Archivi del mese: febbraio 2009

Un’approfondita riflessione. A cura del Sindaco di San Sosti.

Di Vincenzo Bruno

Caro direttore, cari amici lettori,

il dibattito politico che questo sito è riuscito a sviluppare in questo ultimo scorcio di legislatura, è veramente ammirevole e coinvolgente. Ho sempre creduto che tanti occhi sapessero guardare più di uno e che tante voci sapessero esprimere meglio ciò che la gente s’aspetta da una pubblica amministrazione. Ecco perché credo fermamente che Continua a leggere

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San Sosti è salva! “…Meno male che ci sono i difensori dell’arte ed i cultori del Bello…”

Di Angelo Martucci

Conoscere il proprio passato per costruire un futuro migliore“.

“Un popolo che dimentica le sue origini è come un malato mnemonico: ha completamente cancellato dalla mente la sua storia, la sua vita…non sa più che è. Quale futuro potrà mai costruire?”

 Un altro straordinario appuntamento culturale si à tenuto a San Sosti presso la Sala Didattica del Museo Multimediale Archeologico del Parco Nazionale del Pollino “San Sozonte” (Aγ. Σωτiων , in greco bizantino o Aγ. Σoζoν, in greco moderno). Lo Staff del Museo ha Continua a leggere

Clemente Mastella demolisce le alleanze politiche sansostesi

 

Proprio nel momento in cui  il vicesindaco di San Sosti Ricca Amerigo, si prepara al grande salto  che dovrebbe portarlo a rivestire le vesti di consigliere provinciale, Clemente Mastella gli rovina l’agognato progetto. L’ex guardasigilli di Prodi, rompendo gli indugi ha annunciato al quotidiano Calabria Ora che l’Udeur in Calabria sarà alleato con il Popolo della Libertà a partire dalle provinciali di Cosenza e Crotone, in programma per giugno, e fino ad arrivare alle regionali dell’anno dopo. Al suo fianco, nella conferenza stampa che ha divulgato il quiproquò della transumanza, c’era anche il consigliere regionale Giulio Serra che in Calabria è commissario del partito e sponsorizza la candidatura provinciale di Amerigo Ricca. Strano appare il placet offerto da Serra all’operazione mastelliana. Proprio pochi giorni fa il politico sammarchese aveva elogiato il lavoro portato avanti dalla giunta provinciale guidata da Mario Oliverio. Clemente Mastella ha rovinato di riflesso anche i progetti del Sindaco di San Sosti, Vincenzo Bruno, e del Candidato a Sindaco Vincenzo De Marco. Sembra che tra i tre, rovinati dalle ferali notizie arrivate da Roma, si fosse concluso o si stesse per concludere un accordo in virtù del quale i consensi elettorali del centro sinistra  sarebbero stati indirizzati verso Ricca Amerigo; Bruno sarebbe stato nominato assessore esterno nel futuro esecutivo provinciale presieduto da Oliverio e De Marco avrebbe lucrato del clima di pax tra le varie componenti dello schieramento di maggioranza ( Udc esclusa!). Ora la decisione di Mastella scompone le parti e prefigura nuovi apparati scenici. L’Udeur sansostese è stretta in una morsa che la costringe o ad offrire i suoi servigi alla locale Casa delle Libertà o ad accantonare ogni pretesa di candidatura a livello provinciale. Se così fosse nuove trame renderebbero inconciliabili le tre figure, intorno alle quali ruota, da più lustri, la politica dell’attuale maggioranza e agevole apparirebbe la strada della vittoria per le forze d’opposizione. A meno che non scenda in campo o un grande demiurgo in grado di rendere omogenei, con la sua autorevole candidatura, interessi contrastanti o un giovane capace di diffondere progetti freschi e di motivare quella fetta di elettorato di centro sinistra che appare stanco, come ha rivelato il recente sondaggio proposto da Goladelrosa.eu, di liturgie ormai consumate.

