Un instant book, che sarà presentato a San Sosti giorno 8 agosto, indaga l’avventurosa ed enigmatica vicenda della scure di Kyniskos.

Di “Mille storie, mille memorie”

Molti dei reperti archeologici esposti nei musei di tutto il mondo nascondono storie non chiare di alienazioni o ancora peggio di trafugamenti e di riapparizioni improvvise nei più grandi spazi espositivi del pianeta.
In questi ultimi giorni ad esempio, l’attenzione della stampa mondiale si è posata sul nuovo Museo dell’Acropoli di Atene, inaugurato nel mese di giugno, che rivendica alcune sculture che sono esposte al British Museum di Londra. Sempre nello stesso periodo, l’Egitto ha nuovamente rivendicato il busto della regina Nefertiti, oggi all’Altes Museum di Berlino, ritrovato nel 1912 ad Amama. Per non dire dell’Atleta di Fano, il bronzo di Lisippo, rinvenuto nel 1964 che, passato per il mercato nero, è stato poi acquistato dal Getty di Los Angeles, che detiene anche la Venere di Morgantina, trafugata da un sito archeologico in provincia di Enna.
Stessa sembra la sorte toccata anche ad un prezioso reperto archeologico, trovato in provincia di Cosenza nel 1846 e conosciuto come l’ascia di Kyniskos.
Il pezzo, con iscrizione votiva del VI secolo a.C., è attualmente conservato al British Museum di Londra presso il Dipartimento delle Antichità Greche e Romane. Fonti letterarie documentano come l’antico manufatto sia stato serbato in San Sosti almeno fino al 1857. Da quell’anno in poi di esso si persero le tracce e solo nel 1884 ricomparve …nelle sale del museo londinese.
Esposta in Italia nel 1996 nella mostra “I Greci in Occidente” tenutasi nel Palazzo Grassi di Venezia, la scure è annoverata tra “quelle opere in grado di parlare da sole senza bisogno di illustrazioni, tanto è la carica emozionale che esse posseggono”.
Sull’onda emotiva che precedette e seguì la esposizione veneziana del 1996, l’Amministrazione Comunale di San Sosti orchestrò una vivace polemica mediatica per rivendicarne il possesso, pur rimanendo sconosciute le vicende che portarono il reperto tra le collezioni del museo londinese.

Ora un instant book di Francesco Capalbo ricostruisce alcune tappe inedite di questa appassionante vicenda: la storia del ritrovamento del reperto, l’illustrazione dello stesso sui famosi periodici dell’epoca, il profilo “professionale”dei personaggi che ebbero modo di osservarlo o di averlo tra le mani, le concitate fasi dell’asta nella quale venne venduto ad un potente emissario del British Museum.
Il testo, dal titolo: “Della raminga scure” indaga anche sulla veridicità della tesi secondo la quale del reperto si siano perse le tracce proprio dopo essere stato inviato nel 1857 a Napoli, per ragioni di analisi e studio, presso il Museo Nazionale.
Un apposito spazio è stato inoltre dedicato allo studio del contesto umano e sociale del territorio nel quale l’ascia fu custodita dopo il ritrovamento e si avanza un’ipotesi convincente su come essa “abbia preso il volo” da San Sosti.
L’attività di ricerca si è avvalsa della collaborazione di molte persone che hanno permesso di rimuovere il crespo di dimenticanza che sulla vicenda si era posato con il passare degli anni; ad esempio documenti importanti per ricostruire le fasi della vendita del reperto, sono stati forniti da funzionari del British Museum.

Il libro sarà presentato sabato 8 agosto alle ore 19,00 nella Biblioteca del Museo San Sozonte di San Sosti, nel corso delle manifestazioni culturali riguardanti l’Estate Sansostese.
Dopo i saluti del sindaco Michele Sirimarco, seguiranno gli interventi di: Carmen Bosco, Mariangela Bruno e Raffaele Rosignuolo, nonché le conclusioni dell’autore.

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8 risposte a “Un instant book, che sarà presentato a San Sosti giorno 8 agosto, indaga l’avventurosa ed enigmatica vicenda della scure di Kyniskos.

  1. Vincenzo De Luca da Milano

    Rendere pubblico il fatto dell’attribuzione sul web , dell’ascia a San Sosti è un motivo culturale-turistico..ignorare questo anche se si parla del passato non nè giustifica l’assenza…proprio per l’interesse sottostante che ne potrebbe derivare al paese..

