Presenze albanesi a San Sosti

Di Francesco Marchianò

Una lunga tradizione storiografica ha tramandato finora, ed alimentato, una visione romantica e idealizzata degli Albanesi emigrati verso le sponde dell’Italia meridionale dove, invece, si presentarono come avventurieri senza terra e senza bandiera, come clan dediti alla rapina ed al nomadismo, costretti poi dai signori locali a stabilirsi nei casali e a seguire le leggi locali.[i]
Recenti studi hanno sfatato, per fortuna, la mitizzazione creata nei secoli ad usum Delphini, che faceva passare i profughi albanesi come degli struggenti eroi sognanti la patria perduta, degli sventurati sfuggiti al giogo turco e sbarcati nel porto di Sibari (?), o come milizie di un (forse) inesistente Demetrio Reres  oppure come degli sfollati privilegiati da Corone e Modone (in Morea), imbarcati sulle navi di Andrea Doria e poi resi nobili da Carlo V al loro arrivo nei lidi italiani! [ii]
Tra la fine del basso medioevo e gli inizi del XVI sec., in tutta l’Italia centro-settentrionale si registrano presenze di Albanesi, per lo più artisti e letterati, in seguito alla caduta di Costantinopoli (1453) ed in coincidenza con le guerre che Skanderbeg conduceva in Albania, che si stanziano in città e centri popolosi e che hanno dato all’Italia illustri nomi come Michele Marulli, Vittore Carpaccio, gli architetti Albanese, gli ecclesiastici Albani (col papa Clemente XI), …. [iii]
Altri Albanesi invece, dediti all’uso delle armi, hanno servito come mercenari stradioti nelle armate imperiali, francesi, papaline e venete per tutti i sec. XVI e XVII ed infine come truppe speciali dei sovrani borbonici presso il Reggimento “Real Macedone”, dal 1734 al 1860.[iv]
Ma sarà principalmente il Reame di Napoli, sotto Alfonso e Ferrante d’Aragona, che aveva esteso il protettorato sull’Albania, ad assorbire le varie ondate di profughi albanesi che poi si disperderanno nelle varie regioni meridionali per essere accolti in casali, paesi e grossi centri.[v]
Non esistono date certe sul loro arrivo nelle contrade della Calabria, ma le colonie albanesi presenti nella provincia di Cosenza usano come inizio di fondazione del proprio paese la stipula delle capitolazioni (patti) firmati con il feudatario locale che poteva essere un laico o un vescovo, se la comunità si era stabilita nei possedimenti di un’abbazia.
Dal contenuto delle capitolazioni, e da documenti fiscali, si evince chiaramente che la maggior parte degli Albanesi stabilitisi nel Meridione non erano affatto nobili bensì braccianti abitanti i casali – villaggi rurali – dove espletavano lavori stagionali al soldo del feudatario locale mentre una buona parte di loro vagava nell’insalubre Piana di Sibari o nella Valle del Crati in cerca di condizioni di vita migliori[vi].
Lo storico Cassiano ci fornisce una cruda descrizione delle condizioni di vita dei primi profughi stanziatisi nell’area della Sibaritide che, equiparati ai servi della gleba, venivano ceduti o venduti ad altri feudatari come oggetti![vii]
Ma oltre un secolo dopo, l’esistenza dei profughi non è affatto migliorata, come scrive il Marafioti riferendosi a quelli stabilitisi nel Crotonese dove “non tengono case fabbricate, ma tuguri pastorali e capanne di tavole” che bruciano per non pagare tasse o non sottostare alle intemperanze o esigenze dei signori locali.[viii]
Ma gli Albanesi non si stanziarono solo in miseri casali o attorno a residenze feudali (come la masseria-castello di San Mauro presso Corigliano) e nulla ci impedisce di ipotizzare che alcuni sparuti ed isolati nuclei familiari si stabilirono anche in grossi centri calabresi come Castrovillari, Corigliano, Rossano, Bisignano, San Marco Argentano, o nei paesini circostanti, per poi essere totalmente assimilati dall’elemento locale.

