Leopardi. Moltissimi l’apprezzarono, come Platone che la definì bella e saggia, Teofrasto che ne rilevò la grazia, e Plutarco che ne attestò l’ardore del cuore. Saffo, pur nell’eleganza e nella musicalità di una tecnica accuratissima, è poetessa istintiva, che tutto assorbe in una sfera soggettiva, ecco perché è moderna ed è una delle autrici più lette e tradotte. Concludo con la composizione dedicata ad Afrodite, famosa fin dall’antichità:

Afrodite immortale dal trono variopinto,

figlia di Zeus, insidiosa, ti supplico,

non distruggermi il cuore di disgusti,

Signora, e d’ansie,

ma vieni qui, come venisti ancora,

udendo la mia voce da lontano,

e uscivi dalla casa tutta d’oro

del Padre tuo:

prendevi il cocchio e leggiadri uccelli veloci

ti portavano sulla terra nera

fitte agitando le ali giù dal cielo

in mezzo all’aria,

ed erano già qui: e tu, o felice,

sorridendo dal tuo volto immortale,

mi chiedevi perché soffrissi ancora,

chiamavo ancora,

che cosa più di tutto questo cuore

folle desiderava: “chi vuoi ora

che convinca ad amarti? Saffo,dimmi,

chi ti fa male?

Se ora ti sfugge, presto ti cercherà,

se non vuole i tuoi doni ne farà,

se non ti ama presto ti amerà,

anche se non vorrai”.

Vieni anche adesso, toglimi di pena.

Ciò che il cuore desidera che avvenga,

fa’ tu che avvenga. Sii proprio tu

la mia alleata.

Rosamaria Bisignani

Bibliografia:

–          I lirici greci, trad. di Manara Valgimigli, Einaudi, Torino, 1969;

–          I modella testuali, di Federico Roncoroni e Margherita Sboarina, Arnoldo Mondadori Scuola, Milano, 1992;

–          Grande enciclopedia De Agostini, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1992.

Sitografia:

–          http://www.la-poesia.it;

–          http://www.pensieriparole.it.




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