Archivi categoria: Voce alle donne

La Consulta e il reading letterario: Ultimo Brindisi.

Di Rosamaria Bisignani

Lunedì 28 Aprile si è svolto a San Sosti, presso la scuola media “Tommaso Campanella”, il reading letterario “Ultimo Brindisi”.

Il grande maestro bengalese Rabindranath Tagore, ha scritto:
Donna, non sei soltanto l’ opera di Dio,
ma anche degli uomini, che sempre
ti fanno bella con i loro cuori.
I poeti ti tessono una rete
con fili di dorate fantasie;
i pittori danno alla tua forma
sempre nuova immortalità.
Il mare dona le sue perle,
le miniere il loro oro,
i giardini d’ estate, i loro fiori,
per adornarti, per coprirti,
per renderti sempre più preziosa.
Il desiderio del cuore degli uomini
ha steso la sua gloria
sulla tua giovinezza.
Per metà sei donna e per metà sei sogno.

La donna è sempre stata musa ispiratrice delle opere artistiche, considerata baluardo, fonte di luce e di vita, è stata, è e sarà amata, acclamata, decantata, ammirata, ma ahimè anche maltrattata, umiliata e, violata. Purtroppo, ancor oggi, è vittima di violenza e questo fenomeno tragico e inaccettabile è da tempo oggetto di analisi sociologiche e di una letteratura specializzata e, altresì, l’ identificazione e la condanna morale di questo tipo di violenza sono piuttosto recenti e si sono sviluppate parallelamente ai cosiddetti movimenti femministi.

Per violenza di genere s’ intende ogni tipo di abuso fisico, psicologico o giuridico che impedisce alle donne di godere degli stessi diritti degli uomini e si verifica frequentemente nello spazio privato piuttosto che in quello pubblico. In alcune società, le donne sono anche le principali vittime delle guerre etniche e religiose, tanto che la loro eliminazione, mediante torture, umiliazioni e stupri, non solo a livello fisico, ma anche psicologico, viene interpretata come atto volto a negare la riproduzione biologica di un popolo attraverso l’ esistenza stessa del genere femminile.

Tra le prime pensatrici sul problema in oggetto, occorre ricordare Virginia Woolf e Simone de Beauvoir, soprattutto in riferimento all’ esclusione delle donne dal sistema educativo e, pertanto, dalla costruzione di una libertà intellettuale.

Per fortuna, sembrerebbe che le autorità, le forze dell’ordine e le istituzioni sociali si stiano interessando al fenomeno dello stalking e del femminicidio che dilaga sempre più e miete molte vittime. Noi donne lottiamo per la libertà, per l’ onore, l’ amore, gli affetti e per la nostra identità, rispettando anche quella maschile. E se le donne ricorrono alla violenza, lo fanno, solitamente, per difendere la loro dignità e i loro valori.

“Ultimo Brindisi”, è un progetto di sensibilizzazione alla lotta contro la violenza sulle donne, rivolto agli studenti delle scuole della provincia di Cosenza, col patrocinio della Provincia di Cosenza Assessorato alla Cultura – Assessorato Pari Opportunità e la Compagnia la Barraca Teatro di Castrolibero. E noi giovani, membri della Consulta di San Sosti, abbiamo preso a cuore tale iniziativa ritenendo essenziale ed estremamente necessaria una campagna culturale che possa scuotere gli animi e liberare le coscienze.

Il reading letterario si basa su racconti elaborati su testimonianze vere, interpretate da tre attori, Francesco Liuzzi, Francesca Marchese e Rossana Micciulli con l’ausilio di tre leggii e pochi elementi scenici a rafforzare la lettura, con la regia di Nuccia Pugliese. L’iniziativa è essenzialmente rivolta ai giovanissimi, per una prevenzione della problematica, al fine di generare fortemente la cultura delle pari opportunità, scegliendo, come mezzo, il teatro.

L’evento ha riscosso un enorme successo, coinvolgendo emotivamente e moralmente tutti i presenti, il sindaco e l’amministrazione comunale, i rappresentanti delle diverse associazioni locali e non, e si è concluso con i saluti della dott.ssa Maria Pina Aragona, presidentessa della Consulta giovanile di San Sosti e della dott.ssa Stefania Postorivo, referente dell’ associazione “Roberta Lanzino” di Cosenza.

Il coraggio, è fondamentale, è la risorsa che permette di comunicare e di urlare al mondo che si è vittime di violenza e che l’artefice di tale violenza sia il fidanzato, il marito, il vicino di casa, il datore di lavoro. Un plauso alle donne che riescono a farlo e, soprattutto “GRAZIE” a chi sprona a chi sollecita a chi spinge a non aver paura, perché siamo donne, siamo fiere di esserlo, con tutti i nostri pregi e difetti e, RISPETTANDO, chiediamo, soltanto, RISPETTO!

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Compiuta Donzella. La divina Sibilla – la prima poetessa italiana.

