Archivi del giorno: 7 giugno, 2018

I vincitori e i menzionati della seconda edizione del Premio Pettoruto.

A cura di Maria Pina Aragona

Con una cerimonia di premiazione intensa ed emozionante, il primo giugno si è conclusa la Seconda Edizione del Concorso Letterario Internazionale “Premio Pettoruto”. Si riportano per esteso le lettere dei vincitori e dei menzionati a cui va il più vivo apprezzamento.

Categoria adulti.

Al primo posto con un totale di voti 53 su 60, si è posizionata la lettera con protocollo n.18/A, avente titolo: “Si accendono fuochi, ma si spengono vite”  dell’autrice Iolanda Della Monica di Cava de’ Tirreni (SA).

“SI ACCENDONO FUOCHI, MA SI SPENGONO VITE”

Alla coscienza delle Istituzioni

Mi chiamo Caterina, sono una delle tante mamme, distrutte dal dolore, del gruppo“Mamme Coraggio di Acerra”.
Ieri c’è stato il funerale di mio figlio Salvatore, un tumore ai polmoni me l’ha portato via, dopo nemmeno un anno di vita.
Quando l’ho sentito tossire in quel modo per la prima volta, ho capito subito che qualcosa non andava.
Una mamma certe cose le capisce, anche se non le accetta.
Giada, la mia prima figlia, ha tredici anni ed è malata anche lei. Tumore al cervello. I suoi bei riccioli rossi sono caduti qualche mese fa, quando abbiamo iniziato le chemio. Sì, abbiamo. Perché quando si ammala un figlio, ci ammaliamo anche noi genitori, e se loro muoiono, noi ci lasciamo morire con loro.
Sono rimasti solo gli occhi azzurri di Giada, nonostante tutto, pieni di speranza per un futuro migliore.
Ma chi ce la dà questa speranza?
Ci promettete tanto in tanti, eppure qui stiamo morendo.
La chiamano Terra dei Fuochi, che nome strano. Io da piccola pensavo ai fuochi come qualcosa di bello, qualcosa di luminoso e colorato che, se ti affacci al balcone in una sera d’estate, puoi ammirare fino ad incantarti.
Ma questi fuochi non sono così. Questi fanno male, ciò che brucia non è la miccia di una batteria di spari che colorerà il cielo, ma brucia il nostro futuro, quello che i nostri figli neanche vedranno. Bruciano rifiuti tossici che ci stanno succhiando via sogni, speranze e sangue, sostituendo tutto con il loro veleno, un veleno che entra dentro fino a soffocarci, a riempire di male il nostro corpo.
Cosa fareste voi, se fossero i vostri figli o i vostri nipoti ad essere malati?
Qui non passa giorno in cui non muoia qualcuno.
Si accendono fuochi, ma si spengono vite.
Io penso che l’ingiustizia più grande che esista al mondo sia proprio la morte dei bambini, innocenti, puri, con l’anima bianca, eppure qui da noi, diventa nera anche quella a furia di respirare aria contaminata.
Non sappiamo cosa respiriamo, non sappiamo cosa mangiamo, tutto è nero, contaminato, malato intorno a noi.
Nero come la macchia che sta imputridendo la vostra anima, l’anima di chi ha contribuito a realizzare questo scempio.
Ciò che fa più rabbia è che noi stiamo pagando con la vita errori che non sono i nostri!
Se ripenso ai giorni di Pasqua, da poco trascorsi, mi viene da pensare a Giuda che ha venduto la vita del Figlio di Dio per trenta denari. Però con quella vita che Gesù ha donato sulla croce, noi siamo stati salvati. Voi invece per denaro avete messo in gioco tutte le nostre vite, che non salveranno quella di nessun altro, ma che come gli anelli di una catena, uno dopo l’altro, trascineranno via tutti.
Una catena di morte certa, senza alcuna ancora di salvezza.
Avete arricchito le vostre corrotte coscienze, uccidendo anime innocenti. I nostri bambini non riposeranno mai in pace, perché per loro non c’è giustizia!
Io non vi chiedo più nulla, dovrebbe essere la vostra stessa coscienza a bussare insistentemente e ripetutamente al vostro cuore di pietra, per ripulirsi e decalcificarsi, vi dico solo questo: non accada più che in nome del profitto di pochi, si sacrifichi una popolazione!

Cia putimm fa’! (Ce la possiamo fare)

Caterina

Al secondo posto con un totale di voti 49 su 60, si è classificata la lettera con n. prot. 61/A, avente titolo “Posso guardarvi negli occhi”, dell’autore Emilio Limone di Fiuggi (FR).

POSSO GUARDARVI NEGLI OCCHI

Vorrei che questa mia lettera, così come tante altre che vi scriverò, trovi il suo posto futuro anche nel più piccolo, remoto e polveroso dei cassetti, purché resti con voi. Così che quando sarete grandi, guardando l’alba che in pochi attimi illuminerà il vostro spicchio di mondo, possiate ricordare che ogni giorno la vita vi darà la possibilità di tracciarne il percorso con le vostre scelte. E’ una grande responsabilità, sappiatelo fin d’ora, perché nella società ognuno deve sentire il peso di un ruolo, a prescindere da titoli ed incarichi, ed il bene comune nasce anche con il piccolo gesto di un singolo che, in simbiosi con altri ed altri ancora, forgia il volto onesto della collettività. Lungi da me imporvi ideali o azioni, siano la vostra intelligenza e la vostra sensibilità a guidarvi nel cammino dell’esistenza, ma lasciatemi almeno che vi suggerisca un caposaldo: l’incondizionato rispetto della legalità. Non vi sembri un concetto astratto, figlio di torrenti di parole che, confluendo nel caotico mare burocratico, disperde il proprio significato infrangendosi sullo scoglio di un applauso di circostanza. La legalità dovete immaginarla come qualcosa di concreto, tangibile, come le braccia calde di un genitore che vi stringe a sé e, accarezzandovi il capo, vi sussurra: “Non abbiate paura delle vostre idee, ci sono io a proteggervi, seguire i vostri passi, tenervi stretti se serve, lasciarvi andare quando è il momento, ricordarvi che rispettare il prossimo aiuta innanzitutto se stessi”. Arriverà il giorno in cui scoprirete che sopravvivere alla quotidianità richiede coraggio e forza d’animo: il mondo qui fuori è un metaforico immenso ring, in cui ognuno cerca di sopraffare l’altro pur di raggiungere i propri obiettivi. Vi accorgerete che il detto secondo il quale “il fine giustifica i mezzi” è l’alibi diffuso di chi, agendo per il proprio tornaconto, non guarda in faccia a nessuno, anche al costo di negare un futuro dignitoso a chi gli sta di fronte. Nel vostro percorso vi troverete certamente davanti ad un bivio che vi proporrà strade diverse, conducendo però alla stessa meta: il primo sentiero sarà senza alcun dubbio il più semplice e meno tortuoso, sarà ricco di scorciatoie e condurrà al denaro facile, ad una vita agiata per voi ed i vostri cari, a privilegi che non conosceranno il sudore della fatica, al solo costo di scavalcare il muro delle regole e, siatene consci, arrecare a tanti altri un danno difficilmente sanabile, negando alla gente perbene il diritto ad un’esistenza degna dei nostri tempi; la seconda strada richiederà sacrificio, allenamento, ripide salite e pericolosi dossi, molte cadute e la forza di volontà di rialzarsi, vi presenterà persone che giocando sporco ostacoleranno il vostro percorso, vi imporrà di rispettare rigorosamente le leggi a tutela dell’intera società, ed alla fine probabilmente neanche raggiungerete la tranquillità e la stabilità economica tanto agognate, barcamenandovi giorno dopo giorno per garantire un futuro ai vostri figli, ma con la consapevolezza che nessuna delle vostre azioni avrà mai precluso al prossimo almeno la stessa speranza di vita trasparente. Chiudete gli occhi ed immaginate che questo bivio sia adesso davanti a voi: quale direzione scegliereste? Io non ho alcun dubbio in merito. La seconda è la strada che fa per me e, fidatevi, anche per voi. Anche se ciò significa preferire una vita di sacrifici ad un’alternativa molto più comoda. Al giorno d’oggi, c’è la sensazione che essere furbi equivalga ad avere una marcia in più; di contro, l’onestà appare quasi il simbolo della più stolta debolezza: cari miei, meglio apparire fessi ma rispettare incondizionatamente la legge ed il prossimo, anziché sentirsi forti e scaltri grazie all’arma del sopruso, sia materiale sia meramente morale, in danno di un singolo o della collettività. Prima o poi ogni nodo viene al pettine e voi potrete camminare orgogliosi, a testa alta, fieri della vostra scelta, semmai con un portafogli modesto ma con il privilegio di poter dormire sereni, con la coscienza pulita, a differenza di chi prima o poi troverà davanti a sé l’inesorabile verdetto della Giustizia. Leggete questa frase, poi riascoltatela nella vostra mente e capitene l’incommensurabile significato: “Certe cose non si fanno per coraggio, si fanno solo per guardare più serenamente negli occhi i propri figli ed i figli dei nostri figli”. Certamente vi imbatterete in questa citazione in tante occasioni, sui social network, sui giornali, in qualche programma tv, sugli striscioni di chi lotta per un mondo migliore, in una pubblicazione. Sono le parole di un uomo di Stato, il Generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, integerrima figura con gli alamari cuciti sulla pelle, un militare dalla proverbiale fedeltà anche dopo il congedo e la nomina a Prefetto di Palermo, poco prima del vile attentato mafioso che pose fine alla sua esistenza terrena ma non all’eco dei suoi ideali. Quella frase è stata donata al pubblico, in un noto libro, dal secondogenito Nando. Sappiate, figli miei, che ogni qualvolta torno a casa dopo una lunga giornata di lavoro, vestendo con orgoglio quei gloriosi alamari che una volta conquistati non si abbandonano più, attendo con ansia la vostra corsa sorridente verso di me e, mentre si avvicina il vostro abbraccio, interrogo la mia coscienza, chiedendole se anche questa volta potrò guardarvi negli occhi, se merito appieno i vostri sguardi innocenti e sinceri. Finora, ho sempre ricevuto risposte affermative. Vi prometto, anzi vi giuro, che ogni mio giorno sarà improntato sul fedele rispetto degli obblighi derivanti dal mio status e, prima ancora, dal dovere morale di esservi d’esempio. Voi promettetemi, anzi giuratemi, che a prescindere dal percorso di vita che riterrete più consono ai vostri sogni, sarà l’onestà a dettare ogni vostra azione. Cosicché in futuro possiate anche voi, come accade a me quotidianamente, riuscire a guardare negli occhi, senza abbassare lo sguardo, i vostri figli. Buona vita, figli miei. Vi amo. Papà.

