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Spezzano commemora don Benedetto Gismondi

Di Cesare De Rosis

I Santi sono tanti, in ogni epoca e in ogni situazione di vita ve ne sono stati. Ma ci sono non poche figure che non risultano nella “Bibliotheca Sanctorum” o nel martirologio Romano in quanto ancora non sono saliti sugli onori degli altari. L’orionino Don Benedetto Gismondi (1901- 1972) è uno di questi. E’ stato parroco della parrocchia del Carmine dal 1962 alla morte avvenuta il 16 novembre 1972. Volle essere sepolto nel cimitero di Spezzano. La cittadina arbëreshë lo ha così ricordato con affetto nel 40esimo anniversario dal suo ritorno alla Casa del Padre. Suggestiva la celebrazione eucaristica avvenuta nella Chiesa di Costantinopoli ed officiata dal parroco don Fiorenzo De Simone. Nella memoria collettiva è rimasto celebre per la distribuzione dei “cinesini” (piccoli confetti alla cannella), che, a suo ricordo, sono stati distribuiti ai fedeli dopo la santa Messa di suffragio alla sua cara e dolce anima. A me piace dire che nelle anime ha promosso l’esperienza del Divino. Quando si dice che è stato un dono di Dio possiamo pensare che sono le misteriose attenzioni divine con le quali Dio si fa presente nella storia del mondo e dell’uomo. I fedeli pregano da tempo don Benedetto non meno che se fosse già santo. L’importante è la sostanza; se in una figura di cristiano si riconosce la santità e lo si prega la carta bollata avrà poi tutto il tempo di arrivare.

SFILATA DAL MONDO Il costume Llambador – Spezzano Albanese – Lunedì 3 Settembre 2012

Di Cesare De Rosis

L’abito tradizionale albanese è un bene culturale da valorizzare, promuovere e tutelare.
Quando si parla di vesti tradizionali si pensa subito a quelle femminili: ciò è tanto più vero per quanto riguarda la cultura arbëreshë dove l’abito maschile ha perduto ben presto le proprie specificità assimilandosi a quello dei calabresi. Nelle rappresentazioni odierne in cui sono usati gli abiti tradizionali arbëreshë gli uomini usano quelli tradizionali albanesi oppure quelli calabresi: giacca corta di velluto, pantaloni dello stesso materiale stretti dal ginocchio in giù, lunghe calze di lana e scarpe allacciate sino al ginocchio.
I costumi femminili arbëreshë sono invece molto più elaborati e ricchi, realizzati in seta e raso e con vistosi ricami in fili d’oro e d’argento: la loro sfarzosità ha fatto ipotizzare che fossero in origine delle vesti signorili indossate solo dai nobili. Un’asserzione non molto convincente. In ogni caso il vestito era la cosa più importante e preziosa per una donna italo-albanese, perché la accompagnava nei momenti più significativi della propria vita.
Il vestito della festa (o di gala) è senza dubbio il più fastoso ed elaborato nonché il più raro: oltre ad essere indossato per le nozze, per le feste religiose (come le “Vallje”, la Domenica di Pasqua o il giorno di Natale) veniva sovente anche utilizzato per dare una degna sepoltura alla donna. Si caratterizza anzitutto per una camicia bianca con merletti e caratterizzata da un’ampia scollatura che viene coperta da un panno di tulle e lino. Attorno al collo si intrecciano preziose collane. La parte superiore del costume di gala arbëreshë è completata dallo “Xhipuni”, un corpetto azzurro con lamine in oro ed ampi ricami, e dal “Pani”, uno scialle in raso ricamato anch’esso con filo d’oro. La parte inferiore era costituita anzitutto da una sottana su cui è posta la gonna vera e propria, la “Kamizolla”, di raso setato, di un colore vario colore Continua a leggere

Lineamenti storici sulla Chiesa

Di Cesare De Rosis

Alla cara, lieta e felice memoria della preside
Prof.ssa Filomena Nicoletti

Proemio

E’ noto a tutti che Spezzano Albanese (esemplare cittadina dell’Altopiano Calabro sorridente al mar Jonio che vide minacciose le galere di Ottone) coltiva con un ritmo che non conosce sosta una particolare “vocazione” mariana. Tre su quattro delle nostre chiese di culto sono dedicate alla Madre di Dio. Vi è, tuttavia, la consapevolezza che la vera devozione mariana non separa mai Maria dal mistero di Cristo e della Chiesa, tenendo conto che Lei è unita in modo ineffabile a Gesù e nella Chiesa occupa, dopo Cristo, il più alto posto e nel contempo più vicino a noi. Così, dunque, la spiritualità del Carmelo è espressione di delicata devozione verso la Vergine, ricca di copiosi frutti per il popolo cristiano, perché Maria è la migliore strada che conduce a Cristo e ogni incontro con Lei ineffabilmente si risolve in incontro con Cristo.

