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Vincenzo De Luca ci “ridona” l’ascia di Kyniskos.

Fino a qualche mese fa l’ascia di Kyniskos sembrava volersi allontanare sempre più dalla sua terra d’origine. Il perchè lo spiegheremo subito. Da quando è stata scoperta nel territorio di San Sosti nel 1846 (il luogo preciso è ancora poco chiaro), si sono susseguiti una serie di avvicendamenti che da un giorno all’altro, hanno fatto si che questa fantastica scure martello, fosse trasferita nel British Museum di Londra. Per capire come si trova a Londra, bisogna andare indietro nella storia fino al 1852, data nella quale Vito Capialbi disegnò l’ascia e subito dopo venne pubblicata dal Minervini sul “Bollettino Archeologico Napoletano” – N.5 1852 pag 137. Nel 1857 la scure da San Sosti fu portata a Napoli nel Museo del regno Borbonico per la traduzione dell’epigrafe che portava incisa. Da Napoli, a seguito dell’invasione dei francesi fu trafugata per ricomparire nel 1884 a Parigi nella collezione di un tale Alessandro Castellano. Da Parigi passa a Londra nel 1886 per essere stata acquistata da Funzionari della “Real Casa” dove si trova tutt’ora, custodita nel British Museum. E’ un reperto bronzeo del VI sec. A.C. di grandissimo valore vista la dedica alla dea Hera, incisa in dialetto dorico ed alfabeto acheo. La traduzione ad opera di Margherita Guarducci è la seguente: “Sono sacro di Hera quella in pianura Kyniskos mi dedicò, l’ortamos, come decima dei suoi prodotti”. Questa frase è oggetto di studio da parte degli archeologi perchè racchiude un universo di informazioni che potrebbero svelare anche molti misteri che avvolgono la storia e le vicende dei nostri luoghi. Arriviamo al dunque: questo reperto orfano della sua terra, riposto in un luogo lontano migliaia di chilometri da San Sosti, è stato per moltissimo tempo messo in mostra nel museo con una targhetta errata. Come ogni reperto che si trova in un museo, dovrebbe avere una targhetta con spiegazioni dettagliate riguardanti presunta o precisa data di origine dell’oggetto, luogo di ritrovamento ed altri dati. Ebbene questo reperto è stato mostrato in passato ai visitatori provenienti da tutto il pianeta con una targhetta errata che riportava come luogo di rinvenimento “Casilini di S.Agata“. Negli anni 70 la Zancani-Montuoro fece correggere la targhetta con “Casilini di SanctuSosti“. Non è finita, la cosa clamorosa è che fino a qualche mese fa, un ulteriore errore accompagnava la descrizione della scure e riguardava ancora una volta la provenienza, ma riferita alla regione leggendosi sulla targhetta “Campania” piuttosto che “Calabria”. Intollerabile questa superficialità e ignoranza degli inglesi per noi sansostesi. Quest’oggetto ci appartiene, ci è caro e ne rivendichiamo l’appartenenza perchè rappresenta un prezioso reperto che ci riannoda alle nostre antichissime radici. Qualche settimana fa Vincenzo De Luca da Milano riesce nell’impresa, fa cambiare la targhetta della scura con le indicazioni corrette “Casilini di San Sosti” e finalmente anche “Regione Calabria“. Bisogna dare merito a questo nostro concittadino per essere riuscito in qualcosa che per molto tempo è risultato difficile a tutti coloro che ci hanno provato. Complimenti e grazie a nome di tutti con l’augurio che un domani questa scure possa davvero riabbracciare la sua terra da cui è stata tolta più di un secolo fa.

Raffaele Rosignuolo

Fonti: Cenobio Rupestre di Monte Mula F. Guzzolino, archeopollino.it, Mottafollone dalle origini al Medioevo F.Borrelli, Archeologia e topografia nella valle dell’Esaro e dell’Occido A.Martucci – G.Martucci

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