“Fare finta che”….

Di Tommasina Vuono

Chi non ricorda quando da piccolo giocava a “far finta che”… 

Il gioco è il punto di partenza per fare teatro ma, dopo le prime improvvisazioni, affinché non si esaurisca, bisogna arricchirlo con il supporto della tecnica.
Gianni Rodari nel suo libro “Grammatica della fantasia”, a proposito di teatro del bambino, dice: “…trovo validissimo il momento teatro- gioco-vita e non meno valida la riflessione su una  grammatica del teatro che può allargare l’orizzonte del bambino inventore”.
Un percorso teatrale a scuola dovrebbe avere anche il supporto di un operatore teatrale per far sì che l’attività ludica risponda ad un naturale bisogno di creatività dell’alunno espressa con il corpo,  con la parola guidata,  col modello infantile di comunicazione sociale in cui il “far finta” costituisce un momento fondamentale di crescita e di maturità.
Le “regole” del teatro costituiscono la “Grammatica” che permette di liberare e sviluppare la “Fantasia”.
Utilizzare la risorsa teatro, come spesso avviene, solo per coronare con uno spettacolo di fine anno un percorso didattico è decisamente riduttivo.
L’evento teatrale pone al centro della sua attenzione la corporeità e i sensi saldamente inseriti nel sistema spazio-temporale.
Il linguaggio del teatro è polisemico e complesso: gesto, movimento, suono, parola e immagine concorrono a costruire il senso e a produrre significato.
Nel gioco-dramma, l’individuo sperimenta la propria corporeità in un contesto relazionale e, attraverso l’esperienza sensoriale che egli vive con il gruppo, acquisisce, rafforza o modifica la percezione del mondo e di sé.
Penso che per ogni disciplina, a qualunque livello didattico, esista la possibilità di attivare una “comunicazione autentica” fra alunno e insegnante per realizzare le condizioni necessarie all’apprendimento.
Tutti sappiamo che la comunicazione è una delle questioni nodali della vita sociale e le condizioni attuali non sono certo favorevoli al rapporto comunicativo.
Nell’ambito scolastico quella che definiamo “relazione educativa” presuppone un rapporto di fiducia, di stima reciproca e la disponibilità del docente a mettersi in gioco, ad accettare e farsi accettare. La scuola, spesso, resta troppo legata a fornire solo contenuti per mancanza di strutture laboratoriali  adeguate, ma molti sono i docenti che utilizzano, nelle varie discipline, lo strumento teatro entro le pareti  dell’aula. Il laboratorio teatrale, nel contesto educativo, è un’occasione comunicativa per l’insegnante che può osservare l’alunno da un punto di vista privilegiato per comprenderlo e individuarne bisogni e risorse e dà all’alunno la possibilità di esprimere e far valere il proprio vissuto in una situazione non formale con i mezzi che gli sono più congeniali: il movimento, la parola, il gesto, il suono.
Il discente recupera il proprio vissuto emotivo, lo esprime e lo confronta con gli altri; in questo modo lo può riconoscere, comprendere e far proprio in maniera consapevole.
Così inteso il teatro è un formidabile mezzo pedagogico- didattico per costruire le esperienze su cui fondare la conoscenza e la crescita personale perché si basa sulla percezione e coinvolge l’individuo nella sua globalità psico-fisica.
Quante volte possiamo dire di aver suscitato negli alunni l’entusiasmo di capire e la voglia di creare?
Quanti di loro utilizzano poi nella vita quanto hanno imparato a scuola?
“Poche”  e   “pochi”  in rapporto al tempo e all’impegno del lavoro svolto in classe.
Spesso mi sono chiesta, confrontandomi anche con le mie colleghe, quando e come ho evitato la frustrazione di avere alunni distratti, refrattari a mettersi in gioco, a esprimersi, incapaci di mettere se stessi in ciò che fanno. È indubbio che ci sono riuscita quando ho trovato il modo di sintonizzarmi con loro, di entrare nella loro mappa mentale, riconoscendone gli stati d’animo e le emozioni.
Il teatro per sua natura realizza la dimensione comunicativa e determina quella relazione interpersonale per cui sia il docente che il discente si trovano impegnati a mettersi in gioco e a confrontarsi.
Nell’attività teatrale il bambino, il ragazzo e l’adulto recuperano stimoli e motivazioni per “comprendere”  e  “apprendere”  poiché possono mettere se stessi in ciò che fanno, conoscersi e farsi riconoscere all’interno di un sistema di regole, individuali e di gruppo, che garantiscono il rispetto e la valorizzazione delle diverse personalità.
Il teatro educativo riesce a  “tirar fuori”  in senso maieutico quelle capacità che i percorsi didattici tradizionali non sempre riescono  ad evidenziare.
Perciò è necessario più spazio per insegnare l’anima del teatro, cioè, la sua  “grammatica”  per conservare, sviluppare, esaltare, recuperare capacità già potenzialmente presenti in ogni persona.

Ins. Tommasina Vuono

(…dal laboratorio teatrale –Scuola Primaria – San Sosti-)

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