 

Al terzo posto con un totale di voti 48 su 60, si è posizionata la lettera con n. prot. 44/A, avente titolo “Non legale per amore!” dell’autore Luigi Castellucci di San Sosti (CS).

NON LEGALE PER AMORE

Caro Salvathore,
sono passati solo due mesi da quando hai lasciato il mio villaggio. Ti ringrazio ancora per i tanti insegnamenti ed aiuti che hai dato alla mia comunità africana; purtroppo qui la situazione politica è peggiorata. L’estrema destra, con un colpo di stato, è tornata al potere. E’ successo qualche settimana prima che venissi a scoprire  della manifestazione avvenuta a Roma, quando, cioè, siete scesi nudi in piazza per lamentarvi della non-legalizzazione della marijuana. Siete strani a volte voi italiani…,pur avendo tanto volete sempre il “di più”. Anch’io una settimana fa sono sceso nudo nel centro del villaggio. Avevo un maestoso sorriso in viso e, contemporaneamente, un fucile puntato alla testa, che mi ricordava di andare avanti, mi ricordava perché stavo andando avanti, mi ricordava quant’è generosa la vita ma anche quanto è stupido l’uomo. Mi ero rifiutato di lapidare una donna. Ciò fu considerato non legale e la  condanna fu un’umiliazione pubblica. La condanna prevista per la mia prossima violazione alla legge è la massima pena: la morte.

Quattro settimane fa una coppia è stata fucilata davanti ad un asilo. Trentadue bambini hanno visto i loro due insegnanti perdere la vita, morire lì davanti ai  loro occhi innocenti. Li conoscevi anche tu, sai? Parlo di Amhed e Charlotte .Si amavano molto, ma erano di etnie diverse. Un amore che riconciliava due nazioni diverse. Ciò fu considerato non legale.

Ti ricordi il campo di calcio che hai fatto costruire? Quante partite abbiamo disputato insieme! Perdevamo sempre per colpa del nostro amico Rajè ,il calcio non era proprio il suo forte! Qualche giorno fa, però, contro ogni previsione segnò! Fu, quasi, un miracolo! Lui stesso, incredulo, si mise a piangere e si gettò a terra ringraziando Dio. Un soldato assistè alla scena, oggi Rajè non c’è più . Perché? Non stava ringraziando la divinità riconosciuta dallo Stato. Ciò fu considerato non legale.

Salvathore, ti ricordi quando, in riva al fiume, ti chiesi cos’è la felicità? Tu mi hai risposto che è una sensazione che più ci pensi e più ti sembra lontana. Oggi ,invece, ti chiedo cos’è la legalità? Cosa è, veramente, degno di essere detto legale? E’ legale uccidere un uomo perché diverso da te? E’ legale uccidere un uomo perché crede in un Dio diverso dal tuo? E’ legale questo mondo che l’uomo ha così plasmato? Un mondo dove anche Dio rappresenta un pretesto per uccidere? Un mondo dove domina chi ha più denaro?  Un mondo dove i  termini  “repubblica” e “democrazia” sono solo una parvenza di libertà, che nascondono in realtà la sottomissione a scelte forzate?

Siamo costretti ad essere umiliati pubblicamente,  nella pubblica piazza, se ci rifiutiamo di togliere la vita al prossimo. Siamo destinati alla morte  se amiamo il prossimo. Siamo obbligati a stare in silenzio se vogliamo gridare la nostra voglia di vivere . Siamo obbligati a incassare ogni loro terribile decisione come se fossero pugni,ma noi non possiamo contrattaccare e continua a vivere solo chi sa resistere ai colpi .La mattina ci svegliamo,ci laviamo la faccia e, guardandoci allo specchio, vediamo persone che non siamo noi. Siamo costretti a essere come vogliono loro e persino rimanere fedeli a se stessi diventa “non legale”.  Questo non è vivere, è sopravvivere…

La definizione del termine “legale” sul vocabolario che mi hai lasciato dice : “legale è ciò che rispetta le leggi “. L’origine del problema sono quindi le leggi? Possibile che l’uomo dopo migliaia di anni non abbia trovato delle leggi che garantiscano il bene della società? Oppure sono state trovate, ma i vari governi fanno finta che non siano mai state scritte? Spero che in futuro non ci sia bisogno di porsi queste domande, ma farò di più che sperare. Mi impegnerò nella ricerca di queste leggi, così non ci saranno altre morti come quelle di Rajè, o come quella di Amhed e Charlotte. Quei trentadue bambini non avranno più altre tragedie a cui assistere, ma avranno sicuramente la volontà e le possibilità di creare una società armoniosa, semplicemente rimanendo se stessi.

Con questa lettera ho riscoperto che le leggi non sono solo un paio di frasi scritte su un foglio e rese pubbliche. Sono come un busto per la schiena che cerca di non farci compiere movimenti sbagliati. Sono come le comodità delle vostre case in Italia,che rendono tutto più facile per la convivenza. Le leggi ci tengono e ci conducono per mano, così come faceva mio nonno con me, quando mi tirava la mano per riportarmi sulla direzione giusta, ed io pur non comprendendo mi lasciavo guidare. Le leggi sono ciò che ci permettono di essere fieri di noi stessi. Sono ciò che ci rendono uomini, ma soprattutto ci rendono umani.

Spero che questa lettera ti giunga ,magari, durante una di quelle manifestazioni, di cui mi parlavi, una di quelle in cui sventolano tante bandiere rosse scintillanti, quelle che ti facevano luccicare gli occhi ,quegli stessi occhi da sognatore. Io mi auguro, nel frattempo, di non morire e di non far morire.

Buona vita

Il tuo amico Wholf

P.s. Scusami se ancora non riesco a scrivere bene il tuo nome.

 

Sono state assegnate alla categoria Adulti le seguenti menzioni speciali:

Menzione speciale per la pregevole e rilevante testimonianza di un diritto mancato alla lettera con prot. n. 60/A avente titolo “Il poco è tanto per chi ha poco come Peppa Fattoria” dell’autore Italo Arcuri di Riano (Roma).

IL POCO È TANTO PER CHI HA POCO COME PEPPA FATTORIA

Al signor Presidente della Repubblica
c/o Palazzo del Quirinale
00187 Roma

Egregio signor Presidente della Repubblica,
sono una signora di 96 anni, terremotata di San Martino di Fiastra (Macerata) dal 30 ottobre scorso e vengo a disturbarla per raccontarLe quanto accadutomi a seguito del sisma sopraccitato.

