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Lettera di frate Giovanni al Cardinale Agostino Inermis Qualificatore del Sant’Offizio: Monsignore liberate Francisca Melilla!

scriptura breviAustera Eminenza,
Vi scrivo in una chiara giornata di Novembre che annuncia l’imminente estate di San Martino.
Ho trascorso questi giorni di aguzzo dolore cercando funghi in una silenziosa boscaglia sovrastante il Monastero di San Sozonte.
E’ in questa selva chiamata “u mundu”, che da tempo rifletto sulla similitudine che lega le essenze botaniche alla diverse facce dell’umanità.
Eminenza, se i funghi si dividono in eduli, non eduli, poco velenosi, molto velenosi e velenosissimi, simile catalogazione può adattarsi agli uomini di chiesa.
Il lactarus deliciosus, conosciuto come rosito, è paragonabile ad esempio ai tanti religiosi che si consumano nella povertà per condurre in ogni angolo del Mondo il messaggio di Cristo.
Il phallus impudicus, il satirione, un fungo non edule dalla forma di membro maschile ci ricorda invece certi frati che tradiscono il voto di castità, mentre il nematoloma fascicolare, il cittadino falso, ci rimanda alla morra di uomini di fede che diffondono falsità.
C’è infine un fungo velenosissimo di cui sua eminenza ha sentito senz’altro parlare.
Esso porta il nome botanico di amanita phalloides, è fornito di un cappello rosso, ed è quivi noto col nome di “spartiparienti”.
E’ infido e doppio: le sue carni succose, come in un incubo concupiscente, dapprima ti lusingano, ti invitano a possederle col senso del gusto e poi ti avvelenano.
Gli ambigui colori dell’amanitha phalloides in questi giorni infausti per la Santa Ecclesia sembrano esser marcate sulla scazzetta dei tanti porporati che parlano di povertà ma sono circondati da ogni sorta di lusso.
Eminenza, vi confesso che uno di questi ribaldi vive anche tra noi.
La sua ricchezza stride a tal punto con le condizioni di abiezione in cui si dimenano certi abitanti del contado, che in molti invocano, come ai tempi dei romani, la promulgazione di leggi suntuarie.
Di questo faraone vostra Eccellenza, se avrà la bontà di seguirmi, troverà traccia anche nel prosieguo della lettera.
Venerabile padre, Ella mi chiede informazione circa una donna del contado di nome Francisca Melilla, rinchiusa nelle carceri romane del Sant’Offizio, che si dice abbia divulgato segreti di Stato.
Vi rispondo senza esitazioni!.
Francisca non è un fungo velenoso, porta dentro di sé solo i segni di una profonda sofferenza: quella di essere nata in un borgo dove alligna l’ipocrisia e chi vale è costretto all’esilio.
Qui l’acume non è mai stato considerato un dono di Dio!
I motivi sono tanti, ma uno riguarda direttamente Santa Romana Ecclesia.
Seguitemi, Eminenza!
Il faraone del luogo, il porporato di cui vi dicevo pocanzi, possiede ad esempio, l’inveterata abitudine di soffocare i sogni delle persone.
In combutta coi priori (pro tempore) del Monastero (tutti uomini di stucchevole ingegno!) è sempre stato pronto ad attribuirsi bugiardi titoli, melliflue onorificenze e orpelli barocchi, costringendo all’esilio chi avrebbe potuto metterlo in ombra o togliergli la maschera.
Francisca Melilla, figlia di padre foresto, ha lasciato il contado trascinando con sé la ferrea determinazione di lavare l’onta di tanta insolenza.
Raccontano che prima di mettersi in viaggio per Roma, la giovane donna abbia gridato: “arriverò lontano, più lontano di quanto voi che state soffocando il mio villaggio possiate immaginare!”.
Francisca sembra artefice di una impostura solo perché è persona loquace ma, a mio scarno giudizio, non è così : ella è solo vittima di trame ordite da tessitori diabolici che ne hanno violato il desiderio di riscatto, ghermito la voglia di affermazione e prospettato spediti successi.
E’ questa la caterva di furfanti che andrebbe rinchiusa nelle gattabuie che hanno serrato frate Giordano Bruno, donna Beatrice Cenci e messere Benvenuto Cellini.
Francesca Melilla non è una tignosa verdognola ma una credula e sofferente persona!.
Se colpa ella mai abbia avuto, è quella di aver coltivato l’effimero sogno d’ arrivare lontano partendo da un borgo sperduto.
Ingenua e ciarliera, non sospettava che imboccando rapide vie esse sarebbero state piene di orridi burroni e presidiate da … scaltri furfanti.
Eminenza, per quanto esposto, Vi chiedo di togliere il mordacchio a Francesca Melilla e di liberarla dalle segrete del Sant’Offizio.
Con la stessa devozione di sempre ho un’ultima cosa da domandarVi: in nome di Dio liberate il Monastero di San Sozonte dai sortilegi che non sono mai domi!
La Vostra Santa benedizione, avrà il potere di tener lontano le tenebre perpetue, richiamate sul nostro Contado da porporati simoniaci capaci di trarre profitto da ogni omega serbata nei Sacri Testi e da ogni lauda innalzata all’Altissimo.
Mentre il sole sta per calare, l’aria diventa frizzante e l’azzurro del cielo si appresta a cedere il posto ad una tersa ma passeggera notte di Novembre, mi congedo da Voi invocando l’ Onnipotente .

