Archivi del mese: gennaio 2009

MA ERA CATTIVO IL LUPO O L’AGNELLO…?

La signorina Bruno Valentina mi dà l’occasione per far capire meglio come si costruisce addosso a una persona l’immagine del lupo cattivo: di come, cioè, si è capaci solo di orchestrare campagne di criminalizzazione contro quegli avversari politici di cui non si è in grado di controbattere le critiche più semplici, e in generale contro tutti coloro che manifestano dissenso nei confronti del capo clan. La tattica è semplice: si aggredisce con falsi pretesti la persona che “dà fastidio” per costringerla al silenzio; se poi questi si ostina a parlare e magari a difendersi, alzando il tono della voce, ecco che scatta la manovra: le truppe dei fedelissimi si lanciano all’attacco e aizzano il popolo contro il “malvagio” che ha osato reagire. È come dire che se l’agnello della favola che tutti conosciamo fosse riuscito, per miracolo, a respingere il lupo – facendogli anche un po’ di male – avremmo dovuto condannare quel perfido agnello per non aver permesso al lupo affamato di sbranarlo e cibarsi della sua tenera carne! Ecco dunque il mio atroce dilemma! La signorina Bruno – senza che  il sottoscritto l’abbia chiamata in causa – mi ha definito “sputaveleno”, mi ha dato dello “stupido”, dell’ “ipocrita” e del “rabbioso” (per non parlare dell’enorme sciocchezza sui manifesti “anonimi”!) senza citare un solo fatto concreto e documentato per giustificare questi suoi insulti. Ecco, dunque, il dilemma: devo chinare la testa e tenermi questi insulti, per evitare di essere additato come un lupo ancora più cattivo, o devo difendere il mio diritto alla libertà di pensiero e di parola?  Sarò certamente un inguaribile idealista, uno di quei marziani che credono ancora in una cosa che si chiama dignità, ma io quelle parole le rispedisco senz’altro al mittente: se le ripeta, l’autrice, quando si guarda allo specchio, e le troverà certamente più consone e appropriate.

La favola del lupo cattivo e della politica come paravento di un astio personale era stata messa  in circolazione durante la campagna elettorale del 2004 e poi – qualche volta gridata ma più spesso sussurrata insistentemente all’orecchio – ha funzionato per un po’ di tempo. Ma per fortuna ci sono ancora tante persone che fanno un uso autonomo del proprio cervello, così da molti ho avuto il piacere di veder riconosciuta l’onestà intellettuale della mia attività politica: diversi amici (anche nell’ultimo anno), mi hanno detto chiaramente che si erano bevuti la storia del personalismo e solo con molto ritardo si sono resi conto che i metodi di questi amministratori erano proprio quelli evidenziati dalla minoranza e che la loro politica era quasi tutto fumo.

Le analisi, le critiche e le proposte della minoranza sono documentate in decine e decine di manifesti, ma anche in decine e decine di mozioni, interrogazioni e interpellanze, come ricorda un mio anonimo sostenitore (al quale continuo a dire che è sempre meglio mostrare la faccia). E poi vi sono i numerosi interventi effettuati nelle sedute consiliari, che rappresentano in seno all’istituzione le idee e quindi il progetto politico dei consiglieri di minoranza. Se l’Amministrazione in carica avesse avuto un po’ a cuore la trasparenza e l’informazione, essa avrebbe potuto diffondere le deliberazioni via internet, come fanno già tanti comuni e come noi avevamo suggerito e auspicato quando, quattro anni fa, votammo l’adesione al consorzio Asmenet: il sito c’era, gli atti di Giunta e di Consiglio vengono digitati direttamente al computer perciò sarebbero bastati pochi minuti al giorno per garantire a gran parte dei cittadini  una informazione facile e tempestiva. Ma questa proposta non è piaciuta (e chissà, poi, cosa si intende quando si parla di proposte!).

Non voglio abusare dello spazio che mi viene concesso, anche perché una sintesi di quello che è stato fatto dovrebbe essere necessariamente troppo sommaria. Ma posso annunciare che entro breve tempo dovrei aprire un sito internet proprio per pubblicare tutto il materiale prodotto in questi anni dal gruppo di minoranza: chi non ha potuto o voluto seguire la nostra attività, chi vuole ricordarsi alcune cose, chi vuole comunque documentarsi nell’imminenza della prossima campagna elettorale avrà una fonte a cui attingere, sia che il sottoscritto si presenti, con una sua lista, da candidato a sindaco, sia che non si presenti affatto.

