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Testamento biologico

Il testamento biologico, un progetto d’istituto giuridico che dovrebbe regolamentare la “materia”, ha destato attenzione ed aperto il dibattito su tutti i fronti: medico, legale ed etico. Questo consiste in una dichiarazione anticipata di volontà che permette alla persona, mentre ha piena volontà d’intendere e volere, di dare disposizioni riguardo ad eventuali trattamenti sanitari sul proprio corpo, nel caso in cui le sue facoltà mentali fossero gravemente danneggiate. Tale dichiarazione, che può sempre essere revocata, consentirebbe anche la designazione di una persona a cui delegare decisioni che il diretto interessato non sarà in grado di prendere. Le problematiche di ordine morale in merito alla sofferenza fisica, dinanzi a malattie che paiono incurabili dalla odierna scienza medica, sono tanto delicate quanto intricate. I casi di stato vegetativo che sembrano permanenti, purtroppo, sono molto più numerosi di quelli portati alla ribalta dai media e dietro ciascuno di essi vi sono volti, storie ed affetti. Ciò che ancor più rimane sottile, tanto labile da sfuggire ad ogni previsione legislativa, è la linea di confine tra il lodevole zelo per onorare la vita e forme di bieco accanimento terapeutico. Nessuna speculazione dovrebbe mai mutare il paziente in una cavia per testare i nuovi farmaci di qualsivoglia azienda. È chiaro come la questione esige il contributo della coscienziosa deontologia professionale medica, senza la quale non si può tutelare per sola via giuridica la dignità della persona. Nell’odierna società l’eutanasia è il pietoso rimedio dell’uomo senza Dio, che vuole evitare il travaglio di un dolore psico-fisico giudicato senza senso né speranza. Il testamento di vita, com’è anche definito, mira a restituire all’individuo la sovranità sul proprio corpo. Quando però si trattano la sofferenza, la vita e la morte in una prospettiva di fede cristiana occorre parlare della sovranità di Dio. Considerando l’incalcolabile ricchezza della vita umana, unica ed irripetibile, quale dono di Dio al mondo: il creatore è l’unico avente piena autorità di disporre della vita e della morte d’ogni uomo e nessun altro può, o esserne delegato. Pertanto, l’ammalato “incurabile”, o altri per lui, devono procacciare tutta l’assistenza che la medicina consente. Il cristiano ha indicazioni precise, volte sempre ad esercitare piena fiducia nell’Iddio Onnipotente ed a rimettersi alla Sua Sovrana volontà, sapendo che Dio non sarà mai soggetto alla biotecnologia, all’interruttore di un macchinario, per dare o togliere la vita. È ribadito che la vita umana è ben più del fiato corporeo; essa non si riduce ad un ammasso di organi animati da processi chimici, bensì composta di corpo, anima e spirito. Perciò si può ricordare a tutti che in un corpo “irrime- diabilmente” compromesso vi è comunque un’anima che può essere vivificata e così prosperare in salute spirituale, anche in una degenerazione fisica mortale. Il valore della vita umana non è legato esclusivamente all’utilità sociale dell’individuo in buona salute o alla prospettiva di benessere terreno. I credenti di ogni tempo, dinanzi alla morte fisica, finanche lenta, dolorosa o cruenta, hanno sempre lasciato un inestimabile testamento spirituale, il testamento della fede nella certezza della gloriosa ed eterna eredità divina! Non dimentichiamo, quindi, prima di essere solleciti perché qualcuno smetta presto di soffrire, che possiamo e dobbiamo coltivare una più profonda compassione affinché ogni persona, sia assistita fino alla fine, caritatevolmente ad affrontare in modo sereno la sua naturale dipartita nell’aldilà.

Domenico Francomano