Lo spadaccino

 

Vivere in un paesaggio non deturpato è un diritto! Lettera aperta al Sindaco di San Sosti

Egregio sindaco

ogni cittadino, che per motivo di studio, di lavoro o di turismo si reca nelle località del Centro e del Nord Italia rimane colpito per la cura che le Pubbliche Amministrazioni riservano al patrimonio urbano. Tale riguardo,  assegnato ai beni della collettività, non riflette solo logiche di carattere estetico, ma lascia trapelare l’idea che il paesaggio è intimamente connesso alla vita delle comunità che sopra di esso sono insediate e ne costituisce una sorta di biglietto da visita. Un paesaggio ben ordinato, se da una parte lascia trasudare  l’intenso lavorio, laborioso e diligente delle persone che abitano un territorio, dall’altra, permette che emergano le virtù delle classi dirigenti se esse amministrano con sguardo vigile ed animo aperto al bello. Un paesaggio disordinato e ferito da interventi urbanistici scriteriati, concepiti solo per alimentare logiche clientelari, consegna alle future generazioni l’idea che ad amministrare un “luogo” siano state persone che di esso hanno approfittato per vantaggi personali. E non c’è niente di più oltraggioso del ricevere le maledizioni dei posteri, perché depurate da odi e da  rancori contingenti, evocano responsabilità acclarate i cui effetti negativi travalicano l’arco limitato della umana esistenza! Ora, tralasciando polemiche che potrebbero sembrare pretestuose su alcune scelte Amministrative in materia di Urbanistica e di utilizzo del suolo, portate avanti dalle coalizioni da Lei guidate, Le chiediamo di attivarsi, affinché sia posto riparo ad uno scempio di grande impatto visivo che deturpa il volto del Paese ed, in modo particolare, il centro storico. Se il Suo occhio è allenato a leggere il bello ed ad a stigmatizzare il brutto, dote sulla quale non abbiamo motivo di dubitare, Le sarà capitato di osservare l’intricata matassa di fili telefonici ed elettrici che avvolge il Museo Archeologico “San Sozonte”. L’informe intreccio di fili e circuiti è l’eredità orripilante di una visione quantitativa di sviluppo, che in passato ebbe, almeno, il compito di garantire a tutti un telefono  e la luce elettrica. Ora, esso rappresenta soltanto la “schizofrenia” di una classe dirigente che, da una parte, si prodiga con indefesso lavoro per recuperare risorse da destinare in allestimenti museali e, dall’altra, non muove un dito per inserirle in un contesto urbano rivolto al bello. Per tale motivo, Le chiediamo di attivarsi presso l’Enel e Telecom in modo da porre rimedio a tale imbruttimento recuperando il tempo da Lei perduto, forse in maniera inconsapevole. Signor Sindaco, noi  tutti, compreso Lei, bramiamo di vivere nel nostro paese e vogliamo che il nostro sguardo trovi pace, rimirando i luoghi delle nostre lande e non solo quando scrutiamo, con una vena di  invidia e di rassegnazione,  gli scenari urbani dell’Italia Centro – Settentrionale.

La lettera aperta, ci creda, non è rivolta contro la Sua persona, che riteniamo sensibile a tali problematiche, ma per stimolare una riflessione collettiva su come, dall’utilizzo corretto del Patrimonio Urbano, possano scaturire sollecitazioni spendibili per lo sviluppo del nostro paese.

Museo “San Sozonte” ingresso nord : il serpentone elettrico in brutta evidenza

la mura perimetrali avvolte dai fili del telefono

Museo “San Sozonte”: la mura perimetrali avvolte dai fili del telefono

 

ingresso deturpato dai cavi elettrici e telefonici

Museo “San Sozonte”: ingresso deturpato dai cavi elettrici e telefonici

La Redazione Goladelrosa.eu

Rapporto tecnico sui Lavori in località Fra’ Giovanni.