 Prima di chiudere questo intervento voglio anche rispondere brevemente a Pietro Bruno. Intanto premetto che se conosci bene l’operato politico della minoranza e ritieni che sia stato negativo o inadeguato, tanto di cappello: ho appena affermato la preminenza – nella mia scala di valori – della libertà di opinione; se invece non ne hai una conoscenza completa, il sito che intendo aprire ti potrà essere utile e mi troverai sempre pronto per qualsiasi confronto. Detto questo, non c’è davvero niente di surreale nella questione che hai posto, ma trovo invece molto surreale il modo in cui l’hai posta. Di colpo quel puntarmi il dito contro, come se mi fossi macchiato di chissà quale misfatto o volessi nascondere chissà quale vergogna! Solo dopo ho capito l’assurda motivazione: hai interpretato come una frecciata rivolta a te la mia frase relativa alle ambizioni personali! Beh, consentimi, ma bisogna avere proprio la coda di paglia per arrivare a questa conclusione e sconfinare nelle competenze ministeriali e simili (che se, poi, tali competenze sono requisiti tanto necessari aboliamo le amministrazioni locali e mettiamo al loro posto direttamente un funzionario dei ministeri: si risparmierebbe parecchio).

Sulla fontana di Fra’ Giovanni non sono intervenuto per due semplici motivi: 1) avrei potuto solo aggiungere la mia espressione di sdegno a quella di altri, ma mi sono astenuto perché non volevo apparire come il furbo che cerca di cavalcare la tigre della protesta; 2) non avevo e non ho nulla da nascondere e quindi da giustificare, non essendo venuto meno (neppure per distrazione) ad alcun dovere correlato al mio mandato di consigliere comunale di minoranza. Il mio primo dovere era quello di prendere conoscenza del progetto, ed è la cosa che ho fatto prima che iniziassero i lavori. Per le modeste competenze tecniche che possiedo non ho riscontrato nulla di preoccupante riguardo alla fontana: in una relazione tecnica illustrativa che mostrava grande attenzione al “recupero e riqualificazione dei siti degradati” l’unico intervento previsto era “pulizia e risanamento della presente muratura per la fontana di Fra’ Giovanni“, dove la parola risanamento associata a pulizia fa pensare a un intervento conservativo, visto anche che nei disegni dei “particolari costruttivi” la fontana non appariva assolutamente. Si aggiunga che nella parte generale si parla anche di “rivestimenti in pietra locale di esistenti manufatti di cemento”: qualcuno avrebbe potuto sospettare che, invece, avrebbero manomesso proprio la pietra locale (la vasca) per sfregiarla e occultarla con quei deliziosi mattoncini?

Spero almeno che ora non mi si venga a dire che avrei dovuto piantonare i lavori giorno e notte, sostituendomi magari ai direttori dei lavori! Dovresti dunque convenire, caro Pietro, che qualcosa di surreale c’era nel tuo commento: l’animosità che avresti dovuto riservare agli autori dello “scempio” l’hai incanalata tutta verso di me che, invece, sono parte doppiamente offesa e ingannata: come cittadino e come amministratore.

Se vogliamo cambiare veramente le cose – lo ripeto insieme all’amico Mario Sirimarco, di cui ho particolarmente apprezzato l’intervento – dobbiamo ripartire dalla partecipazione e dall’assunzione di responsabilità a livello collettivo.