Vivevo beata e tranquilla fino a quel penultimo giorno d’ottobre, quando il mondo, bruscamente, mi è letteralmente crollato, in casa e fuori. In una manciata di secondi ho perso tutto. In quegli attimi ho toccato con mano il terrore. L’ho colto negli avanzi delle macerie rimasti in piedi. Negli odori e nelle grida seguenti a quel terribile sussulto, invece, ho scorto la più cupa disperazione. Che è angoscia di sconforto. Una cosa mai provata prima.
Da quel dì, in attesa di una ricostruzione che, ahimè!, ancora oggi, tarda a partire, sono andata ad abitare con le mie due figliole (prima a Castelfidardo e poi a Civitanova). A casa loro stavo bene, non mi mancava nulla, figuriamoci!, ma ciò che mi pesava maledettamente era l’assenza del mio paesello. La nostalgia del mio ambiente naturale e della mia vita di sempre, fatta di piccole ma per me grandi cose. “Lo pocu è tantu per chi ha pocu”, si dice dalle mie parti. D’altronde, cosa vuole, non ho più 20 anni e questo luogo è il mio senso d’esistenza.
Così, Presidente mio, dopo tante insistenze fatte alle figlie, che non volevano mandarmi via, ho deciso di ritornare a San Martino e di trasferirmi in un container della Protezione Civile. Che cari i signori del soccorso! Quanto affetto nel consegnarmi il cassone mobile (così lo chiamava un mio nipotino), dove ho trascorso più di cinque mesi! Il freddo troppo pungente (da noi tocchiamo lo zero molte, troppe, volte) non mi ha permesso di rimanerci oltre. D’altra parte, “chi è senza dènt, sent fredd a tutt i tèmp!” si dice nelle Marche.
Alle mie figlie e ai miei generi, perciò, pur di accontentarmi, è venuto in mente di costruire su un terreno edificabile di nostra proprietà e in regola con tutti i permessi una casetta prefabbricata in legno, proprio davanti ai rottami della mia vecchia abitazione rasa al suolo. Ma, come si dice, “Crist fa l’anzalat e lu diavele l’acconcjie”, indovini cos’è successo? Alla mia casetta di legno bella e completata non viene rilasciata l’autorizzazione paesaggistica. Si chiama proprio così: “autorizzazione paesaggistica”. Serve a tutelare le aree protette, quelle dove è giusto e sacrosanto che non si faccia nulla contro l’ambiente. Una beffa del destino, ho pensato, sorridendo tra me e me. Sorridevo per il fatto che, e presti fede a ciò che le scrivo, di “paesaggistico”, di protetto e di bello in questo posto, e specialmente in questo luogo, oramai non c’è proprio più nulla: né il panorama e tantomeno l’idea di prospettiva. Sta di fatto che, seppur ultimata, la sottoscritta, nella sistemazione provvisoria, più dignitosa e pratica di un contenitore di ferro, non può metterci piede. “’Na recchia sorda cendo lingue secche”, caro Presidente… I giudici non vogliono sentir ragione. Hanno mandato a dirmi, su carta da bollo, di andarmene; addirittura minacciandomi di abbattere tutto con le ruspe. Una prima sospensiva alla demolizione mi aveva fatto ben sperare, tanto che, qualche tempo dopo, il Tribunale del Riesame sentenziò in mio favore. “Finalmente posso viverci”, mi son detta soddisfatta. Manco per niente, Presidente. A tutt’oggi la casetta ha i sigilli dell’autorità giudiziaria. “La legge è legge – mi hanno ribadito – e va rispettata!”. Ogni giorno i carabinieri forestali vanno e vengono per recapitarmi atti, fogli e planimetrie che faccio fatica persino a leggere.
In certe occasioni, quando lo scoramento cala le tendine della ragione, perché, come si dice in marchigiano, mi rendo conto che a ragionare con certi uomini severi è come “fa a cappellate co li passeri”, rimugino pure di farla finita, signor Presidente. Fra 4 anni avrò un secolo e resto sempre più convinta che la cassa da morto, per dirla col mio dialetto, è il solo vestito che “nun fa ‘na piega”. Ho speso una vita a faticare e a lottare per un mondo più giusto e ora eccomi qua a raccogliere i frutti di tanta rovinosa disgrazia. Chi mi fa questo è in torto ma io lo perdono, perché come dice nostro Signore Gesù Cristo “non sa bene ciò che fa”. O meglio, lo sa ma si nasconde dietro il termine di “legalità”. L’illegalità, nel mio caso, Presidente, è inesistente tanto quanto il “paesaggio”.
I giudici, non tutti per carità, mi qualificano come “abusiva”. Alcuni sollecitano “sanatorie” o “condoni”. Di necessità, aggiungono. Altri, a dire il vero, invocano il senso di umanità. Perbacco, signor Presidente, sta proprio qui, secondo me, il punto: umanamente parlando, per misericordia, lasciatemi vivere, nella quiete del mio campo, il tempo che mi resta. La terra di sotto mi ha tolto tutto. Se ora anche la terra di sopra mi cava il cuore dal petto, beh, allora, arrivati a questo punto, signor Presidente, è meglio che io tolga il disturbo. Non vorrei che la “legalità”, quella buona sostanza che nel nostro Bel Paese è un pendolo che oscilla in talune circostanze in maniera opprimente verso i poveri Cristi (perché “quanno se deve giudicà un potente ce se pensa tre vorde e pui non se ne fa di gnente”…), mi punisse per davvero. Non saprei affrontarla, vuoi per l’età, vuoi per l’amarezza. Mi rimetto a Lei, dunque. A Lei, che rappresenta lo Stato. Si metta una mano sulla coscienza e si sforzi di cogliere il battito del mio cuore, che continua a pulsare solo se sente il suono del campanile del villaggio e che pompa con l’esclusiva speranza, che è illusione di fiducia, di vivere ora per ora.
Nello scusarmi per il fastidio arrecatoLe e nell’augurarLe buon lavoro, cordialmente la saluto, in attesa di una Sua cortese risposta, che sono sicura non tarderà a raggiungermi.
Peppa Fattoria

San Martino di Fiastra (Mc), 9 aprile 2018

Menzione speciale per la particolare creatività letteraria alla lettera con prot. n.15/A avente titolo: “Il goal della vittoria” dell’autrice Enrica Gallo di Rogliano (CS).

“IL GOAL DELLA VITTORIA”

Cari miei coetanei,
vi scrivo perché sento il dovere morale di farlo, perché gli adulti reputano la nostra una generazione senza ideali, dicono che il futuro nelle nostre mani è destinato ad essere buio, tuttavia penso che mai nessuna epoca potrà essere più plumbea di quella in cui coloro che oggi ci giudicano rinunciarono ad accendere la luce.

Vi scrivo perché credo fortemente nelle nostre capacità, perciò vi racconto una storia con la speranza di alimentare la voglia di giustizia nelle menti e nell’anima di chi, tra noi, è ancora indifferente ad un male insidioso.

Forse non tutti lo sanno, ma c’è un campionato di calcio in atto… ed è più importante di qualsiasi altra competizione.

Questo campionato viene giocato da solo due squadre, non si gioca proprio su un campo da calcio, ogni giorno è una partita, e ogni giorno si può decidere da quale parte stare.
Io ho deciso di entrare nella squadra dei coraggiosi e non penso di volerla cambiare.

Sapete, il mio team sta uscendo da un periodo un po’ difficile perché qualche anno fa Totò, il capitano dell’altra squadra, quella degli “uomini d’onore” (così si fanno chiamare) e i suoi compagni Bernardo, Leoluca e Giovanni Brusca hanno infortunato i nostri giocatori più forti: Giovanni, Paolo, Carlo Alberto, Rocco, Peppino, Vito, Emanuela e tanti altri.

Ad un certo punto la squadra degli uomini d’onore pensava di aver trionfato perché vinsero qualche partita ma non sapevano che infortunando i nostri migliori calciatori, molti indecisi capirono qual era la squadra giusta per cui tifare: tanti ragazzi della nostra età iniziarono a riempire gli stadi sconfiggendo la paura, l’omertà e sostenendo a gran voce la squadra dei coraggiosi.

A dire il vero, perdemmo quelle partite perché nella nostra squadra c’erano alcuni calciatori che facevano finta di giocare insieme a noi ma in realtà tifavano per gli uomini d’onore e li aiutarono a vincere. Paolo, Giovanni, Carlo Alberto e gli altri avevano scoperto questo doppiogioco, però gli arbitri non vollero dargli retta.

