IL MESTIERE DELL’ARCHEOLOGO

Di Angelo Martucci

“DE SUI IPSIUS ET MULTORUM IGNORANTIA”

E’ un trattato scritto da Petrarca sull’ignoranza propria e di molti…

Scrivere la storia di un popolo, di un luogo, quando le fonti scritte tacciono è compito assai arduo.
A partire dagli anni 70’ l’archeologia è considerata una disciplina scientifica al pari di tutte le altre e come tale soggetta a verifica tramite il metodo sperimentale.
Il mestiere dell’archeologo, sotto alcuni aspetti, può essere considerato come quello di un poliziotto che investiga sulla scena di un crimine al fine di stabilire la dinamica delittuosa e il tempo trascorso. Ogni elemento rinvenuto sulla scena del crimine costituisce una prova indispensabile alle indagini.
Il coccetto di ceramica, che solitamente si calpesta camminando per le campagne, dal valore economico pari a zero, costituisce per l’archeologo un prezioso elemento di prova poiché è parte della storia di quel luogo.
La New Archeology non è dunque, la ricerca dell’oggetto antico da esporre nelle vetrine dei musei, bensì, la contestualizzazione del territorio oggetto della ricerca.
La ricerca archeologica non è basata sulle “dicerie”, sulle fonti romanzesche, sulla tradizione orale, ma sulla prova tangibile e contestualizzabile, sottoponibile a verifica con metodo scientifico.
Fonti ottocentesche, più di carattere romanzesco-narrativo che archeologico e storico, parlano di un mortaio in bronzo decorato a sbalzo rinvenuto a San Sosti, regalato ad un ufficiale francese. La notizia presenta almeno tre evidenti incongruità: (1) cosa centra l’esercito francese a San Sosti, dopo i fatti del 1805/6? (2) in età greca e romana il mortaio non esisteva, esistevano le piccole macine a mano per uso domestico che venivano utilizzate per sminuzzare il grano, il salgemma, i ceci etc. certamente non i mortai, per giunta decorati a rilievo; (3) non esiste né una foto, né una descrizione scientifica né un disegno di tale oggetto, eppure agli inizi dell’800’ i reperti antichi venivano sapientemente catalogati e disegnati.
Stesso discorso vale per la moneta menzionata dal Pagano. Si tratterebbe di uno statere incuso in argento della seconda metà del VI sec. a.C. La notizia, per quanto entusiasmante, non può assolutamente essere veritiera poiché di questo tipo di monete ne sono state rinvenute fino ad oggi pochissimi esemplari (qualche decina) e tutte catalogate, conservate nei musei di mezzo mondo. La ragione è semplice: già in età Magno Greca avevano un valore intrinseco altissimo, per cui il conio era limitatissimo.
Le fonti che solitamente vengono prese in considerazione dai semplici appassionati locali di archeologia sono soprattutto Gabriele Barrio (XVI secolo), Leopoldo Pagano e Cerbelli di Mottafollone, tre uomini di chiesa con la passione della storia. È da notare che i loro scritti sono per lo più considerazioni personali e tradizioni orali, che dati scientifici assunti da una ricerca seria ed approfondita.
Fonti più autorevoli sono: Ecateo di Mileto, Tito Livio, Strabone e Stefano di Bisanzio. Ma, neanche in questo caso abbiamo notizie precise sull’ubicazione di alcune città antiche perché la nostra visione della geografia è molto diversa da quella di questi antichi scrittori. Ad esempio, Strabone (I sec. a.C.) nella sua opera intitolata “Geografia”, nel VII libro afferma che Temesa era “la prima città del Bruttium”, solitamente si è tentati di identificarla nello spazio geografico compreso tra Santa Maria del Cedro e Belvedere Marittimo. In realtà, nel mondo antico questa parte di territorio calabrese era la “Lucanìa”, il Bruttium iniziava seguendo la linea ideale del Fiume Savuto. La prima città che si incontra, in questo caso è Amantea, nei cui pressi è stata realmente individuata l’omerica città e dove sono tutt’ora in corso scavi archeologici.
Altro argomento molto discusso è la scure martello (non ascia) di Kyniskos. Intanto voglio subito precisare che le due campagne di scavi archeologici effettuate nel 2001 e nel 2003, diretti dal Dip. di Archeologia e Storia delle Arti dell’UNICAL non hanno documentato in alcun modo la presenza greca ai Casalini. Per cui, come si può parlare del rinvenimento di un così importante oggetto in un sito dove non è stata documentata la presenza ellenica? L’iscrizione sulla penna afferma che fu offerto ad un santuario dedicato a Era posto in pianura.
Per quel che riguarda l’identità dell’offerente ci sarebbe tanto da dire; gli esiti, VERIFICABILI,  delle nuove scoperte, a tal proposito verranno pubblicati a breve.
In conclusione, la New Archeology è considerata una disciplina complementare alla ricerca storica, basata su elementi concreti e tangibili riscontrabili su un dato territorio e pertinenti ad un periodo storico. Ricostruzioni campanilistiche e romanzesche, addirittura potrebbero rivelarsi fuorvianti nella corretta ricerca storico-archeologica.

Angelo Martucci

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Una risposta a “IL MESTIERE DELL’ARCHEOLOGO

  1. Bravo, il fatto è che a San Sosti tutti credono di sapere tutto, poi, quando alcune persone si fissano su qualcosa, valli a smuovere! Per i depositari del sapere: la ricerca è così definita perchè è in continua evoluzione, è fatta di conferme e smentite. Di fronte a fatti nuovi non ci si può trincerare dietro i propri convincimenti. Soprattutto bisogna riconoscere le competenze e la professionalità di chi opera nel settore”a ciascuno il suo”.
    Antò, t’haju dittu ca quannu va allu museu tada minti na maglia c’cu collu gavutu e tada purtà na jetta d’agliu! Ti vighiu nu pocu malupatutu!
    Scherzo, siete grandi!

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