Vincenzo Oliva

IL CORAGGIO DI METTERCI LA FACCIA

Leggendo i vari commenti che ci sono stati finora a proposito dell’ascia votiva di Artemisia e della fontana di Fra’ Giovanni, una cosa mi ha particolarmente colpito, a prescindere dal contenuto degli stessi commenti: è l’alto numero di coloro che hanno voluto restare nell’anonimato. Per la maggior parte, questi commenti, esprimono giudizi critici sull’attuale amministrazione perciò, forse, mi sarebbe convenuto rimanermene in disparte e augurarmi solo che le bordate contro la giunta comunale si moltiplicassero ulteriormente, senza rischiare di attirarmi qualche antipatia con questo intervento. Ma il mio obiettivo politico non è quello di diventare sindaco per una personale ambizione, bensì vorrei provare – insieme ad altre persone che ci credono fino in fondo – a cambiare radicalmente le cose: dalla mentalità all’idea di sviluppo e ai metodi di gestione, fino agli interventi sul territorio e le sue infrastrutture. Perciò constatare (e non è una sorpresa!) che tantissime persone non trovano il coraggio di esprimere liberamente il proprio pensiero è preoccupante, oltre che desolante. E lo è ancora di più se – come è probabile – la maggior parte di questi autori è costituita da giovani. Che cosa ha da perdere, che cosa ha da temere, a San Sosti, un giovane che non può dire apertamente quello che pensa dell’operato dei suoi amministratori? Sicuramente c’è il timore di una qualche ritorsione, morale o materiale che sia, ed è altrettanto sicuro che questo timore non è infondato: ritorsioni, intimidazioni, ricatti sono stati usati abbondantemente nella campagna elettorale di cinque anni fa e sono stati il leit-motiv di questa amministrazione, l’arma più usata per cercare di arginare il dissenso alimentato anche dalla modesta, ma precisa e costante, opera di informazione della minoranza. In questi anni ci sono state persone, per esempio, che non sono più venute ad assistere ai consigli comunale perché questo significava (agli occhi di qualcuno) simpatizzare per la minoranza, viste le pessime figure che normalmente faceva la maggioranza; altri sono stati acidamente redarguiti perché avevano stretto amicizia – pensate un po’! – con Vincenzo Oliva; altri (tanti!) sono stati lusingati e ammorbiditi con le perenni promesse di un posto di lavoro… I timori sono, dunque, fondati ma – voglio aggiungere subito – non possono essere assolutamente “giustificati”. Se si vuole cambiare veramente, e se a voler cambiare sono dei giovani che hanno tutto il diritto di costruirsi una vita propria, non si può alimentare l’idea che all’arroganza del potere non vi siano argini da opporre; né si può sperare che altri, al nostro posto, vincano la partita che noi non abbiamo il coraggio di giocare con la nostra faccia. Si sa che qualsiasi scelta comporta dei rischi, ma la conquista o il consolidamento della libertà non hanno prezzo. E se questa libertà la difendiamo e la coltiviamo tutti insieme i rischi si riducono a zero. Con questo non voglio dire che alle prossime elezioni comunali dovremo necessariamente ritrovarci nello stesso schieramento ma, semplicemente, credo che l’affermazione di certi principi abbia una validità universale e sia un fattore di crescita per tutta la collettività.

Mi auguro con tutto il cuore che i giovani sansostesi di oggi siano capaci di creare quel confronto aperto e franco che non è riuscito alla mia generazione, anch’essa risucchiata in gran parte nella girandola dei pregiudizi e degli interessi spiccioli.

 

Vincenzo Oliva

 

P. S. Ovviamente, nelle considerazioni che ho appena esposto non ho tenuto conto di coloro che ricorrono all’anonimato solo perché non saprebbero sostenere con argomentazioni concrete e sufficientemente razionali ciò che dicono, come fa quel gigi che si beve le barzellette del suo venerato sindaco senza sapere (o senza voler sapere) che quelle barzellette il sottoscritto le ha sbugiardate in consiglio comunale e con manifesti pubblici che non sono mai stati smentiti.