A tal proposito Carmelo Perrone, studioso ed autore di un’interessante monografia su San Sosti, sostiene che : «Le più vicine colonie furono quelle di Acquaformosa, Lungro, Firmo ed anche San Sosti ospitò alcuni nuclei di Albanesi, che però si estinsero in poco tempo. Rimane in San Sosti una zona del paese che viene chiamata “degli Albanesi”, con una piccola piazza nella parte vecchia della cittadina.» [ix]
Il prezioso dato storico del Perrone corrobora quanto affermato prima ed induce ad approfondire la ricerca che ci porta ad aggiungere un ulteriore contributo alla storia di San Sosti fornitoci da un raro testo dell’avv. Nicola Falcone dedicato alla topografia calabrese dove si citano luoghi e relative pubblicazioni in merito.[x] 
Il Falcone riporta una monografia storica di Domenico M. Cerbelli che, dopo aver fornito alcuni cenni di archeologia e storia antica, circa l’origine di San Sosti afferma: “Nel 1600, cinque famiglie di Spezzano Albanese sollecitate da’ Certosini di Acquaformosa (nel cui tenimento fu quel santuario fondato) si conferirono in quel luogo per coltivare il feudo della badia di costoro, e furono così le prime ad accasarvi un gruppo di abitatori : …[xi]
Sempre il Cerbelli prosegue sostenendo che l’abitato venne poi ripopolato da alcune famiglie di Bonifati sfuggite alle angherie di un signorotto locale (1647) e che nel 1826 vi trovarono rifugio alcuni abitanti di Buonvicino sfuggiti ad una terribile carestia.
La mancanza di documenti diretti non ci consente né di asserire né di smentire quanto sostenuto da questo erudito del XIX sec., arciprete di Mottafollone, ed autore di colte monografie storico-religiose di notevole importanza storica ed antropologica.[xii]
A questo dato si aggiunge quello dello storico D’Avino che, in un sua pregevole opera, appoggiandosi al Falcone, sostiene: “…E cinque famiglie di Spezzano Albanese nel mille secento chiamate dall’abate d’Acquaformosa, ch’era padrone del territorio di San Sosti furono le prime ad abitare nella terra di San Sosti, che fu poi popolata da calabresi, e particolarmente da due colonie di Bonifati e di Buonvicino, villaggi situati in su le coste del Mar Tirreno”.[xiii]

Lo stesso, riferendosi alle vicende della diocesi di San Marco, inoltre afferma che “Nel XVII sec. furono edificati Diamante e S. Sosti, questo nel contado di Mottafollone…”.[xiv]
Certamente motivi economici spinsero questi abitanti del “Casale di Spizzano” a spostarsi, nei primi anni del ‘600, verso le sponde del fiume Rosa ed incrementare l’esigua popolazione di San Sosti e, a nostro avviso, non fondare ex novo il borgo che, invece, vanta origini antichissime anche se ripopolato da Albanesi, come si vedrà più avanti, che si insediarono in un territorio poi diventato quartiere che prese il nome di “albanese” per meglio distinguerlo.
Il piccolo “Casale di Spizzano” o “Spezzanello di Tarsia” o “Spezzano piccolo, casale di Terranova”, agli inizi del XVII sec. contava pochissimi “fuochi” se ogni anno si registrava una media di circa 25 nati.[xv]
Non avendo reperito dati sul periodo preciso in cui gli Spezzanesi si sono stanziati a San Sosti, possiamo dire che il casale albanese contava 50 fuochi, mentre in una numerazione del 1620 essi erano a scesi a 34, corrispondente a meno di 200 abitanti. Questa mobilità venne provocata o da motivi di natura economica o dall’incremento delle tasse poiché il vicino casale di San Lorenzo, di altra giurisdizione feudale, da 89 fuochi passò a 148 e Terranova da 507 a 374 mentre Tarsia mantenne i suoi 175 fuochi![xvi]

E San Sosti?