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  2. Zia Concetta

    Intanto non comprendo la tua forma di espressione…sarà un’antica lungua…forse quella parlata dai Longobardi! Te lo dico io qual’è l’interesse del paese: lavoro, ordine, rispetto sociale, rispetto dei ruoli, giustizia sociale, valorizzazione del Patrimonio Culturale ed Ambientale. Di quest’ultimo aspetto c’è già chi se ne occupa egreggiamente, solo che ai presuntuosi…certi discorsi SERI e TANGIBILI sfuggono…di proposito. La presunzione del sapere è una brutta bestia, rende l’uomo più stupido ed ignorante di quanto non lo sia già.
    Per gli altri punti cui sopra…ci pensaranno i nuovi amministratori “illuminati”, discepoli di quei “pozzi di scienza” che hanno perso le elezioni…o no? Andiamo bene…!!!

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  3. ANONIMO AI LAVORI FORZATI

    Ringrazio la dea Era a cui l’ascia è dedicata che in tutti questi anni il reperto sia stato custodito al british. Se fosse rimasto a san sosti visto l’alto grado di inciviltà e di sottocultura che vi regna sovrana avrebbe fatto una fine peggiore. Basta a questo proposito vedere altri reperti custoditi in calabria e rendersi conto di cosa siamo capaci. In alcune zone non distanti dal nostro ameno paese la sovrintendenza ha effettuato scavi trovando bellissimi mosaici e li ha ricoperti di nuovo di terra non potendoli salvaguardare diversamente. Secondo voi archeologi e studiosi paesani al british avrebbero usato questa tecnica conservativa?

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  4. Stefano Carbone

    Non voglio scendere nel merito dell’ultimo commento, voglio solo riportare una notizia del TG regionale di qualche giorno fa: in un comune vicino Crotone, del quale preferisco tacerne il nome, grande come il vostro, è stato realizzato un museo con reperti archeologici di straordinario preggio storico, artistico ed economico. Ebbene, oggi questo museo è nel più assoluto stato di abbandono, sono state divelte porte e finestre, chiunque vi può entrare e portare a casa indisturbato, preziosi manufatti antichi e magari venderli al mercato nero.
    Solo che gli archeologi e gli studiosi sono impotenti di fronte alla burocrazia ed alla politica “dell’affare”. A “noi” calabresi interessa accaparrarci l’appalto per la realizzazione dell’opera e non il suo funzionamento.