A proposito della Fontana di Frà Giovanni

Caro Raffaele, consentimi solo qualche velocissima riflessione a proposito del tema che, vedo, sta interessando i frequentatori del tuo bellissimo ed utilissimo sito.
Per il filosofo Nietzsche la costruzione dell’uomo nuovo (nella prospettiva del superuomo, al di là del bene e del male, che apre al nichilismo e alla dissoluzione postmoderna dei valori) passa dalla distruzione della morale e della tradizione, passa, soprattutto, dalla distruzione della memoria che tiene desto il senso del dovere e il legame, appunto, con il passato e la storia.
È stata questa la prima considerazione che ho fatto vedendo l’ennesimo scempio al nostro patrimonio culturale portato avanti da questa amministrazione e dai suoi tecnici di fiducia: sembra di essere di fronte ad un percorso studiato, tipico dei momenti di crisi e di decadenza, verso il basso.
Ma si può essere così miopi?
Non è solo un discorso di nostalgia o di sentimento da affidare alle cartoline e ai ricordi dei sansostesi soprattutto di quelli emigrati come me (o come Pietro Bruno che dalle pagine web dimostra costantemente il suo amore per il nostro paese ed esprime posizioni sempre costruttive e garbate, mai personalistiche, mai inutilmente polemiche). È un discorso anche legato, se non si crede nel valore della cultura, della storia e della memoria, a quel minimo di possibilità di sviluppo della nostra terra.
Se si fa terra bruciata delle tradizioni con che cosa si pensa di progettare un futuro diverso?
Possibile che in chi amministra San Sosti ci sia questa difficoltà ad affrontare questi temi se non in modo schizofrenico? Come spiegare, altrimenti, l’atteggiamento che guida questi amministratori: da una parte si apre il museo dall’altra si mette l’antenna al Castello della Rocca … si rivendica la proprietà dell’ascia e si rovina un luogo della nostra tradizione dai tanti significati, come la “vena” di Fra’ Giovanni … si realizza il gemellaggio con Bra, nello stesso tempo, si mette il cartello fine alla più antica tradizione, la fiera del Pettoruto.
Possibile che non ci sia un’idea chiara sui valori essenziali, sui beni indisponibili, sulle coordinate e sui principi di fondo sui quali impostare una politica di salvaguardia e di valorizzazione del territorio?
Quante occasioni buttate al vento, quanti soldi sprecati, quanti errori, quanta insensibilità!!!
Ma le responsabilità, attenzione, non sono solo degli amministratori e la vicenda Fra’ Giovanni, che ha un grande significato simbolico e pedagogico, lo dimostra.
Tutti siamo più o meno responsabili: per non aver vigilato, per non aver partecipato, per aver troppo spesso delegato, per esserci chiusi nella difesa di piccoli equilibri, per non esserci informati, per non aver espresso il nostro dissenso … per non aver esercitato, insomma, il nostro status di cittadinanza attiva.
La partecipazione democratica non deve esaurirsi nella cabina elettorale o, come sappiamo bene a San Sosti, nelle concitate vigilie del voto … L’essere cittadino implica anche delle responsabilità, dei doveri non solo dei diritti, implica una partecipazione attiva, documentata, seria, alla cosa pubblica, richiede, in coerenza con il principio di sussidiarietà, l’esercizio costante della soggettività politica, specialmente in un contesto di totale assenza dei partiti (fra l’altro la presenza di un sito come questo e della rete in generale potrebbe essere di grande aiuto per l’esercizio un tale diritto-dovere).
San Sosti ha bisogno, riscoprendo il senso della partecipazione e della responsabilità, di una forte mobilitazione politica (nel senso più nobile del termine), morale, e culturale senza la quale qualsiasi discorso resterà sempre maledettamente complicato, nonostante le virtualità che la nostra comunità possiede.
La prossima scadenza elettorale può essere un’occasione, l’ennesima, per voltare pagina. Non facciamo passarla invano.
Ti ringrazio per lo spazio che darai a queste brevi note, ti saluto con affetto e saluto, naturalmente con altrettanto affetto, tutti i sansostesi,

Mario Sirimarco
(www.sansosti.blogspot.com)

I LUOGHI DEL NOSTRO BORGO: RICORDI E REALTA’

Di Pietro Bruno Continua a leggere

Compiuta Donzella. La divina Sibilla – la prima poetessa italiana.

