Lettera di Frate Giovanni al Cardinale Francesco Maria Del Monte. Intorno ad una tela raffigurante fratel Baro e frate Adiuvante

Eminenza,
l’inverno brumoso ha lasciato il posto dapprincipio ad una tiepida primavera ed ora ad una infocata estate.
Nel mese di febbraio un humile confratello di nome Luciano ha raggiunto vegliardo la Casa del Padre.
Lo ha fatto in silentio e con passo ovattato, quasi fosse intento alla sua solita occupazione:condurre gli armenti del Monastero tra vallate odorose di origano o lungo sentieri profumati di timo.
Frate Luciano si è sempre tenuto lontano da tridui e novene, da cori e giubilei, da genetliaci e anniversari et ha laudato Dio con il suo lavoro calloso.
Nel corso della lunga vita si è concesso solo di smorzare la sua robusta arsura alla maniera di Noè: trincando quel vino che lo rendeva nel contempo iocoso  et verecondo, ebrio et gravio, indigente et fecundo.
Come per un divino prodigio, la sua figura che in vita era celata e non appariscente, ora che è stata toccata da Sorella Morte si è sublimata ed ha  svelato  a noi pauperi mortali che è la dolcezza dei  comportamenti a renderci meritevoli delle carezze di Dio ed a regalarci la vera immortalità.
Quale monito per quanti inseguono  l’eternità imprimendo le loro iniziali su lapidi e  vetrate, su troni et  altari o hanno l’ardire di farsi ritrarre ancora in vita sulle volte delle Basiliche!
Eminenza, vi scrivo comunque non per proporvi complicate cogitazioni intorno a codicilli escatologici, ma per render sollecito il vostro interessamento intorno ad una vicenda che sta a cuore alla maggior parte dei miei confratelli del Monastero di San Sozonte.
Fratel Baro, il nostro priore, è stato condannato dal Tribunale della Santa Inquisizione per malversazione e gioco d’azzardo, decadendo dal suo magistero.
Alcuni frati ritengono però infondate e non veritiere le imputazioni. Secondo loro sono state costruite, ex arte, da inquisitori rancorosi e comunardi e l’alone di indeterminatezza che avvolge la sentenza rischia di render fiacca anche spiritualmente la vita nel nostro sfortunato Monastero.
La condanna di fratel Baro infatti è diventato l’unico tema di cui si disquisisce nel Monastero: ogni altro argomento è stato accantonato.
Finanche durante la processione della Madonna del Carmelo e durante la Novene di San Pantaleo ho scorto alcuni frati infervorati che, distraendosi dalla preghiera, dissertavano sanguigni  intorno agli  aspetti più reconditi della sentenza.
L’altro mattino, preoccupati per il degenerare di tale vicenda, mi hanno avvicinato due novizi. Essi, che son soliti inabissarsi negli anfracti di avvenimenti passati, mi hanno confidato che la prova, sine controversia, della colpevolezza di fratel Baro è custodita, ho pudore a dirlo,  nella vostra mecenate residenza.
Sostenevano accalorati, che anni fa, (ah! la memoria ha quasi preso congedo dalle mie meningi!) fu ospite del nostro Monastero  un pittore stravagante di nome messere Michelangelo Merisi, accreditatosi come vostro protetto, che in viaggio verso la Sicilia quivi si fermò attratto dalla pulchritudo delle nostre valli.
Messere Michelangelo Merisi, che era solito trascorrere molto del suo tempo tracannando vino di pessima qualità  in una locanda prospiciente al nostro Monastero, in uno dei suoi rari momenti di lucidità ritrasse  con peritia alcuni avventori intenti di nascosto a giocare allo zarro: un azzardoso trastullo di origine persiana bandito dal vicereame.
Se ho ben inteso, il pittore che si dice sia nato a Caravaggio, dovrebbe avere immortalato un’attività non solo illecita, quanto fraudolenta e la tela  dovrebbe aver impresso tra le sue maglie sia la candida incoscienza di un ignaro puero,  assorto a giocare una partita truccata, sia i  ghigni truffaldini dei bari: un impenitente masnadiero, ed un losco sacripante.
Ma c’è di più! Fratel Angelo, il più solerte dei due novizi, è convinto  che i volti dei marioli marcati sul quadro, conservato a suo dire tra gli innumerevoli dipinti della vostra collezione, palesano in maniera fedele i tratti di Fratel Baro e di un certo frate del nostro Monastero che si fa appellare,meschino,  col nome di… Adiuvante.
I lineamenti dell’ingenuo puero impressi sul dipinto, non richiamano invece le fattezze di una sola persona, ma la fisionomia dei tanti che improvvidi ebbero l’avventatezza di sedersi con fratel Baro allo stesso tavolo di gioco.
Eminenza, ove le informazioni fornitemi fossero confermate da una vostra  scrupolosa indagine, il dipinto  rappresenterebbe la prova inequivocabile della colpevolezza non solo di fratel Baro, quanto anche di frate Adiuvante;  la sentenza emessa dal Tribunale della Santa Inquisizione apparirebbe congrua ed il brusio di fantasiose disquisizioni legali, al quale tutti nel Monastero portano il loro colpevole contributo, lascerebbe posto finalmente  all’eufonico ritmo della santa preghiera.
Vi scrivo queste parole mentre il fresco della sera allevia  la stanchezza di quanti, sfiniti, rientrano dalle loro occupazioni e pur senza fiato , glorificano il nome dell’Altissimo.

NON NOBIS, DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM

Frate Giovanni

Dal Monastero di San Sozonte

V mensis Augusti , Anno Domini 1611

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Una risposta a “Lettera di Frate Giovanni al Cardinale Francesco Maria Del Monte. Intorno ad una tela raffigurante fratel Baro e frate Adiuvante

  1. Non sapevo che Caravaggio avesse dipinto il quadro nel Monastero di San Sozonte!
    E’ possibile visitare tale Monstero?
    C’è qualche pubblication in merito?

    Anthony

    Londra

    Mi piace

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