Quando Giovanni e Paolo furono costretti a ritirarsi, scese in campo un nuovo capitano: Ultimo, che inventò un modulo di gioco a cui diede il nome “CRIMOR”. Il capitano Ultimo grazie all’essenziale aiuto dei suoi compagni, raggiunse un risultato importantissimo: riuscì a far squalificare per sempre Totò e così segnò un goal che rimase nella storia del campionato.

Agli arbitri però il nuovo capitano non piaceva molto, quindi lo ammonirono ingiustamente tantissime volte, ma lui non si arrende e continua a giocare per onorare i vecchi e i futuri componenti della nostra squadra.

Il motivo per cui ho deciso di scrivervi è perché voglio che tutti voi sappiate che ora si sta giocando il secondo tempo, la squadra dei coraggiosi è in ripresa e gli uomini d’onore sembrano indebolirsi ogni giorno di più.

Questo è il momento di attaccare per vincere, perché solo noi possiamo e dobbiamo farlo. Non abbiate paura, vincere è possibile… le strategie sono tante: bisogna studiare molto, riporre fiducia nelle istituzioni, denunciare anche le piccole ingiustizie.
Mi hanno insegnato che le cose grandi stanno nelle piccole cose, ed è proprio su quelle che dobbiamo puntare per sconfiggere, una volta per tutte, gli uomini d’onore nella grande partita Libertà contro Mafia.

Con l’augurio di un futuro
più luminoso
Enrica

 

Menzione speciale per la profondità del messaggio socio-educativo alla lettera con prot. N. 5/A avente titolo: “Serenità” dell’autrice Giovanna Perrone , San Sosti (CS).

“SERENITÀ”

 San Sosti li 11/03/2018

Care mamme,
è a voi che va il mio pensiero e la mia solidarietà. Siete forti, sapete affrontare le difficoltà della vita con coraggio e speranza, sempre pronte a mettervi al servizio della famiglia in ogni circostanza, ad assumervi le vostre responsabilità per successi e insuccessi quotidiani , a dare la vita a pargoletti che vi danno, daranno tante gioie e soddisfazioni, ma anche preoccupazioni. Quei fagottini, rosa o celesti,che stringevate con delicatezza, dolcezza e infinito amore fra le braccia, in un baleno crescono e iniziano a ‘regalare’ dei dolori inaspettati.
L’ altro giorno leggevo su un settimanale il racconto di una mamma che si è trovata a fronteggiare una realtà dolorosa. Credeva di avere un figlio ‘educato’ , rispettoso, studioso e, all’improvviso, l’ha scoperto bullo. Insieme ad alcuni amici ricattava, perseguitava una coetanea, protagonista di un video registrato a sua insaputa, mi-
nacciandola di metterlo in rete. Delusione, smarrimento, incredulità, stupore, angoscia, inadeguatezza sono stati i tarli che pian piano hanno forato la sua soddisfazione e convinzione di avere un figlio ‘modello’..   E’ una storia che nel  tempo in cui viviamo si ripete spesso, troppo spesso e catapulta le famiglie in un tunnel buio del quale non si intravvede la luce. Perseguitati e persecutori alla fine risultano sconfitti. Quando prenderanno coscienza del male fatto o subito le loro anime saranno segnate per sempre da profonde ferite.
Non sono una psicologa che può spiegarvi i motivi che spingono i giovani a minacciare, tiranneggiare, deridere, mortificare, fare del male fisico ad altri esseri umani che ritengono inferiori e fragili. Non sono in grado neanche di consigliare un percorso agevole e definito per prevenire, affrontare, risolvere la situazione. Qualche considerazione e riflessione, però, permettete che la faccia. Le mie non vogliono essere perle di saggezza, piuttosto pennellate di colori su una tela bianca che potrebbe diventare un bel quadro dal titolo “La serenità”: di un figlio, di una famiglia, di una società. Viviamo in un’epoca in cui il valore assoluto è il denaro e l’edonismo. Corriamo da mattina a sera per portare a termine mille impegni quotidiani, ma si ha poco tempo per coltivare i rapporti umani. Credo sia necessario rallentare, cambiare atteggiamenti, priorità, pre/giudizi. E’ necessario stare vicino ai vostri figli, interessarvi a ciò che pensano e fanno nella quotidianità; non partire dal presupposto che è sempre colpa degli altri se sbagliano e, quindi, credere incondizionatamente a quello che raccontano, pronti a giustificare ogni loro azione contro tutti e tutto. Sarebbe opportuno guardare nei loro occhi, scrutarne lo sguardo: rivelerà molto più di tante parole. Si potranno cogliere i sottili riflessi del sotterfugio , della menzogna, del disagio. I ragazzi hanno tanto, ma sono sempre scontenti ed annoiati . Ogni loro desiderio viene esaudito velocemente e non apprezzano a lungo ciò che hanno ottenuto perchè pensano già a qualcosa di nuovo da chiedere. E’ inutile premiarli con oggetti! Non chiudete la porta della loro stanza e della comunicazione in nome della privacy e della moda del momento. Un figlio che cresce ha bisogno di essere affiancato da genitori che non sono amici, ma guida nel cammino della loro crescita e della vita. Si può inciampare!!!Un ostacolo è sempre in agguato! L’importante è tendere loro la mano prima che cadano.
La vostra forza sarà la loro forza, il vostro impegno, la vostra onestà intellettuale e sociale, la visione critica della realtà , la loro. Coraggio!!!! Riuscirete ad essere brave nel ‘lavoro’ di mamme, a dare loro serenità, fiducia, sicurezza, correttezza, capacità di discernere , riconoscere la sottile linea che divide il bene dal male ed aiutarli a non superarla.
Sono sicura del vostro successo!
Con affetto,
una donna che crede fermamente nella legalità.

Menzione speciale per la migliore lettera internazionale all’opera con prot. n.7/A dal titolo: “Querida prima”, dell’autore Jorge Juan Ruiz Diaz, di Villeguay, Entre Rios, Argentina.

Querida prima.
Nuevamente defecciono y intervengo en vuestro concurso literario.
Pensé en el tema y alguna vez me vi obligado a quebrar alguna norma (varias) para salvar la vida de una pequeña de 19 meses.
Recibí la noticia en mi oficina y no podía esperar cumplir las reglas procedimentales. No pedí allanamiento, no puse en conocimiento del juez la situación y corrí junto a un patrullero y un agente policial a la casa donde la niña estaba a punto de morir. La retiré de ese lugar, la llevamos al hospital y allí la dejamos.
La madre y el novio de la madre fueron detenidos y condenados.
Nunca más vi a la niña hasta que un día después de mucho tiempo una jovencita (de 15 años) se presentó en mi despacho y me dijo “Doctor hoy cumplo 15 años”.
La miré sin comprender la razón de tal anuncio.
Y continuó diciendo “vengo a decírselo porque Usted me salvó la vida, yo soy la niña a la que Usted rescató hace 15 años cuando estaba a punto de morir”.
No supe que decir, me abrazó me besó en la mejilla y se fue. Nunca la volví a ver.
Que es la legalidad?
A veces la legalidad es romper alguna regla.

Un abrazo para toda la familia. Los llevo en mi pensamiento y en mi corazón.

Caro cugino,
sto nuovamente esercitando il mio ufficio di difensore e voglio intervenire nella vostra competizione letteraria portando la mia testimonianza.
Riflettendo sull’argomento trattato, ricordo bene che una volta sono stato costretto ad infrangere alcune (molte) norme per salvare la vita di una bambina di 19 mesi.
Ho ricevuto la notizia nel mio ufficio, pronto come sempre a rispettare le regole procedurali. Invece, pur di salvarla, non ho richiesto una ricerca, non ho informato il giudice della situazione e sono corso con una volante e un agente di polizia nella casa in cui la bambina stava per morire. L’ho tolta da quel posto, l’abbiamo portata all’ospedale e l’abbiamo lasciata lì.
La madre e il fidanzato della madre furono arrestati e condannati.
Non ho mai più visto la ragazza fino a quando un giorno dopo molto tempo una giovane di 15 anni è venuta nel mio ufficio e ha detto: “Dottore oggi ho 15 anni”.
La guardai senza capire il motivo dell’annuncio.
E ha continuato dicendo: “Vengo a dirtelo perché mi hai salvato la vita, io sono la ragazza che hai salvato 15 anni fa quando stavo per morire”.
Non sapevo cosa dire, mi abbracciò, mi baciò sulla guancia e se ne andò. Non l’ho mai più vista.
Cos’è la legalità?
A volte la legalità è infrangere una regola.