La letteratura italiana nasce e si sviluppa in forte ritardo rispetto alle altre letterature straniere, poiché l’utilizzo e la conservazione del latino come lingua dotta, ostacolava in Italia l’affermarsi del volgare come lingua della cultura. Difatti, la lingua italiana, al pari delle altre lingue romanze deriva dal latino, e soltanto durante il XIII secolo si producono testi in volgare di un certo valore letterario e, pertanto, si comincia a parlare di letteratura italiana, le cui manifestazioni diventano, fin dai primi anni del secolo, numerose e diversificate. In particolare, la letteratura italiana è fortemente legata alla lirica religiosa, molto diffusa nel Medioevo, e alla scuola poetica siciliana. Con riferimento alla letteratura religiosa, essa nasce per gli ordini di preghiera sorti in Italia, tra il 1100 ed il 1200 d.C., in seguito alle difficoltà economiche e politiche derivanti dalla guerra, allorchè molte persone si allontanavano dalla società, ritirandosi in luoghi deserti, dedicandosi esclusivamente alla preghiera, lodando Dio ed elevandosi spiritualmente, trovando quell’amore, quella pace e quella tranquillità tanto attese. In Umbria sorge l’ordine francescano fondato da San Francesco D’ Assisi, nato presumibilmente nel 1181 e morto nel 1226 alla Porziuncola, presso Assisi, che è considerato il primo scrittore ed il massimo esponente della letteratura religiosa nell’Italia centrale. “Il cantico delle creature” o “Il cantico di frate Sole”, elogio di Dio e di tutte le sue creature, ricco di semplicità e candore, che il Santo compone nel 1224, s’identifica in una delle prime opere capitali della poesia italiana ed in uno dei primi documenti della letteratura italiana. E’ uno dei primi testi scritto in un volgare italiano, quello umbro, e presenta anche vocaboli in latino, in francese ed in italiano, mediante il quale inizia la storia della letteratura italiana. Relativamente alla scuola poetica siciliana, prima scuola letteraria, fiorisce in Sicilia, alla corte dell’imperatore svevo Federico II nella prima metà del XII secolo ed è costituita dal primo gruppo di poeti consapevoli di fare opera d’ arte, che abbiano modelli a cui riferirsi e principi a cui ispirarsi. Sull’esempio dei provenzali, tale scuola elabora una lirica d’ arte in volgare ispirata all’amor cortese, una vera e propria poesia intellettualistica incentrata sullo studio della natura e del modo di manifestarsi dell’amore,  reputato come dedizione assoluta dell’ innamorato alla donna amata e i suoi principali esponenti furono Jacopo da Lentini e Pier della Vigna. La lirica cortese si diffonde ben presto in Toscana, patria della prosa italiana di Giovanni Boccaccio, ovviamente pervasa da novità a livello di accenti e di ispirazione. Ed è proprio a Firenze, che più tardi sarà la culla del Rinascimento, a testimonianza dell’ apertura sempre maggiore della città toscana ad ogni esperienza civile e sociale, e del primato che stava conquistando su tutta la penisola, vive e opera la prima voce letteraria femminile in volgare italiano: Compiuta Donzella.

La storia di Compiuta Donzella, il nome, o lo pseudonimo, sotto cui si cela quest’importante rimatrice fiorentina che vive nel XIII sec., è ancor oggi avvolta dal velo del mistero. Si è discusso molto sulla sua  reale o presunta esistenza, ma oggi si crede che sia vissuta realmente nella seconda metà del duecento e  che <<Compiuta Donzella>> sia più uno pseudonimo che un nome, anche se <<Compiuta>>, cioè <<piena di ogni virtù>> era nome assai diffuso in Firenze. L’autenticità viene confermata innanzitutto dalla presenza del suo nome fra i sonetti di Mastro Torrigiano, identificabile con l’omonimo medico che studia a Bologna, che vive a Parigi e che muore intorno al 1313 in età  avanzata e anche perché Guittone d’Arezzo le indirizza un’epistola, la quinta, che suona come un panegirico delle sue virtù:
Soprapiacente donna, di tutto compiuto savere,

di pregio coronata, degna mia Donna Compiuta,

Guitton, vero devotissimo fedel vostro, de quanto

el vale e po’, umilmente se medesmo raccomanda

voi.

Poeta al femminile, che soprattutto in ambito romantico ha goduto di una grande stima, Compiuta Donzella è considerata la prima poetessa italiana, la prima donna che compone poesia d’arte in volgare italiano. Vive nell’ambiente toscano e riceve un’educazione e una cultura rare in tempi in cui l’analfabetismo era molto diffuso, specialmente tra le donne. Pertanto, se riconosciuta era la sua attività, se pubblicamente veniva esaltata la sua voce, come dimostrano le lodi e i riferimenti, in un’ epoca come quella medievale in cui molto raramente alle donne era concesso esprimersi in letteratura, Compiuta doveva allora essere dotata di indubbie qualità artistiche. Della Compiuta sono conservati  in un codice vaticano soltanto tre sonetti, ispirati alla scuola siciliana e alla poesia provenzale, nei quali esprime una certa freschezza di sentimento, adattando i caratteristici canoni della lirica cortese alla sua situazione sentimentale e che sono ammirati per una particolare spontaneità e semplicità del linguaggio. Per di più, i sonetti della Compiuta attestano la vivacità dell’ambiente sociale e culturale fiorentino, ormai aperto alle esperienze più varie e perciò anche a quelle di una donna rimatrice. Il solo fatto di aver raccolto i suoi versi in un codice, tra i più autorevoli, appunto quello vaticano, costituisce una testimonianza ulteriore dell’avanzamento della società fiorentina. Ecco allora i tre sonetti composti dalla prima voce al femminile della lirica volgare:

A la stagion che ‘l mondo foglia e flora

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tut[t]i fin’ amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’inamora,
e di servir ciascun trag[g es ‘ inanti,
ed ogni damigella in gioia dimora;
e me, n’abondan mar[r]imenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ ha messa ‘n er[r]ore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,

ed io di ciò non ho disìo né voglia,
e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.