La letteratura italiana nasce e si sviluppa in forte ritardo rispetto alle altre letterature straniere, poiché l’utilizzo e la conservazione del latino come lingua dotta, ostacolava in Italia l’affermarsi del volgare come lingua della cultura. Difatti, la lingua italiana, al pari delle altre lingue romanze deriva dal latino, e soltanto durante il XIII secolo si producono testi in volgare di un certo valore letterario e, pertanto, si comincia a parlare di letteratura italiana, le cui manifestazioni diventano, fin dai primi anni del secolo, numerose e diversificate. In particolare, la letteratura italiana è fortemente legata alla lirica religiosa, molto diffusa nel Medioevo, e alla scuola poetica siciliana. Con riferimento alla letteratura religiosa, essa nasce per gli ordini di preghiera sorti in Italia, tra il 1100 ed il 1200 d.C., in seguito alle difficoltà economiche e politiche derivanti dalla guerra, allorchè molte persone si allontanavano dalla società, ritirandosi in luoghi deserti, dedicandosi esclusivamente alla preghiera, lodando Dio ed elevandosi spiritualmente, trovando quell’amore, quella pace e quella tranquillità tanto attese. In Umbria sorge l’ordine francescano fondato da San Francesco D’ Assisi, nato presumibilmente nel 1181 e morto nel 1226 alla Porziuncola, presso Assisi, che è considerato il primo scrittore ed il massimo esponente della letteratura religiosa nell’Italia centrale. “Il cantico delle creature” o “Il cantico di frate Sole”, elogio di Dio e di tutte le sue creature, ricco di semplicità e candore, che il Santo compone nel 1224, s’identifica in una delle prime opere capitali della poesia italiana ed in uno dei primi documenti della letteratura italiana. E’ uno dei primi testi scritto in un volgare italiano, quello umbro, e presenta anche vocaboli in latino, in francese ed in italiano, mediante il quale inizia la storia della letteratura italiana. Relativamente alla scuola poetica siciliana, prima scuola letteraria, fiorisce in Sicilia, alla corte dell’imperatore svevo Federico II nella prima metà del XII secolo ed è costituita dal primo gruppo di poeti consapevoli di fare opera d’ arte, che abbiano modelli a cui riferirsi e principi a cui ispirarsi. Sull’esempio dei provenzali, tale scuola elabora una lirica d’ arte in volgare ispirata all’amor cortese, una vera e propria poesia intellettualistica incentrata sullo studio della natura e del modo di manifestarsi dell’amore,  reputato come dedizione assoluta dell’ innamorato alla donna amata e i suoi principali esponenti furono Jacopo da Lentini e Pier della Vigna. La lirica cortese si diffonde ben presto in Toscana, patria della prosa italiana di Giovanni Boccaccio, ovviamente pervasa da novità a livello di accenti e di ispirazione. Ed è proprio a Firenze, che più tardi sarà la culla del Rinascimento, a testimonianza dell’ apertura sempre maggiore della città toscana ad ogni esperienza civile e sociale, e del primato che stava conquistando su tutta la penisola, vive e opera la prima voce letteraria femminile in volgare italiano: Compiuta Donzella.

La storia di Compiuta Donzella, il nome, o lo pseudonimo, sotto cui si cela quest’importante rimatrice fiorentina che vive nel XIII sec., è ancor oggi avvolta dal velo del mistero. Si è discusso molto sulla sua  reale o presunta esistenza, ma oggi si crede che sia vissuta realmente nella seconda metà del duecento e  che <<Compiuta Donzella>> sia più uno pseudonimo che un nome, anche se <<Compiuta>>, cioè <<piena di ogni virtù>> era nome assai diffuso in Firenze. L’autenticità viene confermata innanzitutto dalla presenza del suo nome fra i sonetti di Mastro Torrigiano, identificabile con l’omonimo medico che studia a Bologna, che vive a Parigi e che muore intorno al 1313 in età  avanzata e anche perché Guittone d’Arezzo le indirizza un’epistola, la quinta, che suona come un panegirico delle sue virtù:
Soprapiacente donna, di tutto compiuto savere,

di pregio coronata, degna mia Donna Compiuta,

Guitton, vero devotissimo fedel vostro, de quanto

el vale e po’, umilmente se medesmo raccomanda

voi.

Poeta al femminile, che soprattutto in ambito romantico ha goduto di una grande stima, Compiuta Donzella è considerata la prima poetessa italiana, la prima donna che compone poesia d’arte in volgare italiano. Vive nell’ambiente toscano e riceve un’educazione e una cultura rare in tempi in cui l’analfabetismo era molto diffuso, specialmente tra le donne. Pertanto, se riconosciuta era la sua attività, se pubblicamente veniva esaltata la sua voce, come dimostrano le lodi e i riferimenti, in un’ epoca come quella medievale in cui molto raramente alle donne era concesso esprimersi in letteratura, Compiuta doveva allora essere dotata di indubbie qualità artistiche. Della Compiuta sono conservati  in un codice vaticano soltanto tre sonetti, ispirati alla scuola siciliana e alla poesia provenzale, nei quali esprime una certa freschezza di sentimento, adattando i caratteristici canoni della lirica cortese alla sua situazione sentimentale e che sono ammirati per una particolare spontaneità e semplicità del linguaggio. Per di più, i sonetti della Compiuta attestano la vivacità dell’ambiente sociale e culturale fiorentino, ormai aperto alle esperienze più varie e perciò anche a quelle di una donna rimatrice. Il solo fatto di aver raccolto i suoi versi in un codice, tra i più autorevoli, appunto quello vaticano, costituisce una testimonianza ulteriore dell’avanzamento della società fiorentina. Ecco allora i tre sonetti composti dalla prima voce al femminile della lirica volgare:

A la stagion che ‘l mondo foglia e flora

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tut[t]i fin’ amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’inamora,
e di servir ciascun trag[g es ‘ inanti,
ed ogni damigella in gioia dimora;
e me, n’abondan mar[r]imenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ ha messa ‘n er[r]ore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,

ed io di ciò non ho disìo né voglia,
e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.

Lasciar vorria lo mondo e Dio servire

Lasciar vor[r]ia lo mondo e Dio servire

e dipartirmi d’ogne vanitate,

però che veg[g]io crescere e salire

mat[t]ezza e villania e falsitate,

ed ancor senno e cortesia morire

e lo fin pregio e tutta la bontate:

ond’io marito non vor[r]ia né sire,

né stare al mondo, per mia volontate.