Un abbraccio per tutta la famiglia. Li porto nella mia mente e nel mio cuore.

 

Menzione per il lodevole messaggio socio-culturale alla lettera con prot. N. 24/A “Caro Peppino, ti scrivo” dell’autrice Carmela Piretti di Bologna.

“CARO PEPPINO, TI SCRIVO”

Bologna, 19.3.18

Caro Peppino,
come stai? Come va lassù? A cento passi da te, chi c’è ora? Ti sei finalmente liberato della mafia? Ti manca la tua Sicilia? Io vivo a Bologna e sai qui la mafia non esiste né a dieci, né a cento, né tantomeno a mille passi. Almeno cosi dicono, almeno così pare. Qui la vita è leggera, allegra, senza pensieri, qui non ci sono i macigni che portavi tu, nessuno organizza comizi “illegali” dove a squarcia gola urla la propria rabbia contro chi ruba, chi si approfitta dei beni comuni, chi ricicla il denaro. Qui la mafia non esiste. Almeno così dicono, almeno così pare. Ti sarebbe piaciuto vivere nella legale Bologna, ti immagino in un gruppo di amici filosofi a riflettere sui perché della vita bevendovi del Sangiovese all’Osteria del Sole, dove si può solo bere perché il cibo te lo porti da casa, tu avresti sicuramente contribuito con le arancine che tua mamma Felicia ti avrebbe fatto recapitare per direttissima dalla Sicilia. Avreste parlato di politica perché quello è un argomento che ti è sempre piaciuto e ti saresti arrabbiato per la delusione della sinistra e avresti gridato contro i partiti estremisti e non, privi degli ideali in cui tu credevi, che vogliono dividere il nord dal sud, dividere gli italiani dagli immigrati, dividere i ricchi dai poveri e con questo atteggiamento di bene, al nostro paese non ne fanno. Poi avresti letto dei libri, tanti libri, seduto sotto i portici della facoltà di scienze politiche, ai giardini Margherita, in una birreria nella fricchettona via del Pratello o nel terrazzino dell’appartamento dove avresti vissuto. In centro storico, sì, ti immagino così. Di certo non confinato a vivere in un garage perché non ti sei conformato al buoncostume mafioso perché non ti sei abbassato ad onorare il boss di turno come si sarebbe convenuto a un bravo picciotto di Cinisi, facendo andare tuo padre in escandescenza e costringendolo a buttarti fuori di casa per dare un segnale concreto di distacco rispetto al tuo atteggiamento, per prendere le distanze dalle tue scelte. Forse, se ti avesse saputo al sicuro, a Bologna, ti avrebbe spronato a seguire i tuoi ideali, perché in fondo di te era orgoglioso, aveva conservato tutti i tuoi disegni e tutto il materiale che avevi prodotto. Aveva paura per te, tantissima paura. Forse come ho avuto io per tutto il tempo in cui ho guardato il film “I Cento Passi”… il film che racconta di te, così ti ho conosciuto. Un film di cui sai il finale prima ancora dell’inizio. Un finale che ti fa orrore, terrore, rabbia. L’ho guardato come si guarda un condannato a morte andare alla gogna. L’ho guardato sul chi va là, pronta alla tragedia ogni volta che c’era una scena al buio, l’ho guardato spaventata e con lo stomaco attorcigliano su sé stesso più e più volte. Poi d’un tratto è giunto il momento in cui ti hanno ucciso, ti hanno fatto in cento, mille pezzi, se non di più:  la tua macchina ferma davanti alle sbarre della ferrovie abbassate e ombre oscure di persone malvagie che si sono avventate su di te come un condor assale la propria preda, senza alcuna pietà, la paura è diventata panico, il mio viso bagnato di lacrime che scendevano in modo incontrollato. E tu Peppino, non avevi paura? Dimmi la verità, come potevi essere così coraggioso, anzi incosciente, da sfidare la mafia senza temere ripercussioni? O forse la voglia di buttare fuori quel marcio che vedevi era più forte del rischio di ritorsioni? O forse ribellarti a quel modo era l’unica scelta ammissibile perché se così non avessi fatto, ti saresti sentito complice e compiacente di un mondo putrido e questo ti avrebbe corroso tutte le viscere?

Avresti potuto fare propaganda al nord, sicuramente la tua vita non sarebbe stata così a repentaglio. Perché qui la mafia non esiste. Almeno così dicono, almeno così pare. Beh sai forse non è proprio così. La mafia esiste al nord, eccome se esiste. Non potrebbe essere diversamente, che mafia sarebbe se non si insinuasse nelle pieghe del sistema del ricco nord? Una mafia scimunita sarebbe stata e scimunita la mafia proprio non è. Qui non spara, non fa esplodere bombe. Non fa can can e non fa rumore. Silenziosa come un tumore maligno prosciuga l’economia e fa sfiorire la società. Va a braccetto con il potere, è maestra in questo, si sa destreggiare come nessuno mai.

Sai Peppino, noi però, non ci arrendiamo, un prete saggio e fuori dagli schemi, ha fondato un’associazione aperta a chiunque, a persone di qualsiasi credo, di qualsiasi colore politico e di pelle, di tutte le età ed estrazioni sociali, l’unico must è credere nella legalità. Si chiama Libera. È un bel nome vero Libera? Liberi dalla violenza, fisica e verbale, liberi di esercitare il lavoro con onestà, liberi dal pizzo, liberi di esprimere il proprio pensiero, liberi di riunirsi in gruppo e di discutere le proprie idee, liberi di avere gli amici che si vuole, liberi di essere liberi.

Ci sono tanti giovani, anche adolescenti, che d’estate vanno a coltivare le terre del Meridione, anche della tua Sicilia, quei terreni, un tempo di proprietà dei mafiosi ed ora confiscati. Lo sai qual è la bella novità? Non sono lasciati a deperire in attesa di una giustizia burocratica che non arriva, grazie a Don Ciotti e a Libera quei terreni sono stati liberati e affidati ad associazioni oneste che producono frutti legali: pomodorini secchi, vino, paté di olive pasta di grano e molto altro, che danno speranza e dignità a chi resta in una realtà scomoda e dimostra con i propri gesti che si può lavorare onestamente e legalmente, che si possono piantare dei semi che generano buoni frutti, anche dove la mafia domina e predomina. É difficile? No, non è difficile, è difficilissimo. Vandalismo, raccolti bruciati, minacce sono ancora all’ordine del giorno. A volte i ragazzi che vanno in giro per il paesello indossando ingenuamente e genuinamente la loro maglietta da lavoro con il logo di Libera non sono bene accetti in certi bar e in certi locali. Proprio così.

A Bologna, il coordinamento di Libera supportato da tante associazioni e da un partito, ha creato la Taverna Cento Passi, in tuo onore certo, un ristorante aperto solo in occasione della Festa dell’Unità (la chiamiamo ancora tutti così): lo chef viene dalla Sicilia e come un direttore d’orchestra dirige un nutrito gruppo di volontari che fanno sì che il ristorante funzioni e che serva tutte le sere ottimo cibo siciliano. I “musicisti” della Taverna Cento Passi sono il gruppo più eterogeneo che si possa immaginare, penso che questo sia uno dei punti di forza: ci sono le “zdaure” – le signore di una certa età dedite alla cura della casa e molto abili nel far da mangiare – che padroneggiano i fornelli tutte le mattine per cucinare impepata di cozze, cous-cous, sarde al beccafico, polipo con patate, arancine (e come potrebbero mancare le arancine sia alla carne sia al formaggio?), parmigiana, baccalà allo sfioncello e molto altro. Nel pomeriggio arriva il resto della banda. No, non i coristi e gli strumentisti bensì impiegati, operai, pensionati, studenti, ognuno pronto a dare il proprio contributo: chi si mette in cucina a impiattare, i camerieri, che spesso sono i ragazzi che sono stati nei campi e che hanno un entusiasmo che a venderlo si diventerebbe ricchi, le cassiere, chi sparecchia e chi lava piatti, bicchieri, pentole e posate. Poi ci sono io, certo anche io, che ti credi che rimanga dietro le quinte a narrare senza fare la mia parte? Le opere buone si fanno coi fatti, mica solo con le parole! Io, come dire, apro le danze… ovvero chiamo gli antipasti, ricevo le commande, ordino i piatti in cucina e poi li smisto ai camerieri e… la cena è servita!