Lasciar vorria lo mondo e Dio servire

Lasciar vor[r]ia lo mondo e Dio servire

e dipartirmi d’ogne vanitate,

però che veg[g]io crescere e salire

mat[t]ezza e villania e falsitate,

ed ancor senno e cortesia morire

e lo fin pregio e tutta la bontate:

ond’io marito non vor[r]ia né sire,

né stare al mondo, per mia volontate.

Membrandomi c’ogn’om di mal s’adorna,

di ciaschedun son forte disdegnosa,

e verso Dio la mia persona torna.

Lo padre mio mi fa stare pensosa,

ca di servire a Cristo mi distorna:

non saccio a cui mi vol dar per isposa.

Ornato di gran pregio e di valenza

Ornato di gran pregio e di valenza

e risplendente di loda adornata,

forte mi pregio più, poi v’è in plagenza

d’avermi in vostro core rimembrata

ed invitate a mia poca possenza

per acontarvi, s’eo sono insegnata,

come voi dite c’a[g]io gran sapienza;

ma certo non ne son [tanto] amantata.

Amantata non son como vor[r]ia

di gran vertute né di placimento;

ma, qual ch’i’ sia, ag[g]io buono volere

di senire con buona cortesia

a ciascun ch’ama sanza fallimento:

ché d’Amor sono e vogliolo ubidire.

Concludo sottolineando che Compiuta Donzella di Firenze, straordinaria donna medievale, riesce a conquistare nell’Ottocento gli studiosi della letteratura delle origini e, soprattutto il critico e storico della letteratura italiana Francesco de Sanctis (Morra Irpina, oggi Morra De Sanctis, 1817 – Napoli 1883) che, esaminando la poesia toscana, scrive: “Gittando uno sguardo su quelle antichissime rime, non ritrovi la vivacità e la tenerezza meridionale, ma uno stile sano e semplice, lontano da ogni gonfiezza e pretensione, e un volgare già assai più fino, per la proprietà dè vocaboli ed una grazia non scevra di eleganza… In queste rappresentazioni schiette dell’animo, …il poeta è sincero, vede con chiarezza istintiva quello s’ ha a fare e dire, come fa il popolo, e non esprime i suoi sentimenti… a lui basta dire il fatto e la sua immediata espressione, senza dimorarvi sopra, parendogli che la cosa in se stessa dica tutto: semplicità… che è qualità principale del parlare fiorentino. Uno stupendo esempio trovi in questo sonetto della COMPIUTA DONZELLA fiorentina, la divina Sibilla, come la chiama MAESTRO TORRIGIANO.[1] Inoltre, il De Sanctis, pone a confronto il sonetto A la stagion che ‘l mondo foglia e flora della Compiuta con un sonetto dello scrittore Bondie Dietaiuti, che vive nel XIII sec. e che si occupa anche di cose morali, riscontrando nei due componimenti, molto simili per concetto e condotta, grande semplicità di pensiero e di andamento e un modo di narrare, senza riflessioni ed emozioni, ma colmo di vivacità colorita che suscita le più vive impressioni. Per di più, elogia il sonetto del Dietaiuti considerandolo “cosa perfetta” per arte e perfezione di forma, ma preferisce: “…la perfetta semplicità del sonetto femminile, con movenza più vivace, più immediata e più naturale.”[2]

Rosamaria Bisignani


[1] F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, I vol. pag. 25, European Book, Milano 1984

[2] Idem, pag. 26

Fonti bibliografiche:

F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, I vol., European Book, Milano 1984;

La letteratura italiana, I vol. “Le origini e il duecento”, ed. speciale per il Corriere della sera, RCS Quotidiani S. p. A., Milano 2005;

F. Roncoroni e M. Sboarina, I modelli testuali, Arnoldo Mondadori Scuola, Milano 1992;

Sambugar / Ermini, Lineamenti di storia e di letteratura italiana ed europea, I vol. “Dalle origini al Rinascimento”, La nuova Italia, Scandicci (Firenze) 1995;

A. Gianni, Storia e Antologia della Letteratura italiana, I vol. “Dalle origini al Quattrocento”, casa editrice G. D’ Anna, Messina – Firenze 1991.

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