Membrandomi c’ogn’om di mal s’adorna,

di ciaschedun son forte disdegnosa,

e verso Dio la mia persona torna.

Lo padre mio mi fa stare pensosa,

ca di servire a Cristo mi distorna:

non saccio a cui mi vol dar per isposa.

Ornato di gran pregio e di valenza

Ornato di gran pregio e di valenza

e risplendente di loda adornata,

forte mi pregio più, poi v’è in plagenza

d’avermi in vostro core rimembrata

ed invitate a mia poca possenza

per acontarvi, s’eo sono insegnata,

come voi dite c’a[g]io gran sapienza;

ma certo non ne son [tanto] amantata.

Amantata non son como vor[r]ia

di gran vertute né di placimento;

ma, qual ch’i’ sia, ag[g]io buono volere

di senire con buona cortesia

a ciascun ch’ama sanza fallimento:

ché d’Amor sono e vogliolo ubidire.

Concludo sottolineando che Compiuta Donzella di Firenze, straordinaria donna medievale, riesce a conquistare nell’Ottocento gli studiosi della letteratura delle origini e, soprattutto il critico e storico della letteratura italiana Francesco de Sanctis (Morra Irpina, oggi Morra De Sanctis, 1817 – Napoli 1883) che, esaminando la poesia toscana, scrive: “Gittando uno sguardo su quelle antichissime rime, non ritrovi la vivacità e la tenerezza meridionale, ma uno stile sano e semplice, lontano da ogni gonfiezza e pretensione, e un volgare già assai più fino, per la proprietà dè vocaboli ed una grazia non scevra di eleganza… In queste rappresentazioni schiette dell’animo, …il poeta è sincero, vede con chiarezza istintiva quello s’ ha a fare e dire, come fa il popolo, e non esprime i suoi sentimenti… a lui basta dire il fatto e la sua immediata espressione, senza dimorarvi sopra, parendogli che la cosa in se stessa dica tutto: semplicità… che è qualità principale del parlare fiorentino. Uno stupendo esempio trovi in questo sonetto della COMPIUTA DONZELLA fiorentina, la divina Sibilla, come la chiama MAESTRO TORRIGIANO.[1] Inoltre, il De Sanctis, pone a confronto il sonetto A la stagion che ‘l mondo foglia e flora della Compiuta con un sonetto dello scrittore Bondie Dietaiuti, che vive nel XIII sec. e che si occupa anche di cose morali, riscontrando nei due componimenti, molto simili per concetto e condotta, grande semplicità di pensiero e di andamento e un modo di narrare, senza riflessioni ed emozioni, ma colmo di vivacità colorita che suscita le più vive impressioni. Per di più, elogia il sonetto del Dietaiuti considerandolo “cosa perfetta” per arte e perfezione di forma, ma preferisce: “…la perfetta semplicità del sonetto femminile, con movenza più vivace, più immediata e più naturale.”[2]

Rosamaria Bisignani


[1] F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, I vol. pag. 25, European Book, Milano 1984

[2] Idem, pag. 26

Fonti bibliografiche:

F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, I vol., European Book, Milano 1984;

La letteratura italiana, I vol. “Le origini e il duecento”, ed. speciale per il Corriere della sera, RCS Quotidiani S. p. A., Milano 2005;

F. Roncoroni e M. Sboarina, I modelli testuali, Arnoldo Mondadori Scuola, Milano 1992;

Sambugar / Ermini, Lineamenti di storia e di letteratura italiana ed europea, I vol. “Dalle origini al Rinascimento”, La nuova Italia, Scandicci (Firenze) 1995;

A. Gianni, Storia e Antologia della Letteratura italiana, I vol. “Dalle origini al Quattrocento”, casa editrice G. D’ Anna, Messina – Firenze 1991.

La divina Saffo – La più grande poetessa di tutti i tempi.

