Lettera di frate Giovanni alla badessa Maria Dolores del Ferraro. Sull’umorismo di Dio

Di “Frate Giovanni”

Mater Melodiosa,

ti scrivo mentre fuori dalle mura del Monastero osservo il disco solare tramontare dietro i dirupi infuocati di Montea. Una lieve brezza mitiga la caldura di agosto: come giunco assetato, in questi giorni ho tratto sollievo solo dalle arzille acque del vicino fiume Rosa.
Molte volte durante le roventi giornate mi interrogo, indossando il cilicio, sull’esistenza di Dio ed il dubbio si impossessa delle mie tremule e avvizzite carni.
Sembra che a nulla siano valse  le preghiere inoltrate al Padreterno  per il Capitolo di giugno, affinché scongiurasse l’elezione alla carica di Priore di fratel Baro, giocatore d’azzardo, che già nel 1595 fuggì con la questua, lasciando nell’indigenza il Convento.
I dubbi si diradano, come la canicola allontanata dai soffi di Borea, quando penso che essendo i progetti di Dio perfetti,  le colpe appartengano agli umani ed anche io non mi sento immune da esse. Ti confesso ad esempio, di aver forse esagerato un po’ con le dosi di vitex agnus castus e non ricordo più (ah il peso della senilità!)  se i suoi boccioli li abbia messi tra le vesti di frate Franco Bonòmini o  nelle bisacce del suo cavallo.
Il preparato che avrebbe dovuto calmare le bizzarrie del quadrupede, sembra di fatto aver avuto inattesi effetti rinunciatari sull’integro frate.
Mater Sonora, proprio in occasione del Capitolo di giugno mi sono accorto come le rappresentazioni che noi diamo dell’Onnipotente non sempre corrispondano al vero. Siamo quasi propensi ad immaginarcelo austero, greve e serio, ma in alcune occasioni è allegro e anche se vigile quasi…beffardo.
Egli se da una parte non  rinuncia di certo a dirigere gli eventi, lo fa però con un lieve senso di divino umorismo, sparigliando e ridicolizzando le umane ingordigie .
Prendi il caso di frate Tommaso de Livella: della sua vagheggiata Città non rimane che… il misero soldo.
Per non parlare di quel tale frate Inquisitore, che ha lo stesso nome  di una drupa mediterranea ed un  fratello appellato alla gemella maniera del sanguinario Priore del Convento di Santa Cruz di Segovia, Tomás de Torquemada, primo Grande Inquisitore spagnolo. Egli immaginava che il Capitolo di giugno acclamasse la sua apotheosis, ovvero la sua trasformazione in dio, invece ha sancito la sua apokolokyntosis, la sua trasformazione in cucurbita e sembra destinato a soffrire la pena del contra patior. In passato fu infatti un integerrimo fustigatore del vecchio Priore del nostro Monastero e dei fraticelli che compivano veniali peccati di vanità: nei confronti di essi non esitò ad invocare i dettami cruenti della bolla “Ad extirpanda” di Innocenzo IV. Ora invece è solito tener bordone, senza scrupolo alcuno,  a due impenitenti mallevatori!
Uno di essi, noi tutti lo conosciamo bene: è fratel Baro, il nostro attuale Priore. Come primo atto del suo nuovo ministero, il frate ammazzasette ha reso legale nel Monastero il giuoco d’azzardo, così che a compieta ed ora nona i frati, invece di salmodiare canti all’Altissimo, gozzovigliano, bestemmiano, giocano alla morra ed ai dadi e si accompagnano a donne foreste.
Il secondo è un feroce soldato della locale guarnigione spagnola, che impietrisce pastori e contadini sorpresi a sfamarsi  su terreni allodiali: agli uni disconosce il diritto di ghianda e di legnare, agli  altri il diritto di terratico e di erbatico e stampiglia sulle loro strutte pelli gravami d’ogni genere.
Mi chiederai  Mater Risonante  dove io intraveda, in questa babele, l’umorismo di Dio.
Esso ha hospizio nell’idea che senza caritas et pietas i migliori progetti vengono mutati dall’Altissimo nel loro opposto, ed anche un infurorato canto di Lode si trasfigura in uno stridulo vocio!
Assorto in tali pensieri, odo verbi di lecito giubilo lisciare le mie vizze orecchie. Lungo il fiume Rosa un gruppo di jovini del contado rivolge all’Incommensurabile liete preghiere; il mio volto sembra ritrovare il sorriso perduto ed il cuore palpitare di sofferta speranza.

NON NOBIS, DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM

Frate Giovanni

Dal Monastero di San Sozonte

Anno Domini 1609

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2 risposte a “Lettera di frate Giovanni alla badessa Maria Dolores del Ferraro. Sull’umorismo di Dio

  1. Un lettore di Carpi

    Sono un lettore di Carpi,
    ho letto, su consiglio di un vostro paesano, le lettere di frate Giovanni ed anche se non ne percepisco tutti i nessi ho colto l’allusione delle epistole alla situazione politica nazionale.
    A me sembra che il Priore ,fratel Baro sia il …cavaliere per antonomasia.
    Quanto alla guarnigione spagnola io ci trovo una mirabile allusione alla Guardia Nazionale Padana.
    Possiamo comunque definire frate Giovanni un anesignano di quanti hanno lottato per l’unità nazionale contro il malgoverno e le efferatezze degli spagnoli.
    Ho colto nel segno?

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  2. Amico mio, non hai colto nel segno, poichè Frate Giovanni non allude minimamente ai gravi problemi politici che sta attraversando la nostra martoriata Italia. La sua è più retorica di basso livello rivolta a chissà quale oscura trama che a noi poveri mortali, illetterati politici sfugge. Tuttavia, possiamo immaginare dove l’allegro graticello vuole andare a parare .

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