 Di Antonio Castellucci & Antonio Leporace

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GUARDIAMOCI IN FACCIA

Dal fermento che si è acceso intorno alla vicenda della “Vena di Frà Giovanni”, ho carpito come sia variegato l’aspetto umano e culturale della nostra società che mi sforzo a rappresentare in modo semplice e chiaro. Da una parte vi sono gli edonisti per i quali esiste il solo vantaggio immediato e sui quali tralascio di dilungarmi. Da un’altra, i politici amministratori che pur non avendo gli strumenti per interpretare e quindi conoscere la complessa realtà storico-culturale del mondo che pretendono di amministrare, forti di un cospicuo numero di amici e parenti che li votano, cercano, con avidità, di protrarre la parentesi della loro ribalta adottando il metodo del più bieco machiavellismo: l’importante è essere votati, il resto non conta. Accanto a questi vi sono cittadini che io definisco di seconda fila, i quali fingendo di essere sdegnati per lo scempio commesso, vogliono, con surrettizia condotta, anticipare la campagna elettorale per attuare le loro inconfessate aspirazioni. Sullo sfondo vi è una massa di cui una ragguardevole parte non riesce a vedere oltre il proprio naso ed avalla qualsiasi condotta amministrativa purchè l’amico amministratore si faccia carico dei propri particolari interessi. Un’altra parte, altrettanto cospicua, vivendo in uno stato di perenne evasione, ostenta un comportamento di sbalordito dissenso, molto simile al dispiacere di Totò che pianse quando seppe della morte dell’Imperatore Diocleziano.
Rimane una sparuta minoranza che dotata di cultura e sensibilità verso il proprio mondo e la propria storia, ha saputo trasformare un atteggiamento di autentico, sentito sdegno, in una garbata protesta dalla forte valenza educativa. Questa sparuta minoranza riesce a vedere un’anima nei cimeli della storia della nostra gente, cogliendo la vibrante testimonianza che essi sprigionano sul vissuto di questi luoghi. E sul loro esempio, sorge incoercibile il bisogno di chiedersi come sia possibile non riconoscere dignità e rispetto a tutto ciò che nei tempi andati ha svolto un ruolo provvidenziale per la gente del luogo, come la vecchia fontana che ha dissetato intere generazioni? Sono queste le considerazioni che voglio porre a fondamento del monito sul rispetto delle testimonianze della nostra storia, nella quale si ramificano le radici che danno linfa alla nostra identità. E’ questa la sensibilità che dovrebbe muoverci ancor prima delle speculazioni sulle strategie di sviluppo turistico che, nel rispetto di questi cimeli, troverebbero un potente mezzo di attuazione.

UN OSSERVATORE DELLE LOCALI VICENDE

Preghiera per esorcizzare giovani e vecchi pregiudizi

 

Avendo, io frate Giovanni osservato come il cuore dell’uomo possa navigare in acque limacciose che sembrano quelle del fiume Rosa nelle giornate d’inverno. Non essendo io, umile frate, riuscito a darmi abitudine nei confronti dei pregiudizi che, in maniera ricorrente, s’impossessano delle giovani intelligenze degli italiani, propongo una riflessione su come nel mondo venivano dipinti i nostri nonni e bisnonni. Propongo altresì  che invece,della recita del Santissimo Rosario, sia letta  ad alta voce la summa delle parole con le quali i nostri antenati erano identificati da quanti affermavano che la loro presenza, come quella delle cavallette, stesse per distruggere le ricche nazioni nelle quali  essi sgobbavano. Et dopo la lettura si risponda alla seguente domanda: “In questa infelice Italia, d’inizio secolo, quale dei popoli d’oriente, secondo voi è fatto oggetto degli stessi vituperi che  tempo fa venivano rivolti ai nostri antenati?”

Musicanti e falsariMusicanti e falsari

“Tomaso: – Peppo Skinnolino sta facendo un sacco di bigliettoni.
Tobasco: – Con la scimmia e l’organetto o chiuso in casa, zitto zitto, quatto quatto?”
(Fudge, 27 agosto 1904)

I morti? Nella spazzatura

Una vignetta anti-italiana pubblicata su un giornale australiano nel secondo dopoguerra e usata polemicamente come copertina dell'”Italian Joke Book” di Tommy Boccafucci. Lo scambio di battute è: “Come mai ai funerali italiani portano la salma soltanto in due?”. “Perché i bidoni dell’immondizia hanno solo due maniglie”.

 

Soldi facili: è l’America!