La cultura occidentale affonda le sue radici nella storia e nella civiltà dell’antica Grecia e dell’antica Roma, ossia nelle civiltà che vengono definite “classiche” e considerate come fondamento di ogni processo civile e spirituale dell’uomo. L’attività letteraria del mondo greco e latino ebbe come caratteristica fondamentale la ricerca di strutture generali che potessero realizzare anche nella composizione letteraria gli ideali di ordine e di equilibrio tipici della cultura classica. In particolare, in Grecia tra il VII e il VI sec. a. C. nacquero, tra gli altri, due generi letterari molto importanti: l’epica e la lirica. Nel genere epico, il cui fondatore fu Omero, mitico autore dell'”Iliade” e dell'”Odissea”, venivano cantate leggendarie imprese di uomini e di dei mentre, relativamente alla lirica, in origine tale termine indicava tutta la produzione poetica in versi destinata al canto ed accompagnata dal suono della lira. Successivamente, vennero definiti propriamente lirici tutti quei componimenti nei quali predominava la soggettività del poeta e la lirica diventava pertanto, espressione dell’interiorità del poeta. Poeti lirici greci furono Mimnerno (VII sec. a. C.), Alceo (VII sec. a. C.) e la divina Saffo (VII sec. – VI sec. a. C.), ritenuta già nell’antichità come la più grande tra i poeti lirici. Ella nacque ad Ereso nell’isola di Lesbo, da una nobile famiglia, visse quasi sempre a Mitilene e intorno al 600, in esilio, in Sicilia, per rivolgimenti politici. Sposata, ebbe una figlia di nome Cleide e si presume che morì in tarda età, poiché in un papiro si trovano allusioni ad una pelle senile e a capelli bianchi. Compose liriche d’amore, poemetti mitologici e canti per nozze che furono raccolti in nove libri di cui sono pervenute solo poche centinaia di versi, per lo più frammentari. Saffo era amante del bello, raffinata ed elegante nei modi e nell’aspetto, e fu stimata ed ammirata a Mitilene da molte sue concittadine, che si riunivano intorno a lei in un centro femminile del culto di Afrodite e delle Muse, una sorta di cenacolo intellettuale, una comunità tra il sacro e il profano definita “tiaso”, costituita di sole fanciulle, aristocratiche e nubili, giovani donne che subivano il fascino della superiorità spirituale di Saffo, che da lei apprendevano la musica e la danza. Fanciulle che l’abbandonavano solo quando si sposavano e seguivano il loro destino, lasciando nell’animo della poetessa l’amarezza del distacco, che non tardava a riversare nei suoi versi, ricchi di pathos, intrisi di rimpianto per l’amicizia perduta. In particolare, una sua celebre ode, nella quale si lasciava prendere da una furiosa gelosia che esprime con una potenza mai eguagliata da nessun altro poeta, è stata tradotta da Catullo e imitata da Foscolo, l’ode in cui descrive le sofferenze al cospetto di una coppia felice, dell’uomo beato come un dio di fronte alla fanciulla che parla e sorride con dolcezza, mentre, lei, impotente spettatrice, si tortura al loro cospetto. Ecco, allora, l’ode considerata il capolavoro della poesia erotica, che descrive proprio lo sconvolgimento dell’animo turbato dalla gelosia, esaltata già nel I secolo d. C. da un poeta anonimo sul Sublime, rielaborata nella letteratura greca da Apollonio Rodio e da Teocrito e, in quella latina, da Lucrezio, Orazio e persino da Catullo, la cui versione è famosa quasi quanto l’originale:

Mi appare simile agli Dei

quel signore che siede innanzi a te

e ti ascolta, tu parli da vicino

con dolcezza,

e ridi, col tuo fascino, e così

il cuore nel mio petto ha sussultato,

ti ho gettato uno sguardo e tutt’a un tratto

non ho più voce,

no, la mia lingua è come spezzata,

all’improvviso un fuoco lieve è corso

sotto la pelle, i miei occhi non vedono,

le orecchie mi risuonano,

scorre un sudore e un tremito mi prende

tutta , e sono più pallida dell’erba,

è come se mancasse tanto poco

ad esser morta;

pure debbo farmi molta forza.

E’ con Saffo, che per la prima volta nella storia della letteratura, si concretizza la rappresentazione dell’erotismo femminile che col tempo è stato definito, con connotazione denigratoria, “saffico”, ma che è semplicemente espressione dell’eros vissuto legittimamente e nella normalità della cultura greca. L’amore è la tematica fondamentale di tutta la sua poesia che celebra con schiettezza, senza veli e ritrosie, anche verso le fanciulle del tiaso, proprio in virtù della particolare moralità della cultura greca. Saffo amò molto e definì l’ amore come l’essenza della vita, come il più potente dei sentimenti umani e che esalta nei suoi componimenti in un modo nuovo, rompendo con i moduli tradizionali della stessa cultura greca. Per la divina, l’amore non è solo un’ineffabile sentimento dell’anima, ma una forza violenta ed ineluttabile che sconvolge l’anima e il cuore di chi si innamora e si rassegna al groviglio di gioie e di dolori che esso genera:

Amore la mia anima squassa

come vento che sul monte tra le querce si abbatte

Ecco che amore di nuovo

mi dà tormento;

Amore che scioglie le membra,

Amore dolce e amaro

fiera sottile e invincibile…

Inoltre, per Saffo, l’amore svolge un ruolo determinante nella vita e nell’educazione del tiaso, che è il centro della sua ispirazione con le relazioni di vita e di affetti, e, pertanto, lo coglie in tutte le sue sfumature, declamando sia quello travolgente della passione sia quello del turbamento adolescenziale della fanciulla che lo confida alla madre:

Mammina mia,

non posso più battere

il telaio,

stregata dall’amore

per un ragazzo

per opera della languida Afrodite.