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  5. Mi devo complimentare con il Sig. Capalbo, ho seguito con interesse (anche se sono arrivato quando era già iniziata) la presentazione del suo libro sull’ascia di San Sosti. Un lavoro notevole, certosino e preciso, comprerò con piacere l’opera, anche per la bella litografia in copertina.
    Però vanno dette altre cose, che preferirei dire di persona all’autore, ma siccome sono un ragazzo e non essendo un suo amico, mi sentirei in grande imbarazzo, mi limito, dunque a scriverle nella speranza che non vengano censurate.
    Come dicevo prima, essendo arrivato in ritardo alla presentazione, pensavo che il Dott. Martucci, direttore del Museo, che tra l’altro ospitava tale presentazione, evesse già parlato. Ho chiesto ad uno dei presenti il quale mi ha risposto “veramente non ha parlato tantomeno è in programma un suo intervento”. A quel punto mi sono tornate in mente certe parole dette da un Tale al suo gretto popolo “Date a Cesare quel che è di Cesare”, io non sono tanto propenso a credere a certe cose, tuttavia, questo tipo di insegnamento dovrebbe essere sempre calzante e sempre attuale…
    I miei rispetti a coloro che sono intervenuti con le loro relazioni, che purtroppo mi sono perso, sono convinto che hanno dato una ottima impronta culturale all’incontro, mi piace chiamare questi eventi così e non convegni, perchè mi sà di vecchio e decrepito. Mi chiedo però “che ci azzecca?” Sono Archeologi? Mi rendo conto che non era un incontro sull’archeologia, però si è parlato dell’oggetto più famoso, forse, della Calabria. Fossi stato io l’organizzatore avrei prima presentato l’oggetto dal punto di vista archeologico, storico ed artistico e poi dal punto di vista investigativo come è stato egreggiamente fatto. Chi DOVEVA fare ciò? Perchè non si è fatto? Forse ho la risposta alla domanda: “avete mai visto un relatore con tanti piercings? che veste di nero? Che indossa croci gotiche?” Sono queste le domande che gli organizzatori secondo me si sono posti. Purtroppo si sono posti solo le domande ma non si sono dati delle risposte…Sono costretto a ricorrere ad una frase scontata “non è l’abito che fa il monaco”, io frequento il mio amico, che per molti DEVE essere il Dott. Martucci, il quale ha una preparazione che molti “pseudo filosofi di borgo” se la possono solo sognare, perchè, quando si fa una cosa per passione si tende ad eccellere, anche con niente, anche con mezzi esigui. Questo è Angelo Martucci. A questo punto, se leggerà questo commento, capirà chi sono ed è meglio che non mi faccio vedere da lui per un po…perchè queste cose non le approva…
    L’ultima osservazione: Quanti di voi hanno letto la pubblicazione, curata anche con il Dipartimento di Archeologia dell’UNICAL, dal titolo “Archeologia e Topografia della Valle dell’Esaro e dell’Occido?”
    Alla pagina 73 sono riportate molte di queste notizie, apprese con sbalordimento e meraviglia dai presenti. In realtà queste strabilianti notizie, strabilianti per chi non legge, sono state pubblicate già nel 2006, proprio dai Dott/ri Martucci. Con questo non voglio assolutamente sminuire il grande lavoro del Sig. Capalbo, voglio solo dire che l’incontro culturale avrebbe avuto un altro valore, al di là dei pearcings e delle croci gotiche.
    Aspetto che il sig. Capalbo risponda in modo esauriente, devo dire, a lui consono e naturale, a questi pochi quesiti, sempre che il commento non venga censurato e se ho capito bene lo spirito di questo sito, sono fiducioso che non sarà così.

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  6. Un forte sviluppo di impronta socio-culturale si ottiene applicando i singoli dinamismi intellettuali in un’unica forza collaborativa convergente.

    Un buon lavoro, molto valido. Un plauso al dott. Capalbo per il testo sovracitato, e un plauso ai dott.ri Martucci per la pubblicazione datata 2006 che ho avuto modo di leggere solo poco tempo fa.

    Il mio consiglio è COLLABORAZIONE, scambio di opinione, in qualunque campo. E’ l’unico modo per raggiungere lo Zenit culturale in un determinato contesto. Nella nostra piccola comunità dovrebbe essere anche più semplice, visto l’esiguo numero di menti interessate nel campo.

    Geerzt (antropologo), a riguardo, parla di sistemi che devono essere creati e costantemente ampliati tramite il confronto e lo scambio informativo, solo ed esclusivamente per il bene dell’esistenza e accrescimento individuale.

    “Non diretto da modelli culturali unificati (=sistemi organizzati di simboli significanti in un determinato ambito), il comportamento dell’uomo (=uomo ignaro di cultura) diventa praticamente ingovernabile […] e la sua esperienza diventa praticamente informe. La cultura, la totalità accumulata di questi modelli, non è un ornamento dell’esistenza intellettuale umana ma – base principale della sua specificità – una condizione essenziale per essa”.
    (Clifford Geertz)

    Rinnovo gli auguri per la pubblicazione, diamo sempre il meglio.

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  7. michele iannello

    Guardate, io ho sempre pensato che lo scambio di idee ed opinioni, nonchè il saper ascoltare, sia il metodo di arricchimento culturale migliore. Voglio complimentarmi con francesco Capalbo per le varie inziative intraprese, grazie alle sue informazioni vengo a conoscenza della storia del nostro paese e di tutte le sue ricchezze. Quella sera c’ero anche io, ho avuto modo di parlare con Angelo, e mi fa sempre piacere guardare negli occhi un ragazzo del nostro paese che abbia così tanta passione per il proprio lavoro. Dò merito ad Angelo, in questi anni, di aver creduto e lottato per quello in cui credeva, insieme a Gianni hanno voluto fortemente la realizzazione del museo. Almeno personalmente sono contento di avere a San Sosti due ragazzi come loro, nonchè, archeologi che hanno voglia di scoprire e far conoscere la storia del proprio paese. Ragazzi buona fortuna e buon lavoro.

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  8. Parole semplici e sincere, lodi al consigliere Iannello.

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