CITTA’ – CENTRO STORICO – BENE CULTURALE: LA TESI SOCIALE

Di Edimartus.com

L’aver fatto uscire il concetto di bene culturale dalle secche dei soli valori storico-artistici e l’aver contemporaneamente introdotto un concetto operativo di bene culturale comporta ripercussioni di portata notevolissima per quanto riguarda la considerazione del centro storico come bene culturale.
In primo luogo, partendo dal concetto di bene culturale ora costruito, risulta scorretto discriminare all’interno della città tra monumento o centro storico intesi come edifici, aggregati di edifici o tessuti urbani portatori di valori storico-artistici (e quindi culturali) e non monumenti e non centri storici, intesi come edifici o tessuti urbani privi di tali valori e perciò non bene culturale.
Risulta tanto più scorretto aprioristicamente in termini di valore culturale, secondo una discriminante cronologica tra città vecchia (la città murata, la città preindustriale cronologica o, ancora, la città antecedente l’Unità d’Italia) e città nuova (la città fuori mura, la città industriale, le città post-unità d’Italia), tra centro storico ed altre parti della città. Non è infatti sostenibile che il centro storico (qualunque sia la posizione attribuita alla linea di demarcazione tra storico ed attuale) costituisca il valore culturale all’interno di una città che, nelle sue altre parti, non è valore culturale.
Se mai, la diversa collocazione della discriminante cronologica come elemento di identificazione dell’area dei beni culturali (il discorso vela per la città, ma può essere generalizzato a tutte le categorie dei beni culturali) potrà costituire, a livello di analisi storiografica, un illuminante segnale dei valori del passato sui quali, nelle varie epoche, la classe dominante ha fondato la legittimazione del proprio progetto di società. Come esempio macroscopico, basti ricordare l’operazione che il potere papale nel Rinascimento e quello fascista hanno condotto sui resti fisici dell’impero e della cultura romana.
In secondo luogo se tutta la città è (sia pure con connotati e contenuti diversi) bene culturale potenziale, se non si tratta più di discriminare tra conservazione del luogo fisico-valore culturale e trasformazione del luogo fisico-non valore culturale, occorre individuare lo specifico portato, gli specifici connotati culturali della città (città come risorsa economica e sociale); occorre, anche, misurare il grado di compatibilità tra i vari tipi d’uso (potenziali ed in atto) della città, definire, cioè, se ed in che termini l’uso privilegiato della città come risorsa culturale contrasti o sia congruente con altri tipi d’uso; occorre, infine, determinare – in base ad un calcolo di costi che si possono definire, costi e benefici globali ovvero in termini di massimo avvicinamento agli obiettivi ed ai valori del progetto di società perseguito – la soluzione d’uso (eminentemente culturale e socio-economica) dello spazio fisico costruito.
In sostanza, sarà un giudizio di valore informato a parametri globali (culturali ma anche sociali ed economici) definiti in relazione al progetto di società, che definirà – una volta valutato in termini scientifici il portato della città esistente (o delle sue parti) come risorsa culturale, sociale ed economica –  in che modo (in relazione a quale valore d’uso materiale) ogni parte della città debba essere usata (o, meglio, ri-usata) per valorizzare al massimo la sua capacità di produrre cultura quale documento della storia o, per usare il termine gramsciano, quale “storia cristallizzata”.
Il problema si configura nella ricerca, per ogni parte della città, del livello di compatibilità tra conservazione degli elementi fisici e sociali che determinano il valore d’uso culturale dello spazio fisico costruito e modificazioni dell’organizzazione fisica e sociale che si rendono necessarie al seguito della modificazioni del valore d’uso materiale (funzioni urbane). Con l’avvertenza che conservazione e modificazione sono teoricamente paritetiche e che la scelta non può che essere fatta nello specifico, in relazione cioè al tipo di società perseguita ed al tipo di città sulla quale si opera, sia pure con il supporto di rigorosi strumenti di analisi scientifica.
Se il centro storico non è il luogo privilegiato del valore culturale in quanto la città è tutta potenzialmente bene culturale, diventa indispensabile definire se e in che termini il centro storico assume una particolare specificità rispetto alla città  nel suo complesso dal punto di vista dei processi di formazione e di uso-riuso dello spazio fisico costruito, quali oggi contraddistinguono la varie parti della città.
Partiamo dalla considerazione che la città appartiene alla categoria degli oggetti ricostruiti dall’uomo che rivestono valore d’uso materiale non solo come prodotti ma anche come mezzi di produzione e che, pertanto, sono destinati ad essere usati e riusati ed anche modificati in funzioni delle esigenze della produzione o, meglio, delle modificazioni dei modi di produzione.
Più in particolare, nel caso delle città il processo di crescita è “sostanzialmente quello del riuso dello spazio fisico costruito, già esistente, che a ciascun uso successivo si da come naturale. Dove riuso, significa modificazione, cambiamento di forma”.