Il suo fu un amore squisitamente femminile, che investì tutto ciò che la circondava, in delicatezza e levità, tanto che ancora oggi può essere considerata la più grande poetessa di tutti i tempi perché nessuna donna ha saputo cantare l’amore come lei, in purezza e sincerità. Famosa è la strofa saffica, formata da tre endecasillabi saffici e un adonio, portata nella poesia latina da Catullo e Orazio e che venne ripresa nelle odi barbare dal Carducci. Grazia, soavità e passione: sono queste le caratteristiche della poesia di Saffo che, essendo portata per l’introspezione, coltivò soprattutto la vena intimistica. E’ appunto con lei che nella poesia vive l’interiorità, favorita proprio dalla condizione femminile nel mondo greco, condizione che per lei non era di chiusura giacché, nata in una famiglia aristocratica, aveva rapporti di società, viaggiava, scambiava versi con Alceo, era anche moglie e madre, senza che ciò interferisse con la sua attività nel tiaso e col suo essere poetessa. In un’epoca e in un ambiente in cui la donna godeva di una certa autonomia ed indipendenza, Saffo plasmava un suo mondo poetico, in una cerchia diversa da quella dell’uomo, quasi in isolamento, cercando calore per la sua anima soprattutto nel bello della natura: i fiori, gli usignoli, i paesaggi notturni e le scene di primavera che la deliziavano con uno stupore quasi infantile, facendole apprezzare della bellezza soprattutto la leggiadria e la grazia. Ella traeva materia per il suo canto dalle scene di vita quotidiana e le trasfigurava in un mondo fantastico, in cui trionfavano, in perfetta armonia ed equilibrio di colori ed immagini, la bellezza, l’amore e la luce. Saffo, come tutti gli antichi, viveva la natura in un’aura di sacralità, sole, luna, mare, fiori, erano considerati entità sacre che le suggerivano immagini intime di raccoglimento e di contemplazione della bellezza. Anche l’idea della morte nella poesia di Saffo suggerisce armoniose immagini di serenità e di bellezza, perchè per Saffo il regno delle tenebre non può non avere giardini coperti di fiori e bagnati di rugiada. E’ essenziale sottolineare che Saffo esercitò una notevole influenza sui suoi contemporanei, soprattutto su Alceo, Teognide, Bacchilide e Teocrito, e Strabone così si espresse su di lei: Saffo, un essere meraviglioso! Chè in tutto il passato, di cui si ha memoria, non appare che sia esistita mai una donna, la quale potesse gareggiare con lei nella poesia, nemmeno da lontano; la sua fama eguagliò quella di Omero eppure, proprio quando era più ammirata, cominciò ad essere infangata. Orazio la definì: “mascula” e i commediografi attici l’accusarono di cattivi costumi, di bruttezza fisica e arrivarono persino ad attribuirle un suicidio per amore, dalla rupe di Leucade, perché invaghitasi senza speranza del bellissimo barcaiolo Faone. Tale leggenda, raccontata da Ovidio nelle “Eroidi”, ha ispirato testi teatrali come “Sapho and Phao (1854)” di John Lyly e “Saffo” di Grillparzer, ma anche il romanzo “Avventure di Saffo, poetessa di Mitilene (1780)” di A. Verri; le opere liriche “Saffo” di G. Pacini (1840) e di G. Gounod (1851) e la poesia “L’ultimo canto di Saffo (1822)” di Giacomo Leopardi. Moltissimi l’apprezzarono, come Platone che la definì bella e saggia, Teofrasto che ne rilevò la grazia, e Plutarco che ne attestò l’ardore del cuore. Saffo, pur nell’eleganza e nella musicalità di una tecnica accuratissima, è poetessa istintiva, che tutto assorbe in una sfera soggettiva, ecco perché è moderna ed è una delle autrici più lette e tradotte. Concludo con la composizione dedicata ad Afrodite, famosa fin dall’antichità:

Afrodite immortale dal trono variopinto,

figlia di Zeus, insidiosa, ti supplico,

non distruggermi il cuore di disgusti,

Signora, e d’ansie,

ma vieni qui, come venisti ancora,

udendo la mia voce da lontano,

e uscivi dalla casa tutta d’oro

del Padre tuo:

prendevi il cocchio e leggiadri uccelli veloci

ti portavano sulla terra nera

fitte agitando le ali giù dal cielo

in mezzo all’aria,

ed erano già qui: e tu, o felice,

sorridendo dal tuo volto immortale,

mi chiedevi perché soffrissi ancora,

chiamavo ancora,

che cosa più di tutto questo cuore

folle desiderava: “chi vuoi ora

che convinca ad amarti? Saffo,dimmi,

chi ti fa male?

Se ora ti sfugge, presto ti cercherà,

se non vuole i tuoi doni ne farà,

se non ti ama presto ti amerà,

anche se non vorrai”.

Vieni anche adesso, toglimi di pena.

Ciò che il cuore desidera che avvenga,

fa’ tu che avvenga. Sii proprio tu

la mia alleata.

Rosamaria Bisignani

Bibliografia:

–          I lirici greci, trad. di Manara Valgimigli, Einaudi, Torino, 1969;

–          I modella testuali, di Federico Roncoroni e Margherita Sboarina, Arnoldo Mondadori Scuola, Milano, 1992;

–          Grande enciclopedia De Agostini, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1992.

Sitografia:

–          http://www.la-poesia.it;

–          http://www.pensieriparole.it.




