L’Italia dei parassiti

Di Vincenzo Raimondi

La Presidenza del Consiglio non è mai stata retta come un ministero autonomo, con propri ruoli, almeno fino al 1988.
Durante tutta l’epoca liberale o non ha avuto dipendenti o ne ha avuti in misura insignificante. Infatti, il presidente del Consiglio era un ministro, in genere degli Esteri o dell’Interno, che, come responsabile del Gabinetto, presiedeva il Consiglio dei ministri e si serviva del personale del proprio dicastero, che coadiuvava nelle funzioni presidenziali. Il primo caso di dipendenti assegnati alla presidenza risale al 1867, quando Ricasoli fece emanare un decreto reale sui poteri del presidente del Consiglio che suscitò vibrate polemiche. Il quotidiano “la Nazione”, a lui vicino, sostenne: (Non vi è bisogno di creare una caterva di impiegati: cinque o sei in tutto saranno più che sufficienti e si possono chiamare senza notevoli aumenti di stipendio dai diversi dicasteri, i quali il tutto, giova non dissimularlo, possono difettare fuorché di impiegati). Ma Rattazzi, succeduto a Ricasoli, revocò il provvedimento, per la ragione che avrebbe comportato (la necessità di nuovi uffici e di nuovi ufficiali) con la conseguenza di spese aggiuntive per l’Erario. Così si restò a quota zero. Fu Cairoli il primo presidente a disporre di propri uffici, ma con un solo dipendente. Egli ottenne nel bilancio dello Stato uno stanziamento per posto di archivista capo per l’ufficio di presidenza del Consiglio e successivamente il decreto reale n. 150 del 1881 provvide alla costituzione del posto. E’ il primo riconoscimento di una struttura burocratico-presidenziale, tuttavia contestata anche dagli organi contabili che alla fine del secolo sollevarono numerose questioni quando l’archivista capo della presidenza se ne andò in pensione. I dipendenti salirono a quattro nel 1887, con Crispi, sotto il quale fu emanato il regio decreto n.4936 istitutivo della segreteria della presidenza del Consiglio. La dotazione comprendeva un segretario capo, un segretario, un archivista e uno scrivano, tutti comandati da altre amministrazioni. L’organanico però rimaneva limitato al posto di archivista capo. Dieci anni dopo, Rudinì presentò un disegno di legge per (stabilire un ruolo organico) dei dipendenti della presidenza, che prevedeva ben quattro persone: ma siccome occorreva provvedere alla variazione di bilancio preventivo, si lasciò cadere la proposta. Trascorse un altro decennio e Sonnino, nel 1906, decise di integrare il personale con capo ufficio stampa e due impiegati d’ordine; poco dopo, Giolitti diventato presidente, soppresse l’incremento di Sonnino. Vi furono altri minimi aggiustamenti con la legge n.304 del 1908, presidente Giolitti, la quale prevedeva un archivista capo, un archivista e addirittura due uscieri. La legge n. 503 del 1914, presidente Salandra, stabiliva un organico di sei persone: un direttore d’archivio, un archivista capo, due archivisti e due uscieri. Nel 21 le disposizioni della legge n. 371 (provvedimenti per il personale della presidenza del Consiglio) previdero un incremento di tre persone: un vicedirettore di archivio e due ausiliari. Come si vede i primi sessant’anni di Stato unitario si mantennero rigorosamente nei limiti della (politica della lesina): si voleva che un numero limitatissimo di dipendenti accudisse alle esigenze del primo ministro, il quale doveva cavarsela con gli uffici del suo dicastero. La presidenza disponeva di pochissime unità di personale, a livello di un modesto ufficio. Diversa la situazione con l’avvento del fascismo: nel 23 i dipendenti della presidenza vennero sì messi in posizione (ad esaurimento), ma si previde che il numero massimo di impiegati che altre amministrazioni avrebbero potuto essere destinati a prestare servizio presso la presidenza fosse determinato con decreti reali. Nel 1924 venne per la prima volta disciplinata la formazione del Gabinetto della presidenza. Siccome però i suaccennati decreti non furono mai emanati, il contingente di personale fu estendibile a piacimento, comprendendo per esempio, nel 1931, cinque persone d’organico (fra cui un “ufficiale d’ordine calligrafico della Consulta Araldica”),quindici funzionari e quattordici impiegati. Peraltro figuravano anche ben 319 addetti al “servizio speciale riservato”. La dilatazione proseguì nel dopoguerra, già con il decreto n. 112 del 1946 che incrementò il personale dei Gabinetti, sancendo che tanto al Gabinetto quanto alla segreteria particolare della presidenza potesse lavorare personale in numero superiore a quello stabilito per singoli ministri. Solo con la legge n. 400 del 1988, recante “disciplina dell’attività di governo e ordinamento della presidenza del Consiglio”, a lungo attesa, si è per la prima volta sancita l’esistenza di personale del nuovo ruolo della presidenza del Consiglio (art. 30). si è stabilito inoltre che la presidenza possa avvalersi di personale statale,compreso quello di Camera e Senato, di personale di amministrazioni pubbliche, di dipendenti di enti pubblici non economici (per esempio Cnr, Enea ecc.) e anche di persone estranee alla pubblica amministrazione. E inoltre previsto l’utilizzo di consiglieri ed esperti. Le tabelle allegate alla legge 400/1988 prevedono 3521 dipendenti, fra quelli di ruolo e quelli comandati, centrali e periferici, esperti esclusi. Oggi i dipendenti della presidenza (esclusi gli esperti), centrali e periferici, assommano a 4320 oltre a 356 unità per dipartimento della stessa presidenza per il Turismo. In totale 4676.

Sé facciamo un conto approssimativo in difetto (al ribasso) ognuno di questi dipendenti guadagna in media almeno 3.500,00 euro più contributi, spese accessorie e rimborsi vari, almeno altri 1.000,00 euro per un totale di 4.500,00 pro-capite moltiplicato per 4676 fa 21.042.000,00 al mese e per un anno euro 252.504.000,00 e dal 1988 ad oggi (22 anni) 5.555.088.000,00.
E come diceva il principe Antonio de Curtis (Totò) e io pago!!!
Come mai nessuno parla di questo spreco?

Vincenzo Raimondi

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