Ogni epoca si appropria della città delle epoche precedenti in termini di riuso di un materiale della natura, sia pure di una natura storica che è storica in quanto “risultato, nella sua forma, di successive trasformazioni iscritte all’interno di specifici periodi storici” e che si presenta come natura in quanto costituisce “supporto delle trans-foramazioni successive”.
Nel caso specifico (Comune di San Sosti, provincia di Cosenza) le ipotesi di eliminazione fisica di elementi costruiti, integrati nel tessuto urbano-centro storico (ex-carcere borbonico, ora sede del museo cittadino e chiesa del Carmine) non rientrerebbero in nessuno dei processi di riuso generate da obsolescenza funzionale e/o a modificazioni del valore di scambio – concetto che affronteremo di seguito.
Nel sistema capitalistico la produzione, le forme di appropriazione della natura storica e quindi la costruzione e/o il riuso della città costruita avvengono anche, se non soprattutto, in funzione della produzione del plusvalore.
In questo caso la città diventa merce ed il suo valore d’usa si riduce a mezzo per la realizzazione dello scambio.
Esistono parti della città che sono sede di processi di riuso dello spazio fisico costruito che ne modifica spesso anche la forma, la struttura fisica. Tali processi di riuso, che in genere interessano le parti più vecchie della città, sono generate da obsolescenza funzionale e/o a modificazioni del valore di scambio. Definiamo “centro storico” queste parti della città.
Esistono inoltre parti che non sono sede di processi di riuso. Ciò è da imputarsi alla adeguatezza funzionale della strutture dello spazio fisico costruito e/o ad una relativa stabilità del valore di scambio. In genere tali parti risultano cronologicamente più recenti (la città nuova) oppure, anche se in misura minore, sono costituite da tessuti urbani antichi che hanno già subito nel tempo processi di riuso e quindi risultano funzionalmente ed economicamente consolidati.  
Considerando le funzioni più spesso assolte, possiamo identificare con una certa approssimazione le parti antiche della città già oggetto di processi di riuso ed attualmente consolidate da un punto di vista sia morfologico che funzionale con il centro urbano.
In questo modo il problema centro storico acquista una sua identità e specificità (e quindi viene legittimato ad esistere) non in relazione all’essere o meno bene culturale o all’essere antecedente o meno ad una determinata epoca, quanto in relazione all’essere quella parte della città sulla quale si applicano specifici processi comportanti la modificazione degli elementi che ne costituiscono il portato storico, ed, in particolare, la trasformazione (in termini sia di riqualificazione che di degrado) della struttura fisica.
In conclusione, ogni operazione di riuso, in quanto modifica lo spazio fisico costruito, cancella – in tutto o in parte – il portato culturale che la città presenta all’inizio della trasformazione; un tale processo, tuttavia, sostituisca una organizzazione, una forma fisica con un’altra organizzazione, con forma fisica, in tal modo sostituisce un valore culturale con un altro valore culturale.
Conseguentemente, dare un giudizio a priori sulla positività o negatività dell’operazione è atteggiamento rozzo o inficiato da ideologismo, che si muove lungo una linea teorica di tipo meccanicistico che non permette di valutare i termini reali del mutamento (riuso).
In seconda analisi è opportuno valutare il valore d’uso culturale dello spazio fisico costruito ed eventuali modificazioni dell’organizzazione fisica (interventi materiali sul costruito) e sociale (riqualificazione toponomastica del tessuto urbano) che si rendono necessarie al seguito della modificazioni del valore d’uso materiale (funzioni urbane).
Modificazioni dell’organizzazione socio-culturale del tessuto urbano (es. Largo Orto Sacramento in Ketty Pisani), lacunose e/o in assenza di valutazioni scientifiche (ricerca storico-archivistica), non diventa occasione di riqualificazione dello spazio fisico-sociale, bensì cancella il valore culturale e la stessa identità storico-sociale della città.
Un’attenta riqualificazione dello spazio storico costruito deve essere protesa al raggiungimento di un consistente beneficio globale ed a un plusvalore economico derivanti  dal recupero della memoria storica, legata alla reale riqualificazione dello spazio storico costruito. 
Affrontare la situazione nel concreto pone invece al centro del processo valutativo la pesantezza della contraddizione nella pluralità delle sue componenti reali; solo in tal modo, cioè, dall’analisi dei casi specifici, risulta possibile fare un bilancio di quelli che prima sono stati definiti costi e benefici globali, in altre parole, dell’utilità complessiva dell’operazione.
Ecco che allora, per chi volesse veramente iniziare una nuova politica dei centri storici, si porrebbero scelte prioritarie che molto probabilmente non potranno riguardare un intervento diretto nei confronti dei centri storici, ma bensì scelte ed interventi capaci di incidere realmente, in modo indiretto, per aprire una via a soluzioni che, caso per caso, dovranno essere differenziate tra loro.

http://www.edimartus.com

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