 

“Altri italiani in arrivo! Come diavolo pensano di trovar da vivere?
– Bè’, lo sai che non vivono come noi.
Infatti, un paio d’anni dopo…”
(Puck, 24 ottobre 1906, Culver Pictures)

 

Piccoli muratori ignoranti

 

Una vignetta pubblicata dallo svizzero “Nebelspalter” di Zurigo il 22 giugno 1898. Titolo: “Evviva! I “bocia” devono finalmente andare a scuola”. Testo: “Il piccolo “tschingg” italiano: noi non vuole andare a squola, vuole portare sacchi di malta, mangiare polenta sulle impalcature. Ricevere soldini il sabato essere molto meglio. La squola non serve a niente”.

 

Occhio, zio Sam: sbarcano i sorci!

 

“La discarica senza legge: l’invasione giornaliera dei nuovi immigrati direttamente dai bassifondi d’Europa”

(Fudge, 6 giugno 1903)

 

“Mezzo chilo ‘e spaghett’ e un fazzulett’ al collo,
lo stilett’ e calzoni ‘ fustagno,
metti l’aglio che inghiott’ a boccate bestiali
e un talent’ a lustrare stivali.”

(Life, 1911, Historical Pictures Service, Chicago)

 

Le parole con cui gli stranieri percepivano i nostri nonni.

ABIS: rospi (Francia, fine Ottocento)


BACICHA: baciccia (Argentina, dal personaggio al centro della commedia e delle barzellette genovesi: allegro, divertente, sempliciotto ma capace anche di fare il furbetto)


BAT: pipistrello (diffuso in certe zone degli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento e ripreso dal giornale “Harper’s Weekly” per spiegare come molti americani vedessero gli italiani <mezzi bianchi e mezzi negri>


BLACK DAGO: dago negro (Louisiana e stati confinanti, fine Ottocento, per sottolineare come più ancora degli altri dagoes, vedi definizione, gli italiani fossero simili ai negri)


BOLANDERSCHLUGGER: inghiotti-polenta (Basilea e Svizzera tedesca)

ARCAMANO: furbone, quello che calca la mano sul peso della bilancia (diffusissimo in Brasile)


CHIANTI: ubriacone (Usa, con un riferimento al vino toscano che per gli americani rappresentava tutti i vini rossi italiani, chiamati dago red)


CHRISTOS: cristi (Francia, fine Ottocento: probabilmente perché i nostri erano visti come dei gran bestemmiatori)


CINCALI: cinquaioli (dialetto svizzero tedesco, dalla fine dell’Ottocento: cincali equivaleva a tschingge, dal suono che faceva alle orecchie elvetiche il grido cinq! lanciato dagli italiani quando giocavano alla morra, allora diffusissima. La variante caiba cincali!, luridi cinquaioli, fu quella urlata dagli assassini di Attilio Tonola)


CRISPY: suddito di Crispi (Francia, seconda metà dell’Ottocento, dovuto a Francesco Crispi, disprezzato dai francesi, ma il gioco di parole era con grisbi, ladro)

AGO: è forse il più diffuso e insultante dei nomignoli ostili nei paesi anglosassoni, vale per tutti i latini ma soprattutto gli italiani e l’etimologia è varia. C’è chi dice venga da they go, finalmente se ne vanno. Chi da until the day goes (fin che il giorno se ne va), nel senso di «lavoratore a giornata». Chi da «diego», uno dei nomi più comuni tra spagnoli e messicani. Ma i più pensano che venga da dagger: coltello, accoltellatore, in linea con uno degli stereotipi più diffusi sull’italiano «popolo dello stiletto»


DING: suonatore di campanello, ma con un gioco di parole che richiama al dingo, il cane selvatico australiano (Australia)

RANÇAIS DE CONI: francesi di Cuneo (Francia, fine Ottocento, con gli immigrati italiani che tentavano di spacciarsi per francesi)

REASEBALL: palla di grasso o testa unta (per lo sporco più che per la brillantina, Usa)


GREEN HORNS: germogli (ultimi arrivati, matricole, sbarbine, Usa)


GUINEA: africani (Stati Uniti, soprattutto Louisiana, Alabama, Georgia, dove era più radicato il pregiudizio sulla «negritudine» degli italiani)

