CI SI RITROVA NELL’INNO DI MAMELI

Di Cesare De Rosis

Un disegno di legge per regolare l’uso dell’Inno Nazionale nelle manifestazioni pubbliche. Ad annunciarlo il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che entrando all’Assemblea generale di Assolombarda ha anche esaltato la portata patriottica e nazionalista del “Va pensiero”, che però non è Inno della Nazione.
Perché l’idea di questo disegno di legge? Ebbene, pochi giorni fa si è verificato un episodio particolare: il Va’ pensiero al posto di Fratelli d’Italia per il governatore del Veneto Luca Zaia. E scoppia il caso. L’episodio è riportato da “La Tribuna”: all’inaugurazione di una nuova scuola primaria di Fanzolo di Vedelago (Treviso), l’inno di Mameli avrebbe dovuto essere cantato da un coro al taglio del nastro, ma, una ventina di minuti prima della cerimonia, il portavoce del governatore avrebbe chiesto di sostituire l’Inno con il verdiano Va’ Pensiero. L’Inno di Mameli – si affretta a precisare Zaia – è stato regolarmente cantato dal coro al momento del taglio del nastro.
Le polemiche, peraltro non inedite, attorno al Canto degli italiani – circa le parole, la musica e il senso – mi sembrano del tutto fuori luogo e anacronistiche;  non è un’affermazione legata al mio non celato smisurato amore per il Testo di Mameli.
L’ex Presidente della Repubblica Ciampi, circa il testo, ebbe a dichiarare in un tempo non molto lontano: “sono le parole di un giovane morto oltre due secoli fa, riflesso delle emozioni e dei valori di quella stagione della storia d’Italia. Se qualcuno scrivesse oggi certo userebbe altre parole. Schiava di Roma per intendere che l’Italia è al servizio della grandezza secolare della sua capitale” (G. Battistini, La Repubblica 21/07/2008).
Per non poco tempo l’Inno degli italiani (1847) è rimasto provvisorio e forse la non definitiva investitura a Inno ufficiale ci trascina nelle note ed inutili commedie che assumono carattere di incidente quando nella polemica viene magari trascinata la più alta carica dello Stato.
In occasione del 150° Anniversario dall’Unità d’Italia, stimolato non solo dalla passione per la Storia, ma anche dall’incarico di insegnamento provvisorio per un corso istituito dalla Regione Calabria, ho avuto modo di approfondire alcune letture e venire a conoscenza di aneddoti gustosi circa la storia del Canto degli italiani.
Fino al 2 giugno 1946 come inno nazionale venne utilizzata la Marcia Reale. Con l’avvento della Repubblica si aprì il dibattito sulla sua sostituzione.
Il 12 ottobre 1946 la questione venne affrontata temporaneamente in una riunione del Consiglio dei ministri. Si legge nel verbale di discussione di quel giorno: “On. Cipriano Facchinetti, ministro per la Guerra – In merito al giuramento delle Forze armate avverte che sarà effettuato il 4 novembre. Quale inno si adotterà l’inno di Mameli. La formula nuova del giuramento sarà sottoposta all’Assemblea Costituente. Si proporrà schema di decreto col quale si stabilisca che provvisoriamente l’inno di Mameli sarà considerato inno nazionale. Gli ufficiali che si rifiutassero di giurare saranno considerati dimissionari. Gli ufficiali giureranno il giorno tre novembre”. Una curiosità: quel verbale, che resta l’unico atto da cui emerge il valore conferito all’inno, reca la sola sigla del segretario del Consiglio dei ministri, cioè il sottosegretario alla Presidenza Giulio Andreotti. Né il decreto citato né, successivamente, altri provvedimenti al riguardo saranno mai emanati.
Come la questione fosse stata liquidata in fretta e furia lo testimonia Pietro Nenni che nelle pagine del suo “Diario”, a proposito di quel Consiglio dei ministri, annota: “In mia assenza l’Inno di Mameli è stato scelto come inno provvisorio della Repubblica”.
Il 22 dicembre 1947, l’approvazione definitiva della Carta Costituzionale da parte dell’Assemblea Costituente venne accolta dall’intonazione dell’inno di Mameli da parte del pubblico delle tribune, imitato dai padri costituenti che si alzarono in piedi. Sul carattere provvisorio dell’inno sono state avanzate diverse supposizioni. Per alcuni fu una scelta di Alcide De Gasperi che non volle urtare la sensibilità di Papa Pio XII (di venerata memoria), il quale riteneva il canto di Mameli troppo mazziniano e giacobino.
Il 17 giugno 1998, in un articolo apparso sul “Tempo”, l’ex premier Giulio Andreotti fornì la propria testimonianza intorno al dibattito sull’inno nei primi anni dell’Italia repubblicana: “La disputa tra i favorevoli e i contrari all’ elmo di Scipio continuò senza grande impegno sondandosi il favore comparativo tra il coro del Nabucco e quello dei Lombardi (di Padania allora non si parlava). Un deputato musico, Corrado Terranova, cercò di risolvere il caso componendo un inno, che a sue spese fece incidere e diffondere, ma senza alcun risultato. Intanto le cancellerie straniere sollecitavano la decisione per essere pronte in caso di visite di stato dei presidenti italiani. Al silenzio ufficiale – rilevava Andreotti – riparò il cerimoniale dando al Mameli l’investitura praticamente ufficiale”. (Cfr. E. Gatto, Il Velino, 14/06/2010).
L’inno di Mameli riveste un ruolo di straordinaria importanza e deve essere obbligatorio intonarlo non  solo durante gli eventi istituzionali ma anche quando tali eventi assumono per così dire carattere provinciale.
Mi auguro pertanto che in ricorrenza del 150° dall’Unità, il Parlamento adotti la proposta di legge che:
1° dica che l’inno nazionale dell’Italia è il Canto degli Italiani;
2° deve essere insegnato obbligatoriamente in tutte le scuole
3° deve essere obbligatoriamente eseguito nelle scuole all’inizio e alla chiusura dell’anno scolastico
4° deve essere obbligatoriamente eseguito in tutte le cerimonie pubbliche e nelle manifestazioni civili, oltre che in apertura di ogni concerto sinfonico.

Mi sento, in chiusura, di esprimere il mio vivo apprezzamento per le parole del presidente Ciampi e che dovremmo sentire e fare nostre: 
(L’Inno di Mameli) È un canto di popolo, un canto che ancora trascina e commuove e che conserva intatto quell’amore per un’Italia libera, unita, fondamento del nostro Risorgimento nazionale.
Oggi le note dell’Inno sono il simbolo di una Nazione che ha saputo partecipare da protagonista alla costruzione dell’Unione Europea e che continua ad offrire il prezioso contributo della sua identità e della sua storia.

Cesare De Rosis

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