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Lettera di Frate Giovanni a Fratre Umile da Bisignano

Umile fratello,
Dio solo sa quante volte abbia rivolto a te il pensiero nelle temperate giornate di questo fine autunno, mentre da mane a vespero raccoglievo, orando, le olive nel parvo uliveto del Monastero.
Ti immaginavo impegnato nel dissodare glebe aride per trasformarle in zolle ubertose di Paradiso.
Niuno meglio di te conosce la fatica di quanti lavorano la terra  alle pendici di monte Mula.
Gli ulivi che vegetano in questo angolo remoto di Calabria, d’inverno resistono a temperature rigide e i loro frutti, mondi da insetti, generano un prezioso unguento. Le drupe sono però piccole, quasi senza polpa e per cavarne un barile di olio, occorre raccoglierne più di cinque tomoli.
Umile amico, in questo luogo noto una miracolosa similitudine tra la natura e l’indole di chi lo abita. Le coltivazioni esistenti, che potrebbero generare ricchezza, sono trascurate, hanno i tratti irregolari e non lasciano presagire, a chi dovesse avventurarsi per queste terre, che mano d’uomo si sia mai posata su di esse.  Malgrado ciò, gli alberi continuano a dare copiosi frutti ed anche, come nel caso degli ulivi, di ottima qualità. Qualcosa di analogo è profuso nel carattere della paupera gens indigena che, pur maltrattata, continua a vivere in modo probo ed onesto.
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Lettera di Frate Giovanni al Cardinale Francesco Maria Del Monte. Intorno ad una tela raffigurante fratel Baro e frate Adiuvante

Eminenza,
l’inverno brumoso ha lasciato il posto dapprincipio ad una tiepida primavera ed ora ad una infocata estate.
Nel mese di febbraio un humile confratello di nome Luciano ha raggiunto vegliardo la Casa del Padre.
Lo ha fatto in silentio e con passo ovattato, quasi fosse intento alla sua solita occupazione:condurre gli armenti del Monastero tra vallate odorose di origano o lungo sentieri profumati di timo.
Frate Luciano si è sempre tenuto lontano da tridui e novene, da cori e giubilei, da genetliaci e anniversari et ha laudato Dio con il suo lavoro calloso.
Nel corso della lunga vita si è concesso solo di smorzare la sua robusta arsura alla maniera di Noè: trincando quel vino che lo rendeva nel contempo iocoso  et verecondo, ebrio et gravio, indigente et fecundo.
Come per un divino prodigio, la sua figura che in vita era celata e non appariscente, ora che è stata toccata da Sorella Morte si è sublimata ed ha  svelato  a noi pauperi mortali che è la Continua a leggere