Immagino che ti venga da sorridere pensando a questo gruppo improvvisato, così variopinto e variegato, che si cimenta in un ristorante. Poveri i temerari che decidono di cenare al Cento Passi, sono proprio anime pie che vogliono dare il proprio aiuto. Invece no, non è così, il cibo è buono e il servizio pure. Molti vengono volentieri perché certamente sanno di fare la cosa giusta – il coperto è devoluto alle cooperative che hanno in gestione i terreni confiscati – ma la Taverna Cento Passi è un ristorante a tutti gli effetti e i clienti si alzano con il palato soddisfatto. Il bello del Cento Passi è che tutti ci crediamo e che nonostante le tensioni, che ovviamente ci sono, il clima è sereno, il Cento Passi è diverso, lì i volontari ridono… così dicono i pezzi grossi dell’organizzazione. Ridono e lavorano, aggiungo io. Ogni tanto facciamo anche il trenino in mezzo ai tavoli o qualche balletto in cucina. Ti saresti divertito anche tu, ci scommetto.

Le iniziative di Libera ovviamente non si limitano a quelle che ti ho appena raccontato, ma si impegna concretamente con attività antiusura, antiracket, contro la corruzione, a sostegno delle vittime di tutte le mafie. Pensa che all’università di Bologna c’è persino un corso di “Mafie e antimafia” nato sulla scia dei progetti di Libera.

Chi l’avrebbe detto che Don Luigi, un prete venuto dal basso, avrebbe innescato questa rivoluzione buona. Questo mi fa credere che c’è speranza e che il bene può sconfiggere il male. Il viaggio è ancora lungo e non so a che punto siamo e men che meno se avrò la fortuna e il piacere di vedere la meta finale; ma so per certo che siamo in tanti a volerlo e che non ci fermeremo e continueremo a fare uno, due, tre, quattro, dieci, cento passi nel nostro cammino per mettere la parola fine alla mafia.

Un abbraccio,

Carmela

 

Menzione speciale per il miglior messaggio etico – morale alla lettera con prot. N 22/A “Città Stato” Di Biamonte Tommaso di Castrovillari (CS).

CITTÀ STATO

Cari Calabresi ciao a tutti.

Concedetemi questa piccola confidenza per favore. Qualche decennio fa nacqui in un piccolo paese vicino a Catanzaro. Per ragioni affettive non meno che economiche, mezzo secolo fa, avevo 12 anni, la mia famiglia si trasferì a Torino dove si guadagnava più denaro e si viveva una apparente vita più “Libera”.

Non era vero niente ma quando si hanno 12 anni tutto sembra scorrere dolce e lento come il Fiume che va verso il mare. A tredici anni mi sentivo già un adulto, al punto che per un insulto di una maestra di matematica, la pestai fortemente (non ho mai più dato uno schiaffo a una Donna). Finii espulso dalla scuola, trascorsi mezza giornata in una caserma dei Carabinieri e, tornato a casa, mio padre mi frustò per due ore con il tubo del gas.

Quella notte scappai di casa mettendo i primi paletti ai 35 anni di vita trascorsi rinchiuso in una cella, facendo il “malandrino” di giorno e piangendo di notte. Era il tempo del fumo, delle Comuni e dei figli dei fiori. In poco più di un mese ero a capo di una banda mista, tutti scappati di casa e tutti ladri di qualsiasi cosa. Il tempo passava, l’esperienza del carcere anche. Le pistole incominciavano ad apparire ed i mesi di carcere divennero rapidamente anni. Nel 1975 e nel 1977 evasi e quando mi arrestarono, a ventitre anni di vita, ne dovevo già scontare altri 23 di carcere.

Questa è l’età che in carcere o diventi cattivo o diventi la “Femmina” di coloro che non conoscono la moralità. Non ho tenuto un conto esatto ma ho visto ma ho visto uccidere nella maniera più barbara almeno una ventina di carcerati. In uno dei migliaia di libri che ho letto, trovai questa Frase: “I deboli periscono subito, i forti durano un pò, i fortissimi durano per sempre”.

Nel 1975, ormai con pochi soldi, da un carcere della Sardegna mi portarono nel Vecchio carcere di Rossano Calabro, dove conobbi la Grande Famiglia Padrona della Città Stato di Crotone. Disponevo di 15.000 lire il mese ma per un anno mi fecero fare una vita da principe, impedendomi solo di evadere, anche se era una cosa semplicissima. Loro avevano già pensato a come usarmi meglio. I miei amici Liberi di Torino scendevano con il treno a Sant’Eufemia, dove li attendevano gli “amici” con un camion carico di 400 quintali di frutta, verdura, salumi e altro, che a Torino sarebbero stati scaricati in un magazzino; il guadagno netto era di 25 milioni di lire. A Torino c’era già la lista pronta dei pezzi di ricambio di camion, ruspe ,furgoni, auto e altro. Il viaggio in Calabria fruttava più del doppio dell’andata. Tutto finì con il mio trasferimento in Sicilia ed il mio rifiuto di entrare nella vendita della droga.

Con gli anni che passavano, un briciolo di intelligenza che aumentava, feci la scelta più importante e drammatica che l’uomo può fare, se crede profondamente nella sua verità.

Oggi la ‘ndrangheta è Padrona di tutte le Città stato della Calabria, della Lombardia, del Piemonte, della Liguria, della Valle d’Aosta, di piccole frazioni dell’Emilia, della Toscana e della Puglia. Se avessi ancora spazio dettaglierei i 3-5 milioni di euro giornalieri che incassa la ‘ndrangheta.

A voi che siete soldati, ricordate che l’Art. 416 bis + l’Art. 73 equivalgono a 25 anni di carcere di isolamento. Non fatevi imbrogliare e, se avete tempo approfondite i veri valori Morali, Civili, Sociali, Spirituali e lavorativi perché è in essi che risiede la Giustizia, che è la vostra Salvezza.

Amorevolmente, un vostro carissimo concittadino.

 

Menzione d’onore per l’eccellente inventiva letteraria e per la capacità di dare attualità al passato storico religioso alla lettera con prot. N 31/A “Una ingiustizia processuale” Di Luigi Sirimarco di San Sosti (CS).

UNA INGIUSTIZIA PROCESSUALE

Mi chiamo Nicola Mairo, e sono di Altomonte, un piccolo borgo della provincia di Cosenza.
Vi voglio raccontare la mia storia; la storia di un uomo qualunque che, ad un certo punto della sua vita, è costretto a vivere un incubo, a soffrire e a provare la disperazione più profonda.
Nel luglio del 1449 fui accusato da due nobili signori di essere il responsabile di un atroce delitto: l’omicidio di un contadino. Con questa accusa infamante venni arrestato e portato in carcere.
Iniziò il mio processo. L’avvocato dell’accusa era un uomo tutto d’un pezzo, un tipo burbero, il mio difensore una persona molto dolce e pacata, sempre pronto a tranquillizzarmi e a rassicurarmi, convinto e sicuro della mia innocenza.
Il giudice mi convocò e mi chiese spiegazioni sull’accaduto; io affermai di non aver mai commesso il fatto, ma lui non mi credette. La mia parola da contadino, contro quella di un figlio di notaio ed un figlio di barone. Come poteva aver valore la dichiarazione di un semplice figlio del popolo di fronte a quella di due persone così stimate ed autorevoli?
Terminata la fase informativa, il giudice ritenne, dunque, che le accuse fossero fondate, ordinò la mia carcerazione preventiva e passò alla fase istruttoria, alla ricerca delle prove.
Nella fase istruttoria non emersero prove che dimostrassero la mia colpevolezza, né tantomeno, però, la mia innocenza; questo fu quello che mi riferì l’avvocato, così come si evinceva dai verbali istruttori.
Un giorno, appena spuntata l’alba, un raggio di sole rischiarò un angolino della mia cella, due guardie vennero a prendermi e, attraversando i corridoi, scendemmo al piano terra. Scattò una serratura. Mi fecero entrare in una stanza buia che serviva per gli interrogatori; volevano costringermi a confessare l’inconfessabile. Mi sottoposero così a torture e tormenti. Le mie mani furono legate con una corda che pendeva da una carrucola fissata ad una trave, a circa tre metri dal pavimento. Poi, lo sgabello su cui poggiavo i piedi fu rimosso e le guardie lasciarono improvvisamente andare anche la corda. Precipitai così violentemente a terra. Tirarono più volte la corda per sollevarmi in aria e lasciarmi cadere. Mi torturarono in questo modo ripetutamente, quasi da provocarmi la rottura dei polsi. Nonostante l’insopportabile e lancinante dolore non potevo confessare un crimine che non avevo commesso, anche se tanta sofferenza quasi mi costringeva a farlo.
Mi chiesi perché tanta crudeltà. Mi chiesi perché il giudice inquisitore mi condannò solo in virtù di due testimonianze assolutamente false. Mi chiesi perché i due uomini mi incolparono dell’omicidio di una persona umile e perbene, di un contadino come me. Non riuscii a trovare le risposte e a farmene una ragione.
Scoppiai a piangere, immenso fu il mio dolore: io giudicato ingiustamente responsabile di un crudele delitto. Tutto mi sarei potuto aspettare dalla vita, ma questo andava al di là di ogni immaginazione.
In seguito, il mio avvocato mi disse che avevo la possibilità di proporre appello davanti ad un giudice di secondo grado territorialmente competente, in quanto erano stati commessi degli abusi, delle forzature che invalidavano l’intero processo.
In quel preciso istante, arrabbiato e deluso, diedi uno spintone alle guardie, cogliendole di sorpresa; scappai, corsi in mezzo alle campagne, attraversai fiumi, boschi, folte vegetazioni. Giunsi nella gola del Fiume Rosa, alle pendici del monte Montea e del monte Mula e lì mi rifugiai.
Restai digiuno per molti giorni. Una mattina mi svegliai e sedetti all’ombra di una quercia. Improvvisamente folgorò una luce molto forte; levai lo sguardo al cielo e vidi una donna di sovrumana bellezza: era la Madonna.
Iniziai a scolpire su una roccia l’immagine che mi apparve, implorandoLa e supplicandoLa che fosse Lei la testimone della mia innocenza, che i giudici fossero guidati dalla Legge, dalle regole e dalla Giustizia Divina, che ogni individuo fosse giudicato secondo  un legale e giusto processo, con scienza davanti la Legge e secondo coscienza dinanzi a Dio.
Mi auguro che i comportamenti umani seguano la via della legalità, non come nel mio caso dove vennero meno i principi di legittimità processuale, altrimenti, in futuro, non ci sarebbero né libertà, né giustizia.
Spero che questa mia lettera un giorno venga ritrovata, che mi venga riconosciuta quella innocenza che mi fu negata, che il mondo intero sappia che fu un processo basato esclusivamente su una bugia testimoniale che fece sentenziare una ingiustizia processuale.
Spero, così, che la verità venga a galla e sia accertata l’infondatezza delle accuse, che venga pronunciata la parola chiara e definitiva di giustizia, che venga divulgata e proclamata sempre la parola legalità.