Dal Monastero di San Sozonte
V mensis Novembris, Anno Domini 1615

NON NOBIS DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM

Frate Giovanni

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Lettera di Frate Giovanni a frate Girolamo Marafioti, teologo dell’Ordine dei Minimi

Assennato confratello,
giungano a te le laudi per la sapienza ed il fervore con i quali plasmi le tue opere.
Durante l’inverno appena passato ho letto la tua monumentale opera: “Croniche et Antichità di Calabria” pubblicata a Padova nel 1601 appresso Lorenzo Pasquati.
Ne ho tratto la conclusione che in Calabria vivono persone di grande ingegno che però non hanno possibilità di raccogliere in loco i frutti del loro instancabile lavoro.
La nostra terra, inospitale come un intestino cieco, sembra infatti esser diventata colonia dei venditori di guazzabugli.
I mercanti di trivialità lasciano poco spazio a chi, come te, è colto e sapiente !
Qui, lontano dall’ecumene, sembrano destinati a trarre primeggio solo gli homini violenti et inepti.
Da poco si è conclusa la pugna per eleggere il nuovo priore del Monastero: si fronteggiavano, da almeno sei mesi, tre dissimili noveri.
Il primo era formato da un drappello di teneri novizi poco inclini alla bieca scaltrezza.
Pensavano, con giovanile candore, di dare nuova linfa al pensiero di Madre Chiesa rielaborando la vizza cosmologia.
Hanno tradotto dal latino l’opera di Nikolai Kopernik e sostenevano con arithmetica puntigliosità, che  il centro della terra non fosse il centro dell’universo ma solo il nucleo della massa terrestre.
In queste serate di avanzata primavera li ho sentiti discutere con garbata competenza di Giovanni Keplero, col quale intrattengono dotte corrispondenze, e del  suo “Misterium Cosmograficum”.
Non avevano niuna percezione di quanti siano gli homini mediocri, alii inexpctati, che con ogni mezzo tentano di  avversare virtute et conoscenza.
La seconda frotta avea come cardine  frate Bonomini Franco il quale, forte della sua arte, si è prodigato per richiamare in vita i defunti frammenti dell’antico  pensiero di Tolomeo, che  argomenta a favore dell’immobilitate della terra.
Dell’indiscussa maestria del nostro Continua a leggere

Lettera di Frate Giovanni a Fratre Umile da Bisignano

Umile fratello,
Dio solo sa quante volte abbia rivolto a te il pensiero nelle temperate giornate di questo fine autunno, mentre da mane a vespero raccoglievo, orando, le olive nel parvo uliveto del Monastero.
Ti immaginavo impegnato nel dissodare glebe aride per trasformarle in zolle ubertose di Paradiso.
Niuno meglio di te conosce la fatica di quanti lavorano la terra  alle pendici di monte Mula.
Gli ulivi che vegetano in questo angolo remoto di Calabria, d’inverno resistono a temperature rigide e i loro frutti, mondi da insetti, generano un prezioso unguento. Le drupe sono però piccole, quasi senza polpa e per cavarne un barile di olio, occorre raccoglierne più di cinque tomoli.
Umile amico, in questo luogo noto una miracolosa similitudine tra la natura e l’indole di chi lo abita. Le coltivazioni esistenti, che potrebbero generare ricchezza, sono trascurate, hanno i tratti irregolari e non lasciano presagire, a chi dovesse avventurarsi per queste terre, che mano d’uomo si sia mai posata su di esse.  Malgrado ciò, gli alberi continuano a dare copiosi frutti ed anche, come nel caso degli ulivi, di ottima qualità. Qualcosa di analogo è profuso nel carattere della paupera gens indigena che, pur maltrattata, continua a vivere in modo probo ed onesto.
Cotidie Continua a leggere

