La Sedes Sapientiae di Tino da Camaino: un esempio delle sue derivazioni.

Di Cesare De Rosis

I moderni mezzi informatici ci permettono, senza dubbio, di darci una risposta ad alcuni interrogativi effettuando alcune ricerche in poco tempo. Il frutto della ricerca mediante l’internet ovviamente non può mai dirsi esaustivo per realizzare un lavoro con criteri scientifici se poi non si approfondisce l’argomento col materiale librario o, se trattasi di ricerca storica, con le fonti archivistiche.
Questo preambolo, per evidenziare che, mentre effettuavo una ricerca, mi è capitato di rintracciare un’immagine di Madonna col Bambino del XV secolo molto interessante che si conserva a Teramo. Il presente contributo è un ulteriore tassello, anche se a latere, circa un discorso che ho condotto sulla Madonna delle Grazie di Spezzano Albanese.
Agli albori della mia ricerca fui tentato, per svariate ragioni, di accostare la Madonna di Spezzano alla Sedes Sapientiae di Tino da Camaino[1]. A studio più approfondito, tale apparentamento è oggi da ritenersi meno probabile  malgrado alcuni innegabili tratti iconografici comuni alle due opere. Nella Madonna di Tino si notano gli essenziali, compatti e saldi volumi non legati alle vesti: Madre e Figlio formano un tutto organico, difficilmente scomponibile. Anzi, ad aumentare l’unione tra le due figure, lo scultore riprende nel Figlio il moto delle pieghe del manto materno e persino le morbide torniture del corpo di lei e rende, inoltre, eguale l’inclinazione delle teste.
Gli storici dell’arte ci hanno tramandato, anche mediante i manuali, che la Sedes Sapientiae dello scultore senese è diventata ben presto modello d’ispirazione, anche nei due secoli successivi, per tante sculture talvolta anche modificandone il significato iconografico. Ebbene, una chiara documentazione di quanto detto è la già citata Madonna di Teramo, detta, impropriamente, Madonna del Carmine. Si tratta di una Sedes Sapientiae quasi uguale a quella del Bargello aggiornata ovviamente agli sviluppi della scultura toscana della prima metà del XV secolo. La statua lignea è custodita nel Museo Nazionale d’Abruzzo.


[1]  L’artista fu uno dei pochi scultori in grado di assecondare, in questi anni, le esigenze ed i programmi della  corte angioina intenzionata sempre più, specie con Roberto, a utilizzare la cultura e l’arte come strumento di prestigio e di affermazione politica. Nella sua discesa verso il Sud, Tino era stato preceduto nel 1314 da un conterraneo, Ramulus de Senis , per solito  identificato con il misterioso Ramo di Paganello. Nella capitale angioina il senese acquisì subito una posizione di  assoluta preminenza, monopolizzando con l’aiuto di una organizzata bottega tutte le iniziative regie nel campo della scultura e dell’architettura, al punto da fare di Napoli la sua residenza definitiva fino alla morte avvenuta nel 1337. La chiamata a Napoli nel 1343, dei fiorentini Pacio e Giovanni Bertini, portatori di una formula gotica più svolta e flessuosa, aggiornata agli esiti di Andrea Pisano (Bertaux, 1895), determinerà una virata del gusto del tutto consonante con gli esiti della pittura che alimenterà il corso della scultura napoletana per alcuni decenni. Cfr. M. P. Di Dario Guida, Arte in Calabria, Catalogo della mostra , Cava de’ Tirreni, 1976; Cfr. G.C. De Rosis, La prima ricostruzione storica sulla  statua della Madonna di Spezzano Albanese : La Madonna delle Grazie nella scultura trecentesca meridionale  inKatundi Ynë”, Anno XXXV – N.117 – 2004 /4; pagg. 25-26; G. C. De Rosis, La Madonna delle Grazie di Spezzano Albanese e altre sculture nella storia e nell’arte, Spezzano Albanese 2009; II edizione 2010.

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