Eloisa e Abelardo – L’amore e la passione tra poesia e filosofia

Cos’è l’amore?!? Cos’è la passione?!? Un fuoco che brucia, la luce che irradia, una forza incontrollabile che giunge senza preavviso, l’infinito…!!!!! Quante definizioni sull’amore e la passione, quanti ritratti, quanti stereotipi… ma l’amore si può spiegare?!? Si può argomentare?!? Forse si può solo vivere….!!!!! E’ l’amore che riempie l’uomo e la donna, che completa la persona trasformandola e rendendola un tutt’uno con l’universo, permettendole di divenire infinita nell’infinito, facendole scoprire di possedere quelle grandi ali per poter spiccare il volo…!!!!! Quanti grandi amori conosciamo e quanti ne disconosciamo, da Tristano e Isotta a Paolo e Francesca, da Romeo e Giulietta a Renzo e Lucia, da Giuseppe Verdi e Giuseppina Strapponi a Gabriele D’Annunzio ed Eleonora Duse, ma la favolosa storia di Eloisa e Abelardo è l’apologia dell’ amore. Lei era la più bella e colta tra le fanciulle di Parigi del XII secolo, sicuramente la prima donna “intellettuale”, capace di tenere testa agli uomini nei ragionamenti e nella dialettica, e lui era il più illustre tra gli studiosi della sua epoca (sembra che per primo abbia usato il termine “teologia”) e tra di loro divampò l’amore e un’ardente passione, dove si intrecciarono ragione e religione tra poesia e filosofia, tra presente e passato….. Il loro amore nacque nel 1116 e si svolse lungo le rive del fiume Senna, nella bellissima Parigi, e quando Eloisa, nata nel 1100 nell’Ile de la Cité di Parigi, conobbe Abelardo, non aveva ancora compiuto diciassette anni e ne rimase innamorata fino a quando morì, quasi sessantacinquenne. Pietro Abelardo, chierico e brillante insegnante di teologia nacque a Palais nel 1079 e dal 1113 insegnò in una scuola sul colle di Sainte Geneviève e quando la conobbe aveva 37 anni. Eloisa, da adolescente, venne affidata al fratello della madre, il canonico di Notre – Dame, Fulberto, perché orfana, e studiò nel convento di Argenteuil con esiti straordinari attendendo con eccezionale impegno alle arti liberali (dalla grammatica alla retorica, fino alla geometria e all’astronomia), padroneggiò il latino, il greco e l’ebraico, tanto che Pietro il Venerabile, il celebre Abate di Cluny, la più grande e importante abbazia d’Europa, scrisse di lei che, studentessa, era “celebre per erudizione“. La sua fama di donna colta, il suo prestigio e la sua bellezza si diffusero rapidamente nel mondo della cultura, e non soltanto a Parigi, e giunsero ad Abelardo che, dotato delle stesse qualità, cultura, prestigio e bellezza fisica, infiammato di passione, proprio lui che fino a quel momento aveva vissuto in perfetta castità, volle conquistarla. Riuscì a farsi assumere come insegnante da Fulberto che, inconsapevolmente, favorì il suo ardente desiderio, affidandogli completamente, in totale fiducia, la nipote come allieva. Lo stesso Abelardo scrisse che in Eloisa si trovava tutto quello che più seduce gli uominiSe per aspetto non era tra le ultime, per la profonda conoscenza delle lettere era la prima; ella godeva di grande prestigio perché è molto raro trovare in una donna una simile conoscenza delle discipline letterarie. Per questo il suo nome veniva ripetuto in tutta la Francia (Lettera I 51). Inevitabilmente, tra i due, di pari levatura, entrambi letterati, colti e belli, scoppiò la passione:<< Cosa posso dire ancora? Prima ci ritrovammo uniti nella stessa casa, poi nell’animo. Col pretesto delle lezioni ci abbandonammo completamente all’amore…lo studio delle lettere ci offriva quegli angoli segreti che la passione predilige. Aperti i libri, le parole si affannavano di più intorno ad argomenti d’amore che di studio, erano più numerosi i baci che le frasi; la mano correva più spesso al seno che ai libri… il nostro desiderio non trascurò nessun aspetto dell’amore…»(Lettera I-52). La relazione non restò segreta a lungo, perchè entrambi incoscienti, non la nascosero, ma l’ostentarono, mostrandosi spavaldamente in pubblico e Abelardo compose per lei anche canti d’amore, ovunque intonati dai suoi allievi. …Persino la gente semplice non poteva dimenticare le tue melodie grazie alla loro dolcezza. Le donne sospiravano d’amore per la bellezza delle tue canzoni e, poiché la maggior parte di esse celebrava il nostro amore, in breve tempo io divenni famosa in molte regioni (Lettera II 108). Allora Fulberto li scoprì e li separò, ma quando Eloisa si accorse di aspettare un figlio, Abelardo, paventando la reazione dello zio, la fece travestire da monaca e la condusse da sua sorella in Bretagna, dove nacque Astrolabio (Rapitore delle stelle). Rientrati a Parigi, Abelardo chiese perdono a Fulberto e sposò Eloisa in gran segreto per non danneggiare la sua carriera, poichè egli non era solo docente, ma anche chierico. In seguito, gli incontri dei due