Nicola Mairo

 

Premio per la miglior grafia alla lettera avente prot. N. 11/A dal titolo “Lettera al generale Carlo Alberto dalla Chiesa” dell’autrice Maria Serena Campanalunga di Trani (BT).

LETTERA AL GENERALE CARLO ALBERTO DALLA CHIESA
Caro Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa,
È difficile rivolgermi a te, dopo anni dalla tua scomparsa.
Alla fine dell’estate del 1982 avevamo ancora negli occhi la scintilla della gioia, la mano sul petto ad intonar l’inno di Mameli. Quello sport ci faceva sentire fieri di essere italiani, uniti quella sera da un solo cuore e una sola maglia. Un anelito di fratellanza che si estendeva oltre i confini italiani.
Poi, a settembre, la notte di sangue. Lo sgomento, il fuoco che sottaceva la verità…
L’onta di essere italiani e il non aver saputo difenderti.
Vorrei sentire ancora la tua voce rivelare verità scomode, nomi insospettabili.
Invece… omertà al posto della legalità. Delitti impuniti e sentenze scandalose.
Oggi passo davanti ad una piazza, porta il tuo nome. Una targa bianca dove risalta con chiarezza ripugnante: VITTIMA DI MAFIA.
Cos’e cambiato?
Nulla.
Ancora la vergogna di essere italiani. Vedere in quel luogo a te dedicato, un mercato dell’usato abusivo, dove forse vi è della merce rubata. Un altro assalto alla legalità!
Cosa avresti pensato?
Il tuo sangue versato lo meritava?
Marciapiedi sfondati da incivili parcheggiatori, deiezioni canine mai raccolte nonostante un palese divieto, auto in sosta sui passaggi dei disabili. Tutto questo nella piazza che porta il tuo nome!
Alzo lo sguardo ancora su quella targa commemorativa.
Strano popolo il nostro! Pronto a slanci oceanici per la morte di un personaggio dello sport. Popolo dalla commozione amplificata, a tal punto da risultare stucchevole, inverosimile. Popolo che ha una freschezza negli intenti, ma deperisce come cibo, dopo qualche giorno. Incline a ricordare un anno solo per la vittoria dei Mondiali.
Dopo me altre generazioni passeranno davanti a quella lapide e (forse) oblieranno quel nome, quella notte tragica.
No! La legalità non può soccombere. Tu l’hai insegnato.
Una goccia d’acqua insieme ad altre formano un oceano. Non bisogna arrendersi!

Per la Categoria ragazzi 6-13 anni.

Al primo posto Categoria Ragazzi si è classificata la Lettera con prot. n. 2/R, avente titolo “ Lettera a mio padre” di Martina Soleti, di Corigliano Calabro (CS).

“LETTERA A MIO PADRE”

Corigliano Calabro 31 Gennaio 1989

Caro papà ,

è triste per me saperti in quelle fredde mura di una prigione e che non

puoi riscaldare il mio piccolo cuore che ha sofferto tanto.

Stò ore ed ore a piangere, perché la mia mente ricorda quei momenti

tristi durante i quali emergeva il tuo carattere forte e prepotente.

Sapevo quello che facevi, sapevo che quando ti incontravi con il

‘’ Signor Luca ‘’ progettavate ‘’la morte’’ di qualcuno.

Ed allora mi chiedevo: perché tutto ciò?

Perché dovevo essere considerata dai miei compagni di classe

la figlia della ‘ mafia? ‘. Io volevo solo il mio papà, nient’ altro.

Per non parlare della mia povera mamma, che subiva in silenzio,

che non poteva reagire agli spintoni e alle parole che le dicevi quando

cercava di farti capire che la droga, il pizzo, la prostituzione, arrecavano

danni alla povera gente.

Molte volte, mi gettavo nelle braccia di Rosalind, una compagna

di sventura, perché come me, condivideva la mia stessa situazione.

Avrei voluto dirtelo allora, che stavi sbagliando, ma tu non mi permettevi

niente, pensavi che facendomi vivere in una lussuosa casa,

mi sarebbe bastato.

Non era cosi papà.

Io volevo affetto, amore e soprattutto affetto per le vite altrui.

Nessuno ha il diritto di fare del male agli altri, né per soldi,

né per potere.

Mi sentivo stanca di tutto ciò, impaurita, ed allora, insieme a mio fratello

Tom abbiamo deciso di fuggire via in quella fredda notte invernale

con gli occhi colmi di lacrime.

Eravamo tanto lontani papà, quando ho appreso la notizia della tua

cattura.

Certo ho pianto, ma ero felice allo stesso tempo perché ti salvavano

dalla morte sicura e salvavano tante persone innocenti.

Vivi ora sereno e rifletti su tutto ciò che hai commesso,

rifugiati nella fede, nella quale troverai conforto.

Per sempre tua

BONNIE

P.S. Papà ricorda che: “ la mafia è un infinito vortice di sofferenza’’.

Al secondo posto della categoria Ragazzi, con voti 49 su 60, si è classificata la lettera con prot. n. 48/R avente titolo “Al Generale” della classe Terza D dell’I.C. “L. Settino” di San Pietro in Guarano, plesso di Castiglione Cosentino (CS).

AL GENERALE

Caro Generale Dalla Chiesa,

Quando ci è stato chiesto dalla nostra insegnante di scrivere una lettera destinata ad una persona reale o immaginaria o ad istituzioni scolastiche, sanitarie, giudiziarie, economiche, politiche, per rifletterei sui principi della legalità e sulle figure più rappresentative della stessa, riportando anche esperienze, testimonianze e fatti vissuti in prima persona inerenti ingiustizie subìte o che accadono nella nostra società, non abbiamo avuto dubbi, ci siamo consultati e tutti insieme, noi alunni dell’Istituto comprensivo di San Pietro In Guarano, classe terza D, abbiamo deciso di scrivere a lei. Il motivo è semplice, per tutti noi, lei rappresenta la legalità. E’ un simbolo di giustizia e libertà, esempio di coraggio, un punto di riferimento per tutti gli uomini che lottano per un mondo pulito.