Gli appunti che seguono hanno uno scopo meramente divulgativo pertanto il carattere scientifico non avrebbe avuto alcun senso. Ho voluto puntare con estrema umiltà alla “brevitas et concinnitas” di ciceroniana memoria. Ma nello scrivere, come sempre, vi ho messo il cuore: un cuore che vuole essere intimamente unito a quello di Gesù; poiché il cuore di Cristo – ci ricorda papa Benedetto XVI – esprime in modo semplice e autentico la “Buona Novella” dell’amore, riassumendo in sé il mistero dell’Incarnazione e Redenzione. Ricorre quest’anno il 60° anniversario dall’elevazione della chiesa S. Maria del Carmine a  Parrocchia, ed è alla luce di ciò che nasce, con intento celebrativo, il presente breve saggio. Il primo paragrafo narra brevemente del Monte Carmelo, il secondo è quasi interamente del Continua a leggere

IL RUOLO DEI CATTOLICI DAL RISORGIMENTO AD OGGI*

Di Cesare De Rosis

Relazione letta nel Convegno di studi sul tema “Il sud e l’Unità d’Italia” tenutosi il  30/4/2011 presso la Biblioteca comunale di Spezzano Albanese.

Pio IX

Il processo dell’unificazione politica dell’Italia – iniziato nel 1859 con quella che fu chiamata la “seconda guerra d’indipendenza”, con l’annessione della Lombardia al Regno sabaudo, e concluso nel 1918 con “grande guerra” e l’annessione del Trentino e della Venezia Giulia – ha trovato nel Cattolicesimo italiano contemporaneamente un ostacolo politico (l’esistenza del millenario “Stato pontificio” a Roma e nel centro della penisola) ed un vitale apporto di principi e di valori. A cominciare dai valori fondanti del Continua a leggere

UN MONTEPULCIANO CON PIO IX

Di Cesare De Rosis

E’ in corso di stampa un volume sull’Unità d’Italia sotto la microstoria del nostro territorio e il suo hinterland dal titolo: “Spezzano Albanese per l’Unità d’Italia”.  A questo volumetto, che va a colmare – grazie al contributo di Francesco Marchianò – un vuoto della nostra storia locale, ho dato un modestissimo contributo curandone gli aspetti introduttivi a mò di prefazione senza sviluppare, per ragioni di spazio in primis, alcune note che mi stavano a cuore. Essendo, poi, un lavoro d’equipe sarebbe stato di poco gusto caratterizzare l’elaborato con idee non da tutti condivise. Ad aiutare questa mia breve riflessione viene incontro un una lettera pubblicata sul quotidiano “Avvenire” il 19 settembre 2010 a firma di Simone Baroncia.

Ricorrono i 140 anni della “presa di Roma”. E’ vero che la Continua a leggere

Ringraziamenti

Di Pasquale Ranuio

A cose fatte spero di non annoiare nessuno se mi permetto di rivolgere un ringraziamento a tutte le persone che hanno lavorato alacremente per la splendida serata dell’otto agosto. E’ stata la serata conclusiva del primo festival internazionale itinerante del folclore, dopo aver toccato i comuni di Fagnano, Saracena, Spezzano e Morano, San Sosti ha concluso i lavori. E’ stata per tutti una giornata splendida, esempio di cooperazione tra tante persone che gratuitamente si sono messi a lavoro per la buona riuscita della manifestazione. I gruppi sono giunti intorno alle ore 09;30, dopo una pausa caffe’, offerta dal gestore del bar “IL BILIARDO”, con tanto di pasticcini fatti in casa, la comitiva si e’ spostata nella piazzetta del Carmine per poi con una breve processione e’ giunta nella chiesa madre di Santa Caterina. Dopo la messa il nostro parroco ha chiesto ai gruppi di esibirsi in danze Continua a leggere

1558: i casali albanesi in fiamme!

Di Francesco Marchianò

“Abbrusciate li casali!”, sarà stato l’ordine impartito dal Marchese Pignatelli di Cerchiara agli ufficiali comandanti la soldataglia spagnola un giorno del 1558 ottemperando alle direttive di D. Parafan de Ribera, che non dormiva sonni tranquilli dal giorno del suo insediamento come nuovo viceré di Napoli: invasione di locuste, terremoti in Puglia e Basilicata, epidemie, incursioni barbaresche, imposizione di tasse e, ancora peggio, movimenti ereticali e banditismo da reprimere nella Calabria citeriore[i].
La cattolicissima Spagna, con la pace di Cateau-Cambrésis (1559), aveva ormai consolidato il proprio predominio su tutta l’Italia trovando un potente alleato nella Chiesa che, dopo il Concilio di Trento, aveva dato pieni poteri al suo braccio armato, la terribile Santa Inquisizione, di perseguitare movimenti ereticali e di ribellione antispagnola. 
In questi complessi scenari si inseriscono le vicende poco note dei piccoli casali arbëreshë di Lungro, Acquaformosa, Mongrassano[ii] e San Sosti Continua a leggere