sposi divennero furtivi e rari, finché Abelardo non ordinò ad Eloisa di prendere il velo, inviandola nell’abbazia in cui aveva studiato da bambina: Argenteuil. Fulberto, legittimamente adirato contro chi gli aveva leso l’onore, decise di punire Abelardo con estrema crudeltà, facendolo aggredire ed evirare da tre uomini. Successivamente, due di essi vennero catturati e, secondo la legge del taglione, accecati ed evirati, mentre a Fulberto, il mandante dell’aggressione, nonostante si proclamasse innocente, confiscarono i beni sospendendolo dai suoi incarichi. Da quel momento sia Abelardo che Eloisa si votarono alla religione, ritirandosi: lui nel monastero di S. Dionigi e poi nel convento di Cluny, da Pietro il Venerabile; lei in quello di Argenteuil, poi all’eremo che egli costruì con le sue mani, usando canne ed arbusti, cui donò il nome di Paràclito (Spirito Santo). I due amanti si separarono e mai più si videro, ma continuarono a scriversi, scambiandosi lettere di argomento filosofico, teologico, morale, che, colte, ricche di citazioni e stilisticamente raffinate, sono considerate compendio dell’universo culturale dell’epoca e rappresentano il simulacro di un grande amore. Scrisse Eloisa ad Abelardo:<<…ho imposto il freno del tuo ordine alle parole del mio illimitato dolore…>> (lettera VI 162), perché comprese che per continuare ad essergli vicina e ricevere i suoi preziosi consigli, doveva piacere a Dio e, nominata badessa del Paracleto nel 1136, gli chiese di sostenerla con la sua scienza, offrendo una lezione sul monachesimo femminile e chiedendo regole specifiche per lei e per le sue sorelle, considerando la diversità del sesso. Abelardo morì il 21 aprile 1142, e fu sepolto dapprima nel vicino eremo di Saint-Marcel e poi nel dicembre dello stesso anno fu traslato nel suo Paràclito, dove Eloisa ne accolse le spoglie su sua richiesta, ottenendo anche l’assoluzione da tutti i suoi peccati. Alla sua morte, il 16 maggio 1164, anche Eloisa volle essere sepolta nello stesso loculo: una romantica leggenda riferisce che, quando Eloisa raggiunse il suo Abelardo nella tomba, deposta accanto a lui, su disposizioni che lei stessa aveva dato, Abelardo aprì le braccia e le chiuse strette sul corpo della sua sposa. E un passaggio dell’epitaffio sul loro monumento funebre recita: Aveva (Abelardo) sposato Eloisa che fu la prima badessa. L’amore che aveva unito i loro spiriti e che si conservò durante la loro lontananza attraverso le lettere più teneri e più spirituali ha riunito i loro corpi in questa tomba. Leggendaria è la loro storia d’amore ed importante è la singolarità della figura di Eloisa, testimoniata dai “Problemata”, sua opera di carattere edificante e dall’autobiografia di Abelardo, “Historia calamitatum” (“La storia delle mie disgrazie” ) del 1136, documento di cultura e carteggio d’amore che dona risalto alla vicenda d’amore e ad Eloisa, amante appassionata, che si oppone al matrimonio in nome dell’amore, preferendo essere adultera o meretrice pur di non nuocere al prestigio del suo Abelardo. Eloisa, donna del Medioevo e donna di tutti i tempi, non s’assoggetta al volere del suo uomo perché è convinta della superiorità dell’uomo e dell’inferiorità della donna, ma perché riconosce la superiorità dell’amore, dinanzi al quale necessariamente è spinta ad inchinarsi, anche sacrificando se stessa. Per Eloisa fu subito amore, mentre per Abelardo fu dapprima desiderio sensuale e poi amore e dalle meravigliose lettere si evince che Abelardo, pur non rinnegando il tempo in cui il sentimento per Eloisa fu sentimento e passione carnale, esalta soprattutto l’amore fra gli esseri umani; Eloisa, che gli ha fatto dono assoluto di sé per la vita, rievoca il tempo felice dell’amore e riafferma l’indissolubilità del legame che li ha uniti, attraverso parole appassionate e ragionamenti sottili, lasciando sempre trasparire il filo doloroso che ha guidato la vita di Abelardo e la sua vita: Fu un tuo ordine, non la devozione religiosa, a vincolarmi ancora adolescente alle durezze della vita monastica (Lettera II 110) e ancora: Quei piaceri ai quali entrambi ci dedicammo totalmente quando eravamo amanti, furono tanto dolci per me che non posso dispiacermene, né essi possono svanire dalla mia memoria, nemmeno un poco (Lettera IV 130-131). La corrispondenza di Eloisa ed Abelardo ispirò numerosi poeti, da Hofmann von Hofmannswaldau (Heldenbriefe, 1673; Lettere di eroi) ad A. Pope (Eloise to Abelard, 1717) e a Rousseau, che chiamò “nuova Eloisa”, la protagonista del suo romanzo (Julie, ou la nouvelle Héloise, 1761). Dario Fo, vincitore, nel 1997 del premio Nobel per la letteratura, in Eloisa (Corti di carta, Corriere della Sera, Milano 2007) racconta questa passione totale e travolgente, dando voce alla protagonista, Eloisa, della più bella storia d’amore di tutti i tempi.

