Lettera di Frate Giovanni a Candido Cantarime*

Canuto fratello,
l’anno del Signore 1609 sta per abbandonarci proprio mentre ci giungono, travalicando i vicini poggi, gli echi armoniosi dei tuoi ispirati gorgheggi. Nei territori dirimpetto al Monastero di San Sozonte sono arrivati numerosi lavoratori stranieri: alcuni hanno un colorito giallastro e vivono di commerci; provengono dalle terre d’oriente, descritte da Marco Polo e da Rustichello da Pisa, dove visse il Gran Khan Khubilai. Altri foresti hanno invece una cera chiara e sono sopraggiunti tra noi dalle lontane regioni della Valacchia e della Moldavia; vivono promiscui in fatiscenti tuguri, prodigandosi in umili lavori, ma guardati con disprezzo dagli abitanti del luogo che attribuiscono loro la responsabilità di ogni misfatto compiuto nel contado.
L’inverno quest’anno ci sta mostrando il suo volto amichevole e nemmeno una fredda raffica di Borea ha sinora sferzato le colline che ci contornano. Questo clima ancora temperato giova a chi come me è ormai vecchio, ma anche a quanti sono afflitti dall’asma e dalla strettura di petto, dai geloni, dalle petecchie, dalla terzana e dal catarro duro che non si riesce a sputare.
Le acque del fiume Rosa sono così placide che sembrano sussurrare eufoniche i tuoi canti; esse si muovono come le tue lattee chiome quando sono accarezzate dalle tiepide brezze di maggio.
A tal proposito mi subviene ora alla mente di come nella tua precedente lettera mi chiedesti se tra i manoscritti conservati nel mio Monastero fossero mai state rinvenute formule di antichi rimedi per contrastare quella canizie che ha soggiogato la tua folta capigliatura. Aggiungesti che il bianco dei capilli è un colore che ormai ti arreca solo dolore, poiché ti rammenta il candore dei giovanili tuoi ideali immolati nel tempio delle umane convenienze. Nella speranza che il tuo crine possa acquistare toni corvini, eccoti la prescrizione di una antica panacea: “Piglia un piatto di maiolica e ponici sotto una lume e poi con quel fumo nero che est nel piatto, tingiti li capilli che è cosa mirabile et senza danno”.
Ma non è solo di questo che voglio parlarti, né mi azzardo ad usare rimprovero nei tuoi confronti per aver favorito nel Capitolo di giugno l’elezione a Priore di fratel Baro o, peggio ancora, per aver suggerito a fratel Tommaso de Livella quelle strane letture che tanto danno poi hanno arrecato al suo intelletto.
Ti scrivo perché ho bisogno del tuo aiuto.
Il Correttore del mio ordine, padre de Perro, da tempo ormai si comporta come il Cardinale Ippolito d’Este. La cosa non desterebbe sorpresa se non fosse che il Cardinale è ormai defunto e Padre Correttore invece di esaltarne le virtù dello spirito, ne diffonda le mollezze dei costumi. Devi sapere che Ippolito d’Este, Arcivescovo di Esztergom in Ungheria, nel 1509 fece ritorno nella sua Ferrara con un seguito di ricche carettere ongaresche che destarono l’ammirazione, ma anche il legittimo sospetto dei suoi concittadini.  Ebbene Padre de Perro, ritornato a vivere nel paese che gli dette i natali, sull’esempio del porporato, ha acquistato anch’egli da un mastro di caroce di Modena una carettera trainata da otto corsieri e con essa riga molte volte in un giorno, tra nuvole di polvere, i miseri sentieri che avvolgono il nostro contado. A quanti sostengono che tale esibizione di ricchezza contrasta con la indigenza del luogo, ma anche  con la natura del suo ministero, lui, indossando senza averne titolo il collare del Toson d’oro, racconta con erudite parole, di come il cocchio ongaresco e la ricchezza permettano invece di percorrere con speditezza i male agevoli viottoli della santità.
Per questo o soave fratello, non bisogna perdere altro tempo essendo venuto il momento che Padre Correttore sia corretto!
Cercami tra i libri custoditi nella tua Commenda, eredità del sapere ante benedettino et inde cistercense, l’opera omnia del Doctor Angelicus il quale sosteneva che l’uomo anchenel suo avere deve essere ordinato a Dio”. Appena  l’avrò ricevuta, la sottoporrò con risolutezza a Padre de Perro, affinché sia indotto quanto meno alla riflessione.
Scrivo questa mia lettera mentre assiso davanti al fuoco, aspetto tra il crepitare delle fiamme et corroborato dal vino guarnaccia, che la luce dello juorno, allontanando le angustie passate, rischiari di speranze il nuovo anno.

NON NOBIS, DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM

Frate Giovanni

Dal Monastero di San Sozonte

XXXI mensis Decembris , Anno Domini 1609

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*Frate coréuta et  forbitore della Commenda di Santa Maria della Matina

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2 risposte a “Lettera di Frate Giovanni a Candido Cantarime*

  1. Chiedo informazioni sulle "Carettere Ongaresche"

    Sono appassionato di Carrozze,
    la carrozza di cui parla Frate Giovanni è un prototipo interessante per noi collezionisti.
    Qualcuno può dirmi se nel vostro paese ne è rimasta traccia?
    Dove posso reperire altre informazioni su Padre De Perro e su Frate Giovanni?

    Buon Anno

    Luca Strangione

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  2. TE LA CANTI E TE LA SUONI!!!

    MA CON CHI C’E’ L’HAI?

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