Lettera di Frate Giovanni al Cardinale Francesco Maria Del Monte. Intorno ad una tela raffigurante fratel Baro e frate Adiuvante

Eminenza,
l’inverno brumoso ha lasciato il posto dapprincipio ad una tiepida primavera ed ora ad una infocata estate.
Nel mese di febbraio un humile confratello di nome Luciano ha raggiunto vegliardo la Casa del Padre.
Lo ha fatto in silentio e con passo ovattato, quasi fosse intento alla sua solita occupazione:condurre gli armenti del Monastero tra vallate odorose di origano o lungo sentieri profumati di timo.
Frate Luciano si è sempre tenuto lontano da tridui e novene, da cori e giubilei, da genetliaci e anniversari et ha laudato Dio con il suo lavoro calloso.
Nel corso della lunga vita si è concesso solo di smorzare la sua robusta arsura alla maniera di Noè: trincando quel vino che lo rendeva nel contempo iocoso  et verecondo, ebrio et gravio, indigente et fecundo.
Come per un divino prodigio, la sua figura che in vita era celata e non appariscente, ora che è stata toccata da Sorella Morte si è sublimata ed ha  svelato  a noi pauperi mortali che è la Continua a leggere

Lettera di Frate Giovanni a padre Malachìa. Sopra una inquietante quartina di Miquél de Nostradama

Profetico Padre,
il mio indice riscopre finalmente  il modo di coniungersi al pollice et la scrittura  diviene l’unico possibile amplesso che la dignità della nostra comune vocazione mi concede.
Nel mese di dicembre la neve ha ricoperto la valle dell’ alto Esaro imbiancando alberi e tetti.
Che spettacolo vedere i fiocchi di neve  che volteggiando si posavano sulla nuda terra!
Ho seguito le volute degli aghi di ghiaccio per un intera mattinata.
La neve riportava in vita il puero che alberga in me ed anche le rustiche casupole, con i comignoli fumanti, raccolti attorno al Monastero di San Sozonte, sembravano essere blandite da una luce tenera che celava i vizi di quanti abitano in esse.
Nel contado si è sparsa la voce che a Napoli, presso la corte del vicerè don Pedro Fernandez  de Castro, alcuni dignitari vetusti et gottosi assoldano giovinette che vengono magnificamente ricompensate in cambio di oscene intraprese.
Tra i tuguri di San Sozonte, villici affamati Continua a leggere

Lettera di Frate Giovanni a Candido Cantarime*

Canuto fratello,
l’anno del Signore 1609 sta per abbandonarci proprio mentre ci giungono, travalicando i vicini poggi, gli echi armoniosi dei tuoi ispirati gorgheggi. Nei territori dirimpetto al Monastero di San Sozonte sono arrivati numerosi lavoratori stranieri: alcuni hanno un colorito giallastro e vivono di commerci; provengono dalle terre d’oriente, descritte da Marco Polo e da Rustichello da Pisa, dove visse il Gran Khan Khubilai. Altri foresti hanno invece una cera chiara e sono sopraggiunti tra noi dalle lontane regioni della Valacchia e della Moldavia; vivono promiscui in fatiscenti tuguri, prodigandosi in umili lavori, ma guardati con disprezzo dagli abitanti del luogo che attribuiscono loro la responsabilità di ogni misfatto compiuto nel Continua a leggere

Lettera di frate Giovanni alla badessa Maria Dolores del Ferraro. Sull’umorismo di Dio

Di “Frate Giovanni”

Mater Melodiosa,

ti scrivo mentre fuori dalle mura del Monastero osservo il disco solare tramontare dietro i dirupi infuocati di Montea. Una lieve brezza mitiga la caldura di agosto: come giunco assetato, in questi giorni ho tratto sollievo solo dalle arzille acque del vicino fiume Rosa.
Molte volte durante le roventi giornate mi interrogo, indossando il cilicio, sull’esistenza di Dio ed il dubbio si impossessa delle mie tremule e avvizzite carni. Continua a leggere