In una relazione del 20 dicembre 1561 risulta che il feudatario Pietro Antonio Sanseverino riferisce di esigere annualmente “ducatorum ducentum triginti unius tarì unisu” dai casali “sclavonum, et albanensium, Aque formose, Lungri, Sancti Sosti, et Mocrasani de San Marco” i cui abitanti, però, danno fuoco alle misere abitazioni. San Sosti era tassata per “annui ducati quattordici”[xvii].
Il casale di “Santo Sosto”, attorno al 1620, passò da 28 a 38 fuochi, un indizio forse – questo – che ci fa ritenere un suo probabile ripopolamento.[xviii]

Il Giustiniani, nella sua monumentale opera, in proposito ci fornisce una serie di dati evidenzianti che San Sosti, prima che giungessero i coloni spezzanesi, costituiva una piccola entità socio-economica poiché “Nel 1545 fu tassata per fuochi 22, nel 1561 per 28, nel 1585 per 38, nel 1648 per 40, e nel 1668 per 58”.[xix]
Dati interessanti ci vengono forniti pure dallo storico Domenico Zangari, scrupoloso ricercatore negli archivi della Regia Sommaria di Napoli, che inserisce San Sosti tra i paesi albanesi della Calabria citeriore e che cita anche i presunti cognomi albanesi presenti nel casale: “Arnea, Basciano, Bua, Calenza, Capparello, Greco, Marchianò, Nivicato, Saxia[xx].
Lo stesso, inoltre, dopo aver evidenziato i legami economici intercorrenti fra gli abitanti di San Sosti e la Badia di Acquaformosa, rileva che il casale nel 1543 fu tassato per 26 fuochi, pari a 85 abitanti, e nel 1665 per 155 fuochi.[xxi]
Bisogna tener presente che oltre alla mobilità economica, molti nuclei familiari calabresi ed albanesi si spostarono da un centro all’altro durante e dopo la rivolta di Masaniello (1647-’50), quando le contrade calabresi erano percorse da rivoltosi e da soldati spagnoli che spargevano il terrore fra le inermi popolazioni costrette a rifugiarsi sui monti poco raggiungibili da ribelli e truppe in assetto di guerra.[xxii]
Nel futuro, le relazioni fra la comunità spezzanese e quella sansostana si sono rinsaldate con alcuni matrimoni di rilievo, infatti, a tal proposito possiamo affermare che nel 1676 Maria Basta sposa il medico D. Pietro Costantini da San Sosti e che nel primo decennio del XVIII sec. lo jatrophysico D. Gennaro Gentile, di San Fili, residente da anni a Spezzano, si sposò e si trasferì in San Sosti seguito dopo qualche anno da suo fratello sacerdote.
La questione rimane aperta ed ogni eventuale contributo sarà benvenuto e servirà a chiarire le dinamiche che spinsero molti Albanesi a spostarsi da una comunità all’altra, anche calabrese,  favorendo l’integrazione e gli scambi culturali. 
Non si dimentichi, inoltre, che una delle mete di pellegrinaggio spirituale degli Spezzanesi è da secoli la Madonna del Pettoruto (“Shën Mëria e Petrutit”) che essi venerano nel bellissimo santuario di San Sosti rinnovando gli antichi legami con la gente del luogo.

Francesco Marchianò


[i]AA. VV., Gli Albanesi in Calabria – Secoli XV-XVIII, a cura di C. Rotelli, Ed. Orizzonti Meridionali, Cosenza 1990. Si consiglia la lettura di tutto il testo; inoltre cfr. R. Colapietra, La Calabria nel Cinquecento, in “Storia della Calabria moderna e contemporanea”, Gangemi, Reggio Calabria 1992, pag. 149.

