Lettera di Frate Giovanni a Frate Franco Bonòmini affinché non permetta al suo cavallo di diventare Priore.

Di “frate Giovanni”

Generoso fratello,
con l’approssimarsi del Capitolo Generale di giugno, il mio pensiero vola al tempo in cui sei arrivato nel nostro Monastero.
Contento per gli studi in Medicina, che avevi portato a compimento nell’Università di Padova, non parlavi d’altro che della Città del Santo, di come il tuo pensiero volasse alto e i tuoi occhi e le tue mani avessero appreso arti nuove.
Ricordo che per giorni e giorni ci narrasti del famoso anatomista Fabrizio D’Acquapendente e di quella volta che, nei nebbiosi vicoli della città veneta, incontrasti il giovine Galileo Galilei e insieme disquisiste per una serata intiera della sua teoria sull’isocronismo del pendolo.
Il tuo arrivo nel Monastero di San Sozonte fu interpretato da tutti come il segno che Dio non aveva abbandonato questo contado e tu ricambiasti la speranza che noi riponevamo in te, prodigandoti con tutte le tue forze per strappare da sorella morte quanti più corpi possibili.
Poi lasciasti il nostro Monastero e chiamato a Cosentia dal Superiore dell’Ordine, contribuisti a risanare le tristi condizioni degli abitanti di quella città prostrati, nel corpo e nello spirito, dalla epidemia di peste bubbonica.
Poscia, se apparvero alleviate le tribolazioni dei cosentini, ebbero inizio purtroppo le nostre angustie.
Se ben ricordi, nel periodo in cui prestavi la tua opera nel nostro Monastero, eri attorniato da tanti umili fraticelli per i quali costituivi un esempio da imitare.
Grazie ai tuoi buoni consigli, molti di essi hanno passato le loro notti nello studio e il Monastero appariva rischiarato dalla luce di mille lanterne, alimentate con tanto olio, quanto tutto il  vino bevuto alla corte del Vice Re Spagnolo.
Solo uno di essi, un tale frate otiosus, non volle seguire i tuoi consigli e mai si dedicò alla lettura dei tomi sacri o alla riscrittura di essi.
Dopo ch’egli ebbe prestato i suoi pigri servigi ad un signorotto del luogo, tale Costantino Bellaporta di Braallum, lo accogliemmo nel Monastero
Ricordo che dopo qualche tempo dalla sua venuta, tentammo di ammetterlo nello scriptorium e lui senza conoscenza nè dell’arte dello scrivere né dei suoi strumenti, tracannò in un baleno una ampolla di encaustum, la mistura di succo di cavolo e di cupri rosa, che noi frati amanuensi utilizziamo come inchiostro, confondendola per una coppa di vino guarnaccia.
Per tutto ciò lo destinammo all’arte meno nobile della questua.
Ben presto però, il frate in quistione cessò di chiedere la carità e iniziò a stazionare come un vexillum ad ogni ora del giorno, nei pressi di quel promontorio cretoso che la gente del luogo chiama Timpone, dedito all’espediente sottile e ignobile del discredito e della iattanza.
Hodie, ad ogni persona locale o foresta, ad ogni pellegrino o mercante che passa per tale luogo, millanta di aver appreso tutti i segreti della tua nobile arte e di aver ricevuto da te una speciale dispensa per l’esercizio di essa.
Non solo! Da cinque anni a questa parte,dopo aver seminato mortiferi dissidi nel Monastero, va ripetendo in maniera obsessa di essere il monaco più adatto a ricoprire l’impegnativo ruolo di Priore. Se qualcuno gli chiede quale cherigma annunci, egli risponde privo di esitazione: “Mi vuole frate Franco Bonòmini”.
Tempo fa si è sparsa la voce che saresti ritornato da Cosentia per candidarti al Capitolo Generale di giugno e il frate indolente minacciò che avrebbe buttato la tonaca alle ortiche e sarebbe rincasato alle dipendenze di Costantino Bellaporta.
Onorato fratello, prevedendo  che un esercito di famelici demoni lo avrebbe reso schiavo della cupidigia, ho fatto piantare lungo le rive del fiume Rosa degli arboscelli di vitex agnus castus.
E’ una pianta potentissima e, come ben sai, miracolosa, utilizzata da noi monaci non solo contro i morsi degli animali selvaggi, l’ingrossamento della milza e l’idropisia, ma anche per  mitigare appetiti di ogni genere.
Consigliatomi con frate erborista, ho messo di nascosto i boccioli dell’arbusto nella tonaca del frate, per placarne le concupiscenze, ma lo stratagemma non ha sortito gli effetti sperati e la sua brama di potere è andata anzi aumentando.
Nel Monastero alcuni frati affermano che tutto ciò rappresenta il marchio  di un nefasto sortilegio che grava sul nostro villaggio.
Anche tu, secondo loro, avresti aderito silenziosamente al progetto del frate ignavo e anzi, come un novello Caligola, saresti pronto a sostenerlo nella carica di Priore (a questo punto del discorso avrai sicuramente intuito di chi sto parlando!).
Sgomenti per tale prospettiva e per l’inevitabile ordalia, i miei amati confratelli, durante la compieta et hora terza, hanno iniziato a salmodiare scomposti Dies Irae.
Io stesso, mentre scrivo questa mia lettera, ho l’impressione che le campane del Monastero di San Sozonte, mute per le funzioni del Venerdì Santo, non anelino più alla sonora letizia della Resurrezione.

Sed tamen, attendo gli inequivocabili suggelli della Saggezza  dell’ Altissimo.

NON NOBIS, DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM

Frate Giovanni

Dal Monastero di San Sozonte

Anno Domini 1609

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3 risposte a “Lettera di Frate Giovanni a Frate Franco Bonòmini affinché non permetta al suo cavallo di diventare Priore.

  1. Siamo curiosi di sapere come è andata a finire. Frate Bonomini ha mai più risposto?

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  2. UN LEONE ET UN ASINO CHE ANDAVANO A CACCIA INSIEME NEL MONASTERO DI SAN SOZONTE

    et uno jorno fatta società il leone e l’asino uscirono insieme a caccia. Giunti dinanzi ad una caverna dove c’erano delle pecore selvatiche, il nostro contado ne abbonda in questi obscuri periodi, il leone si fermò davanti all’entrata per prenderle a mano a mano che uscivano, mentre l’asino entrava e, balzando in mezzo ad esse, ragliava per spaventarle. Quando il leone le ebbe prese quasi tutte, l’asino venne fuori e gli chiese se non si era mostrato un valoroso guerriero nella cacciata delle pecore. . Et tutte le pecore aprano bene gli occhi perché dietro un asino che raglia c’è sempre un leone nell’ombra.

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  3. Cavalier della Tavola Rotonda

    …Et un jorno fatto manipolo di prodi cavalieri si armerà e sconfiggerà lo cattivo messere che tanto fece male al contado, azzittirà lo cattivo e cinico monachello, ricorderà a tutti chi era lo cattivo brigante grasso e punirà i cattivi signori muniti di mostacci.. e solo allora, pace tornerà ad esser nel nostro ridente Monastero.

    Cavalleri, accorrete.

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