Codici della badia di San Sosti.

Di Vincenzo De Luca

L’ottavo codice di quella badia basiliana innominata, da cui cominciano gli appunti del Regin. Lat. 2099 – almeno nel poco che se ne riferisce “Interrogationes et responsiones  b. Ephraem  et sermones ipsius Epram Nili monachi precepta” – risponde al danneggiatissimo Vat.gr. 2030 ( Basil. 69), in scrittura manifestamente dell’Italia meridionale, copiata l’anno 1020 da un certo Marco, chierico del monastero di S. Sozonte, fra vari opuscoli di S.Efrem. Esisteranno forse degli altri codici che contengono gli opuscoli predetti. Intanto è ben notevole che fra i Basiliani raccolti alla fine del secolo XVII nella Calabria, là dove appunto un secolo prima n’era stato osservato uno, si trovi questo che, è naturale sospettare, sia lo stesso. Sul codice non vedesi altro indizio della provenienza all’infuori della sottoscrizione di Marco. Sarebbe imprudente concluderne che il Menniti, o altri di età moderna, l’ebbe proprio dal monastero di S.Sozonte, avendo potuto nei cinque o sei  secoli intercorsi cambiar sede non una volta sola (nel medio evo i codici migravano). Tuttavia un messaggio sarebbe dovuto restare e di fatto ne restarono molti nel monastero di origine, specialmente se questo fu fuori mano, poco conosciuto e poco frequentato – quale direi fosse il monastero di S. Sozonte -. Solo un monastero di tale denominazione è indicato nell’Italia meridionale, in diocesi di San Marco Argentano, non lontano da Vaccarizzo, a 36 Km da Belvedere Marittimo sul Tirreno, dove c’è un paese con quel nome, probabilmente venutagli dal monastero. San Sosti non era che il nome volgare calabrese di S.Sozonte, come appare, non una sola volta dagli appunti nostri; dove il correttore sostituì  Sosti a Sozontos nelle descrizioni dei menologi. Colà fino dagl’inizi del secolo XI, quindi prima dei Normanni, come dimostra la sottoscrizione di Marco. Esistette, dunque, il monastero e se ne prova l’esistenza fino al secolo XV dalle Rationes decimarum degli anni 1282, 1324, 1327, dalle Obligationes  et solutiones degli anni 1399, 1438, e 1447 e dai libri delle taxae omnium mundi ecclesiarum dei secoli XIV  e XV; in queste ultime, però, il nome, che dovette sembrare spropositato ai copisti, è cambiato in quello di <Santi Sixti de summo festo>,  mentre nelle Rationes si mantiene sempre <Abbas Sancti Sosti ( Soxti ) dioc. S.Marci> e nelle Obligationes – scritti in presenza degli abati medesimi – si legge anche meglio per noi :< Abbas mon. San Sosti  de  sùo sosto   (1399) , S.Sosti de sconsosto (1438) , S. Sosti > (1447). Il monastero, quindi, dev’essere durato fino al sec. XVI, e forse oltre; dico forse, non osando io addurre in prova, contro l’Agresta (ben altrimenti informato sullo stato del proprio ordine al declinare del secolo XVII) che non lo nomina punto, l’agostiniano A. Lubin, che non ne afferma esplicitamente l’esistenza al proprio tempo, e poté  registrarlo solo sulla fede di un <vetus codex Taxae Cameralis> che cita, ma che, comunque, s’ingannò ponendolo a <S. Sisto in Calabria citeriori, undecim passuum mill. A civitate S. Marci  distans, versus meridiem> , cioè a S. Sisto dei Valdesi fra Montalto Uffugo e Cosenza, fuori della diocesi di S.Marco, dove le fonti non indicano alcuna badia di tale nome. Ora questa badia di S.Sosti, dove fu scritto il codice il Vat. gr. 2030 e dove poté ancora trovarsi nel secolo XVI, potrebbe essere la badia nominata negli appunti? L’ordine delle tre prime badie non si oppone, anzi lo favorisce. Il visitatore scendendo da nord, avrebbe visitato prima S. Sosti, poi, passando per S. Adriano, Rossano e Stalletti di cui notò più frettolosamente alcuni codici nell’altra parte del fascicoletto, sarebbe giunto a S. Giovanni Teresti o di Stilo e in ultimo a S. Bartolomeo di Sinopoli. Di fatto il benedettino D. Germano da Genova, mandato nel 1575 da Roma a visitare le badie di Calabria  e di Sicilia, seguì tale via per lo meno nell’ultima parte, come appare da una lettera, or ora pubblicata, del 4 novembre 1575 <de lo monasterio de S. Petro de Arena>  al card. A. Carafa, in cui <fra Marco Marulla prior in santo Iohanni Teristi> riferisce che <Essendo venuto in santo Hioanni Teristi lu R. don Germano nostro visitator a visitato lu monastero>, e poi preso con sé lo scrivente, <sendo arrivati a san Filareto  et a san Bartolomio, vi simo trovati circondati de multi foressiti e t ancora non potiamo andare più nanti per pagura de la pesta>; onde ripiegando a nord <siamo venuti per santa Maria de Lovitto  et ni trovano in santo Petro de Arena et oge si anderà  a santo Onofrio. Et lo patre don Germano si a resoluto de aspettare si si desse la pratica per Sicilia che vole andare. Io mi torno a lo monasterio>.  Il punto, però, sul quale mi interessa essere sicuro è se la badia di S. Sosti esistesse ancora, sia pure stremata, proprio nel 1575; e solo dopo, magari, in seguito alla riforma o per altra causa, gli ultimi Basiliani l’abbiano lasciata, passando con il resto dei loro libri ed arredi ad un’altra badia verosimilmente meno lontana. Solo in tal caso si comprende bene che Don Germano l’abbia visitata; benché non possa negarsi che, se anche l’abbandono fosse avvenuto prima, egli abbia potuto vedere i libri della badia a cui erano passati. Ma purtroppo non sono finora stati ritrovati, ch’io sappia, gli atti della visita di lui né esaminati a tale riguardo gli atti delle visite dopo la riforma, che potrebbero dare qualche luce in proposito; e resta pur da vedere se almeno in parrocchia e nell’archivio vescovile di S. Marco Argentano e nel grande Archivio di Napoli v’abbiano documenti da cui ricavarla. Comunque, non mi è sembrato opportuno tenere in me congettura alla quale contro ogni aspettativa sono stato insensibilmente condotto dalla negletta sottoscrizione. Se alla congettura verrà riconosciuto anche solo un pochino di probabilità, nelle ricerche sui codici dell’Italia meridionale converrà contare non solo sullo scrittorio, ma anche sulla libreria affatto ignota di quella vecchia badia a mala pena conosciuta e sulla piccola lista che forse rimane di essa, se non è di un’altra libreria, che ne ricevette qualche spoglia.

