Lettera di Frate Giovanni a padre Malachìa. Sopra una inquietante quartina di Miquél de Nostradama

Profetico Padre,
il mio indice riscopre finalmente  il modo di coniungersi al pollice et la scrittura  diviene l’unico possibile amplesso che la dignità della nostra comune vocazione mi concede.
Nel mese di dicembre la neve ha ricoperto la valle dell’ alto Esaro imbiancando alberi e tetti.
Che spettacolo vedere i fiocchi di neve  che volteggiando si posavano sulla nuda terra!
Ho seguito le volute degli aghi di ghiaccio per un intera mattinata.
La neve riportava in vita il puero che alberga in me ed anche le rustiche casupole, con i comignoli fumanti, raccolti attorno al Monastero di San Sozonte, sembravano essere blandite da una luce tenera che celava i vizi di quanti abitano in esse.
Nel contado si è sparsa la voce che a Napoli, presso la corte del vicerè don Pedro Fernandez  de Castro, alcuni dignitari vetusti et gottosi assoldano giovinette che vengono magnificamente ricompensate in cambio di oscene intraprese.
Tra i tuguri di San Sozonte, villici affamati favoleggiano di come un lupanare, posto alle pendici del Vesuvio, ospiti queste  pulcre fanciulle che vivono nel lusso e nell’attesa di vendere il proprio corpo a satiri schiumosi.
E così l’iniuria di questa notizia si avverte anche tra gli abitanti del nostro villaggio.
Non passa giorno che  venuste pulzelle (qui le appellano pacchiane) tentano con ogni mezzo  di raggiungere la Capitale del Regno con l’intento di diventare  bagascie. Sì, il meretricio è diventata una aspirazione diffusa et incoraggiata  finanche dai genitori delle stesse puelle!
E Il Monastero, di concerto col reame, ha assunto anch’esso le sembianze di una decadente  Babilonia:  scrutando il comportamento dei miei confratelli  avverto come la fine di San Sozonte sia ormai vicina!
Ti ricordi di Tommaso de Livella, quel tal frate dinoccolato e stravagante che nei lustri trascorsi favellava di come anche i mattoni e non solo i sassi, possedessero un’anima? Ebbene il suo pensiero è diventato ancora più tortuoso. Ora alleva, sommerso dal peso degli anni, l’idea bislacca che è il fuoco a possedere  linfa vitale. Nel mese di gennaio   lo sconsiderato frate  è stato sorpreso nell’Orto del Sacramento mentre in compagnia di fratel Baro  arringava la folla  disquisendo  su come le vampe possano generare tanta ricchezza quanto tutto l’oro stivato nei galeoni del re di Spagna.  Subissato da una gragnola di fischi, è stato inseguito da una turba di agresti, che  infastiditi da tanta bizzarria brandivano roncole e forconi.
E che dire di fratel Baro? Il crapulone vive ormai come i vecchi sibaritici della corte napoletana, dissipando il patrimonio del Monastero. Prima ancora che nella indulgenza della Santa Inquisizione, che il prossimo  aprile lo giudicherà per malversazione, spera nella benevolenza di qualche fattucchiera in grado di placarne  i cattivi umori e di sollevarlo dal tedio di una vita dissipata nel gioco della morra.
Padre Malachìa, anche i libri sembrano confermare la maledizione che grava sul Monastero di San Sozonte!
L’altra sera, mentre ero immerso nella lettura dei Fioretti di San Francesco, una folata di vento proveniente dalla Taglia dell’Angioletto, si è insinuata nella cella ed ha spento il lume a petrolio che schiarisce le mie notti insonni.
Quanto ho faticato per riportare sorella luce  nella angusta e fredda mia dimora!
Nel riprendere in mano il libro però mi sono accorto di non avere più di fronte il manoscritto sul santo di Assisi, ma una  oscura quartina del 1555, stampigliata da un certo Miquél de Nostradama, con  inchiostro vermiglio su un tomo francese.

Essa cadenzava così:

“Tra poco saranno di nuovo i sacrifici,
Chi vi si opporrà sarà portato al martirio:
Più non vi saranno monaci abati né novizi:
Il miele sarà assai più caro della cera”.

Mi accorsi che una invisibile volontà aveva predisposto le cose in modo che io leggessi proprio queste parole e che il mio intellecto le potesse accostare al Capitolo col quale, dopo aprile, nel Monastero di San Sozonte dovrà essere eletto il successore di fratel Baro.
Profetico Padre, tu che vieni considerato come uno dei più importanti disvelatori di predizioni, sollevami da questo cupo pensiero.
Rischiara con la iucunda tua saggezza le nebbie del dubbio et confortami instillando nelle mie arterie  il caldo fluido della speme.
Oggi il primo sole di febbraio finalmente intiepidisce le mie povere ossa, ma il mio cuore si rifiuta di offrire ospizio a fausti convincimenti.
Tutti in passato eravamo in attesa di un abate onesto,  in grado di trasformare questo forsennato cenobio in pacato luogo di preghiera. Ora l’orribile vaticinio di Miquél de Nostradama sembra insinuare l’idea che il Monastero di San Sozonte, senza l’intervento dell’Incommensurabile, sia destinato a diventare solo un recinto di arida ruina.

NON NOBIS, DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM

Frate Giovanni

Dal Monastero di San Sozonte

XXII mensis Februarii , Anno Domini 1611

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3 risposte a “Lettera di Frate Giovanni a padre Malachìa. Sopra una inquietante quartina di Miquél de Nostradama

  1. Un sostenitore di Frate Giovanni

    Bentornato a rischiarare le nostre fredde notti oh frate frate Giovanni!

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  2. CHE IMMENSO CHE SEI, FRATE!!!!!
    SEI UN MITO!!!!!!!!!!!
    ANCORA … ANCORA .. VOGLIAMO TANTE EPISTOLE!!

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  3. fra bonaventura del monastero

    COME SCRIVI TU FRATELLO NESSUNO E’ CAPACE DI FARLO NELLA NOSTRA COMUNITà … IL POPOLO SOVRANO DOVREBBE PROCLAMARTI SINDACO-PRIORE DI QUESTO CONTADO E MI CHIEDO PERCHè TUTTE LE PERSONE ONESTE ED I GIOVANI NON LO FACCIANO. HO ANALIZZATO PAROLA PER PAROLA LA TUA EPISTULA E TROVO CHE SIA MAGNIFICA, RIESCE A SCARDINARE LE NOSTRE ANIME DOVE DA PROFONDO TEMPO SI TROVANO RIPOSTI I SENTIMENTI CHE TU ESPRIMI IN MANIERA COSì LEGGIADRA.
    AD TUA PULCRA OPERA VENIT MAGNAM HONOREM.

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