ATZELMACHER: fabbricacucchiai (Austria e Germania; nel senso di stagnaro, artigiano di poco conto ma anche «fabbricagattini» forse perché gli emigrati figliavano come gatti. Decenni di turismo tedesco in Italia hanno fatto sì che, negli ultimi anni, si sia aggiunto per assonanza un terzo significato che gioca con la parola italiana «cazzo»)

THAKER: giramondi senza patria, vagabondi come Ulisse (gioco di parole tra Italia e Itaca, Germania)

ACCHERONI, MACARONI, MACARRONE: mangia pasta (in tutto il mondo e tutte le lingue, con qualche variante)
MAFIA-MANN: mafioso (Germania)


MAISDIIGER: tigre di granturco (solo Basilea)


MAISER: polentone (Basilea, nel senso di uomo di mais)


MESSERHELDEN: eroi del coltello, guappi (Svizzera tedesca, dalla seconda metà dell’Ottocento)


MODOK: pellerossa (Nevada, metà Ottocento. Dal nome di una tribù di
indiani d’America)

APOLITANO: napoletano (ma buono un po’ per tutti gli italiani in Argentina: in particolare dopo la «conquista del deserto» del 1870 in cui l’esercito argentino che massacrò tutti gli indios aveva vivandieri in buona parte napoletani)

RSO: in Francia, alla fine dell’Ottocento, con un preciso riferimento agli “orsanti”, i mendicanti-circensi che giravano l’Europa partendo soprattutto dall’Appennino parmense con cammelli, scimmie e orsi ammaestrati.

APOLITANO: storpiatura ironica di napoletano, valida per tutti i meridionali italiani (Argentina)


POLENTONE: polentone (così com’è in italiano, Baviera)

ITAL: italiano di Francia (spregiativo ma non troppo, era la contrazione di franco-italien e veniva usato per sottolineare come l’immigrato italiano oltralpe non riusciva neppure dopo molti anni a pronunciare correttamente la «r» francese. È il punto di partenza di Pierre Milza, lo storico francese autore di Voyage in Ritalie)

ALAMETTISCHELLEDE: affetta salame (solo Basilea)


SPAGHETTIFRESSER: sbrana-spaghetti (mondo tedesco)

ANO: abbreviativo di «napolitano» e di «papolitano» (gioco di parole argentino intorno a napoletano)


TSCHINGGE: cinque (vedi cingali)

ALSH: variante tirolese di welsh (vedi)


WELSH: latino (nei paesi di lingua tedesca ha due significati: se accoppiato con Tirol in «Welsh-Tirol» per definire il Trentino vuol semplicemente dire «Tirolo italiano». Se viene usato da solo ha via via assunto un valore spregiativo, tipo italiota o terrone)


WOG: virus (gergale, in Australia, buono anche per cinesi e altri emigrati poco amati)


WOP: without passport o without papers (in America e nei paesi di lingua anglosassone significa «senza passaporto» o «senza documenti», ma la pronuncia uàp si richiama a «guappo»)

YDROONESCHITTLER: scrolla-limoni (Basilea e dintorni, con un rimando a Wolfgang Goethe e alla celeberrima poesia che ha stimolato la «Sehnsucht», la nostalgia, di tanti artisti tedeschi verso l’Italia: «Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni? / Nel verde fogliame splendono arance d’oro / Un vento lieve spira dal cielo azzurro / Tranquillo è il mirto, sereno l’alloro / Lo conosci tu bene? / Laggiù, laggiù / Vorrei con te, o mio amato, andare!». Un amore struggente, adagiato dolcissimo nella memoria. Ma che, al ritorno del grande scrittore nel suo secondo viaggio, sarebbe subito entrato in conflitto con le solite cose: «L’Italia è ancora come la lasciai,/ ancora polvere sulle strade, / ancora truffe al forestiero, / si presenti come vuole. / Onestà tedesca ovunque cercherai invano, / c’è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; / ognuno pensa per sé, è vano, / dell’altro diffida, / e i capi dello stato, pure loro, / pensano solo per sé…».

 

Frate Giovanni