 Da G.Mercati, per la storia dei manoscritti greci  pg. 209-214,dottore della Biblioteca Ambrosiana dal 1893, nel 1898 fu chiamato alla Biblioteca Apostolica Vaticana, di cui divenne Prefetto nel 1919. Personaggio di elevatissima cultura, fu ricordato da Carlo Dionisotti sulla rivista «Italia medioevale e umanistica» (4, 1961).

Al testo mancano le note, per gli appassionati e per coloro che intendono effettuare delle ricerche, cosa peraltro suggerita dal Card., si può contattare V.D.

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Una risposta a “Codici della badia di San Sosti.

  1. i manoscritti di San Sosti

    … volevo aggiungere che nelle note relative al testo in oggetto ,viene riportato il codice Vat. gr. 2030 (Bas.69), in una lettura di M. Vogel ( paleografi sta greco) ….il manoscritto dunque è dell’a. 1020 ,ind.4, in cui il 24 settembre cadde in sabato ,ai tempi di Basilio II e Costantino IX. Spero di poter pubblicare anche il codice in nota all’articolo. Biagio Cappelli in “ Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani ,Napoli 1963 ..riporta; ..altri codici presenti nella badia di S. Sozonte. Codici elencati sotto la badia di cui manca il titolo; tra i quali codici tre pregevoli e rari per il loro contenuto: una « Dottrina » di Pietro vescovo alessandrino, vari testi relativi a S. Pacomio ed una Vita di S. Nicolò di Mira redatta da Basilio « Lacedemonii archiepiscopi » ..

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