[ii] M. Mandalà, Mundus vult decipi, I miti della storiografia arbëreshe, Mirror, Palermo 2007.

[iii] M. Prenushi, Kontribut shqiptar në Rilindjen europiane, Tirana 1980.

[iv] P. Petta, Stradioti – Soldati albanesi in Italia (sec. XV-XIX), Argo, Lecce 1996.

[v] V. Giura, La vita economica degli Albanesi in Calabria nei secoli XV-XVIII, in “Gli Albanesi in Calabria – Secoli XV-XVIII”, a cura di C. Rotelli, Ed. Orizzonti Meridionali, Cosenza 1990, pag. 71 e segg.

[vi] Ibidem, pag. 76.

[vii] D. A. Cassiano, Il paese scomparso, Ed. Libreria “Aurora”, Corigliano Calabro (Cs) 2009, cap. III.

[viii] Cfr. G. Marafioti, Cronache ed antichità di Calabria, 1610.

[ix] Carmelo Perrone, Il Santuario Basilica di Maria SS.ma del Pettoruto, Edizioni TS, Settingiano (CZ) 1994, pag. 23.

[x] Nicola Falcone, Biblioteca storica topografica delle Calabrie, Napoli 1846.

[xi] D. M. Cerbelli, Storia della immagine della Santa Vergine del Pettoruto, Tip. Cannavaccino, Napoli 1847.

[xii] D. Cerbelli, Opuscoletti varii ovvero Monografia di Mottafollone – Storia della Sacra Cinta e raccolta di massime morali per  l’arciprete Domenico Cerbelli, Napoli 1857.

[xiii] V. D’Avino, Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius)del Regno delle Due Sicilie, Napoli 1848, pag. 589.

[xiv] ibidem, pag. 68.

[xv] G. A. Nociti, Statistica di Spezzano Albanese, in “Storica descrizione di Spezzano Albanese” del 1852, ms. inedito.

[xvi] Cfr. E. Bacco, Il Regno di Napoli etc…, Napoli 1620, pag.125. In questo volume Spezzano Albanese è riportata come “Spezzano piccolo, casale di terranoua”,

[xvii] A. Barone  – A. Savaglio – F. Barone , Albanesi di Calabria –Capitoli, Grazie ed Immunità, Acri 1997,  pagg. 33-34.

[xviii] E. Bacco, pag. 125.

[xix] L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, t. VIII, Napoli 1804.

[xx] D. Zangari, le colonie Italo Albanesi di Calabria – Storia e demografia – secoli XV-XIX”,Edizioni Casella, Napoli 1941, pag. 66. Questo saggio dello Zangari è preziosissimo perché i dati economici e demografici custoditi negli Archivi di Napoli sono stati bruciati dai Tedeschi durante gli eventi bellici del settembre 1943.

[xxi] Ibidem, pag. 144.

[xxii] F. Capecelatro, Diario di Francesco Capecelatro delle cose avvenute nel Regno di Napoli negli anni 1647-1650, Napoli 1850. Si tratta di un lungo e documentato resoconto arricchito dalle note di Angelo Granito.

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3 risposte a “Presenze albanesi a San Sosti

  1. sinibaldo Diurno

    Grazie! Veramente un bel pezzo di storia che prima d’ora non avevo mai sentito.

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  2. Bell’articolo, grazie.
    E’ un piacere leggere di storia per me che ne sono appassionato. Ed è un privilegio approfondire la mia storia locale.

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  3. Sono convinto che gli articoli di carattere storico siano dei contributi importanti quando oltre a ripercorrere fatti già risaputi sono dotati di notizie inedite o per lo più sconosciute al grande pubblico. Il prof. Marchianò da anni offre tasselli importanti non solo per una giusta lettura della storia di Spezzano A. , ma per l’intero territorio basandosi scrupolosamente e attentamente alle fonti documentarie, archivistiche e storiografiche.
    Cesare De Rosis

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