Riflettendo sul principio della legalità, ci soffermiamo su questa bellissima parola che include il rispetto delle leggi che equivale a civile e serena convivenza. Essa “rappresenta la massima garanzia di libertà”, come dice sempre la nostra prof.ssa di storia, è lo strumento indispensabile per sconfiggere ogni crimine. Eppure, alcune persone la usano perdendo di vista il suo esatto significato, se ne fanno scudo per nascondere azioni che di legale hanno veramente poco o quasi niente. Sarà, sicuramente difficile, per un uomo come lei, capire cosa spinge, alcune persone a rinnegare ogni ideale in nome del potere e del denaro. Ancora più difficile sarà capire come mai, i giovani di oggi manifestano sempre più spesso, insofferenza verso le regole e facendosi guidare dalla rabbia e dal desiderio di primeggiare commettono azioni terrificanti. Stiamo parlando dei numerosi atti di bullismo compiuti da alcuni alunni verso i compagni più deboli o verso i loro professori. Ultimamente sta girando su internet il video di un ragazzo che per avere un bel voto, offende un suo insegnante al quale ordina, addirittura, di inginocchiarsi ai suoi piedi, e dietro questo ragazzo, altri suoi compagni invece d’intervenire in difesa del prof, si divertono a riprendere la scena e a pubblicarla. Non ci consola la punizione ad essi inflitta ma ci fa sperare che li possa far riflettere sul loro gesto e, perché no, anche vergognarsi e pentirsi. È la “legge dell’apparire”, caro generale che oggi, più che mai, dilaga fra tutti gli uomini. Indispensabile, soprattutto tra i giovani, è “essere qualcuno, visibile, non anonimo” e per questo motivo, non ha importanza il mezzo a cui si ricorre. Sarebbe bello poter ascoltare un suo consiglio, Generale Dalla Chiesa, rivolto a tutti i giovani che hanno dimenticato quali siano i veri valori, siamo sicuri che lei saprebbe cosa dire e senza grandi prediche ma con l’esempio, come sempre ha fatto nella sua vita, colpirebbe il centro del cuore di ognuno.

Sempre la parola legalità, ci fa venire in mente e quindi riflettere su altre due parole: etica e morale. La prima come l’insieme dei principi generali che guidano il nostro comportamento e le nostre relazioni; la seconda come la pratica, la modalità della loro applicazione. Non crede anche lei, Generale, che se ben radicate nell’animo di un uomo, tali parole non solo impedirebbero di commettere qualsiasi efferato crimine ma renderebbero la vita di ogni uomo più bella, serena, ricca di significato?

Bene , noi le promettiamo che continueremo a dire no a qualsiasi forma di illegalità, che faremo del nostro meglio per combatterle e anche se alcune volte il terrore cercherà di prendere il sopravvento, non ci stancheremo mai di denunciare ogni abuso o torto subito perché, come afferma Giovanna Daniele, ogni testimonianza è “necessaria a rompere gli steccati aridi dei silenzi, ad abbattere quei limiti mentali che appiattiscono il senso della giustizia, che tolgono ossigeno alla speranza e che ingrassano i terreni dell’indifferenza, della rassegnazione e della sudditanza piegando e stralciando le nostre coscienze.

Con profonda stima

I ragazzi della 3 D di Castiglione Cosentino ( CS)

 

Al terzo posto della categoria ragazzi, si è classificata la lettera con prot. n.40/R, avente titolo “Lettera agli eroi” di Martina Tuoto di Fagnano Castello (CS).

Cari eroi

Fagnano Castello, 19 aprile 2018

Cari eroi della mafia,

mi Chiamo Martina e sono nata nel 2004, non ho conosciuto nessuno di voi, anzi fino a poco tempo fa non conoscevo neanche i vostri nomi. Sentivo questa parola “Mafia” ma non capivo cosa fosse. Doveva essere per forza una cosa brutta perché ogni volta che qualcuno ne parlava il volto diventava molto serio ed in televisione, al telegiornale, annunciavano sempre che qualcuno era morto per colpa sua. Ho iniziato a studiare a scuola e pian piano ho cominciato a capire, ma forse era meglio prima, quando non sapevo. Ho scoperto il suo significato “Organizzazione malavitosa violenta”. Ho letto che è nata in Sicilia, che poi si è gradualmente diffusa in altre regioni del paese facendo persino il giro del mondo. A volte, quando all’estero dici “ITALIA” dopo la pizza veniamo anche ricordati per la mafia, come se fossero le uniche cose che abbiamo, la bella e la brutta cosa per cui essere famosi.

Voi sapete cos’è la mafia, avete capito prima di tutti che faccia avesse. Siete riusciti a scoprire non solo la sua esistenza, quando tutti sapevano ma nessuno parlava, ma avete scoperto anche la sua struttura a forma di piramide. Spesso viene paragonata ad un animale, la “Piovra” la testa rappresenta la cupola che sarebbe la punta dove vengono prese tutte le decisioni dei capi che sono chiamati boss, ed i tentacoli il suo potere che si diffonde e che cattura e soffoca le sue prede. Voi avete fatto e fate tanto per noi e per il nostro paese. Venite spesso chiamati eroi, eppure voi non vi sentite tali perché dite che fate soltanto il vostro dovere.

Voi mi avete fatto capire che non dobbiamo mai avere paura di fare ciò che sentiamo e che riteniamo giusto. Bisogna essere liberi di esprimere le proprie idee ma sempre con rispetto verso gli altri. Uno di voi disse: “La paura è normale che ci sia in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio”. Ogni volta che leggo questa frase mi viene spontaneo domandarmi quanto coraggio avete avuto per andare avanti sapendo soprattutto cosa c’era ad aspettarvi?

Tutti voi rappresentate per me un grande esempio di forza e coraggio, ognuno di voi ha una storia diversa, ma tutti avete una cosa in comune, la lotta contro la criminalità, contro quegli uomini che si sentivano forti nel fare del male. Il vostro lavoro, i vostri sacrifici hanno lo scopo di aiutare la gente a sentire quel fresco profumo di libertà, a non avere più paura di camminare per strada, di aprire un negozio e di andare a lavorare tranquilli. Purtroppo voi tranquilli non lo siete mai stati, andavate a lavorare sempre accompagnati dalla scorta. Penso che sicuramente un po’ di libertà, vi sia mancata così come ai vostri familiari.

Ho letto alcuni libri che parlano di voi, di ciò che avete fatto e di quello che farete perché gli uomini passano ma le idee restano e non muoiono mai.

Quando si parla di tutti quelli che hanno sacrificato la loro vita in nome della giustizia, della verità, della libertà e dell’onesta, non possiamo e soprattutto non dobbiamo parlare al passato perché voi oggi vivete nei nostri cuori, nei nostri gesti, nei nostri occhi che guardano altri occhi come i vostri, pieni di luce e speranza. C’è una frase che mi piace tanto: “Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe” Io voglio correre insieme a voi, voglio urlare che siete vivi, voglio ricordare quanto avete fatto per tutti noi. Voglio portare avanti nella piccola comunità in cui vivo il pensiero che il futuro non deve farci paura, che possiamo e dobbiamo lottare per i valori importanti della vita, credere nella giustizia. Qualcuno prima di me con le lacrime agli occhi rivolgendosi ai criminali ha detto: avete perso, perché tappando quelle bocche ne avete aperto milioni. Io voglio solo dirvi “Grazie per ciò che siete stati e ciò che siete, Grazie a voi io e milioni di persone ci sentiamo orgogliosi di essere ITALIANI”.

***

L’ Ideatrice del Concorso Giovanna Daniele, la Segretaria del Premio Maria Pina Aragona, la Consulta Giovanile di San Sosti e la Biblioteca Civica, in qualità di Organizzatori del Premio Pettoruto

RINGRANZIANO
il Comune di San Sosti per il patrocinio economico;
Gli Enti: Regione Calabria, Provincia di Cosenza e Parco Nazionale del Pollino, per i patrocini morali;
Gli Sponsor: La Fonderia Artistica Bortoletti di Macron Venezia;
La Casa Assistenziale “San Giuseppe” del dott. Massimiliano Baffa.
L’Istituto Grafologico Internazionale G.Moretti di Urbino.
Le Istituzioni Scolastiche, gli Istituti Penitenziari, le Comunità di Recupero e le Istituzioni Politiche, Militari e Religiose.
Le Associazioni di Volontariato.
Tutti i Partecipanti al Concorso e i componenti della Commissione Esaminatrice.
Gli ospiti: l’ On.le Simona Dalla Chiesa ed Olimpia Orioli.
E un grazie speciale a tutti coloro che con grande supporto, sostegno, presenza, entusiasmo e passione hanno partecipato alla crescita del Premio Pettoruto condividendone il successo.
Gli Organizzatori formulano con gioia il più sentito augurio di una serena estate all’insegna di una buona lettura delle nostre – vostre lettere nell’ attesa della prossima edizione.

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