Rosamaria Bisignani

Voce alle donne!!!!!

“Grazie donne. Il mondo è nelle vostre mani. Se vi sarà dato più spazio, voi lo salverete. Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna”: poche rivoluzionarie parole che sono contenute nella famosa Enciclica del Papa Giovanni Paolo II, dedicata alle donne, mediante la quale ha voluto rivalutare il ruolo della donna rendendo omaggio, poi, a tutte quelle che si sono dedicate alla cultura e all’arte, nonostante siano state messe in condizione di svantaggio. Altresì, esprime ammirazione per chi ha lottato per difendere la dignità e i diritti della donna.
Difatti, il cammino della donna verso la propria emancipazione è stato lungo, sofferto e continua ancora oggi… tanto che la discriminazione femminile resta anche in Italia!!! Sembra strano, ma è proprio così.
Si parla tanto di uguaglianza, di libertà, di difesa della donna, di parità di diritti e di status sociale, di stampa, di parola, ma purtroppo, la diversità tra l’ uomo e la donna, permane.
Tempo fa, dovendo sostenere l’esame di Storia della critica letteraria italiana, ho letto e, quindi studiato, con grande interesse e (devo dire stupore) un sensazionale articolo firmato da Federico Sanguineti, tratto dalla rivista quadrimestrale “Allegoria”, diretta dal teorico e critico italiano Romano Luperini, risalente al periodo maggio – dicembre 2005, e fortemente attuale.
Il titolo dell’articolo è: “Didattica dei conflitti” e il sottotitolo: “Contro il paradigma di una cultura omosessuata”. Sanguineti inizia il suo articolo così: <<Il tema del mio intervento è la didattica nella scuola di oggi… >> e continua analizzando la scuola italiana, innanzitutto dal punto di vista economico, sostenendo, con dati e fonti precise che il governo italiano spende decine di miliardi di euro per le caserme e per la scuola stanzia circa e soltanto 200 milioni di euro (direi quasi inverosimile). Segue la constatazione che in Italia sono circa due milioni i bambini che soffrono la fame, secondo il quinto rapporto nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza, stilato dall’Eurispes e, raccapricciante poi è la condizione disastrosa nella quale versa la cultura italiana: nel bel paese, dice T. Mauro nel suo libro “La cultura degli italiani” (Laterza, Roma- Bari 2004, p. 23.): <<più di 2 milioni di adulti sono analfabeti completi, quasi quindici milioni sono semianalfabeti, altri quindici milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione>>. Inoltre, Sanguineti richiama la denuncia del fallimento del sistema educativo effettuata da Jéan – Claude Michéa in un libro del 1999 (tradotto in italiano da Metauro edizioni, Pesaro 2004), intitolato “L’insegnamento dell’ignoranza”, che, appunto, si configura in uno degli aspetti della crisi della civiltà europea. Lo stesso Luperini sostiene in un suo libro, “La fine del postmoderno” (Napoli 2005, p. 24) che: “… è venuta meno una società civile per la quale la letteratura sia strumento fondamentale di educazione e di identità culturale…”
Tutto questo è allarmante perché si deve largamente considerare basilare e fondamentale il contributo che la letteratura elargisce alla società e agli uomini che la compongono. Essa permette a ciascun uomo e a ciascuna donna di intraprendere un viaggio fantastico, meraviglioso e costruttivo, in grado di arricchire e migliorare le coscienze. Ogni testo, ogni poesia, ogni prosa vive e parla ogni qualvolta vengono letti, suscitando forti emozioni e riuscendo a cogliere la sensibilità presente in ciascuno di noi e che spesso celiamo in rapporto a ciò che ci circonda.
La poesia è la più alta espressione dell’io, ma anche, come dice il Foscolo, la <<più grande delle illusioni>> perché è l’unico strumento in grado di “immortalare” e, quindi di rendere eterno ciò che non c’è più. Ogni testo, descrittivo, narrativo, storico o autobiografico, può far scaturire nell’uomo ogni sorta di sentimento, dalla gioia al pianto, dall’ammirazione alla delusione, l’odio e il dolore, la passione e l’amore. Leggere un libro, un’opera o una raccolta poetica rende l’animo nobile e buono e apre la mente portandola verso nuovi orizzonti, per un bagaglio culturale che cresce e che permette di sentirsi “vivi” anche quando la tristezza sembra occupare pienamente il nostro essere.
Essenziale è lo studio della letteratura, ma è triste dover convenire con Sanguineti quando, sempre nel suo articolo, sostiene, che la cultura diffusa oggi nelle scuole, nelle università e nei centri culturali sia esclusivamente esperienza maschile, presentata come se fosse universale e, quindi, una vera e propria didattica omosessuata. Allora mi chiedo e chiedo: <<come mai nei programmi scolastici, universitari e culturali non vengono inseriti i nomi, le vite, gli scritti e soprattutto non si ode la voce delle donne???>>. Si studiano sempre e soprattutto le vite e le opere degli uomini e si ode soprattutto la loro voce, come se l’ universo fosse materia maschile e come se le donne rappresentassero una sorta di lato oscuro di questo stesso universo: presenti ed agenti, ma invisibili. Perché non deve esistere una “normale” memorabilità delle donne italiane e, pertanto, “pari” a quella degli uomini???
Nel 2004 è stato pubblicato un dizionario bibliografico in tre volumi, dal titolo “Italiane” (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per le Pari Opportunità, Italiane, dipartimento per l’informazione e l’editoria, Roma 2004, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A. – Salario), che riunisce le donne di maggior rilievo nella storia d’Italia, dall’Unità ad oggi, nato per iniziativa del Ministro Stefania Prestigiacomo, che ha promosso il progetto di Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia di raccontare la vita e le opere delle donne celebri e meno celebri, di diverso orientamento politico e culturale, che hanno contribuito in modo determinante alla storia del nostro Paese e alla sua modernizzazione. L’opera cerca di colmare una lacuna della nostra memoria storica, richiamando l’attenzione sul ruolo che, nella crescita sociale e civile e nazionale, hanno svolto le donne. E’ un lavoro interessante, un viaggio eccezionale che ripercorre la storia delle eroine, delle patriote, delle sante, delle mamme, delle mogli che hanno plasmato e illuminato di luce eterea, rosata e abbagliante la nostra bell’Italia. La stessa Prestigiacomo alla fine della presentazione dell’opera scrive: <<…A queste donne tutte noi dobbiamo dire comunque grazie. Tutta l’Italia deve un grazie. Ed ha il dovere civile di coltivarne la memoria>>.
E allora diamo voce alle donne, diamo loro le pagine che meritano nei libri di storia, di letteratura, di antropologia, di scienza, filosofia, astronomia e in tutti gli altri settori, per una cultura veramente e concretamente universale che possa rendere reale la parità tra l’uomo e la donna e possa immortalare anche le donne.
E’ possibile, è corretto che si debba parlare di una storia delle donne, diversa da quella degli uomini? Non appartengono, uomini e donne, alla stessa umanità? Non è assurdo distinguere, nella storia delle vicende umane, una storia degli appartenenti al sesso femminile da quella degli appartenenti al sesso maschile? Perché si studia poco il Femminismo?!? Fenomeno estremamente importante, poiché si identifica nella prima forma di identità pubblica che le donne, prima una agguerrita minoranza, poi in gruppi sempre più estesi, si sono date a partire dalla fine del 1600. Forse non tutti sanno che Venezia, proprio in quel periodo, fu il luogo sorgivo delle prime e radicali formulazioni dell’idea femminista. Ovviamente Venezia non era allora una sorta di “Paradiso delle donne”, però a Venezia ci fu qualcuna di loro che ebbe i mezzi culturali e morali per produrre delle idee nuove, per metterle in iscritto, per ingaggiare una battaglia intellettuale. A quell’epoca si accese un’accanita disputa in merito alle capacità e al ruolo sociale delle donne. Il problema era all’ordine del giorno: le trasformazioni economiche, sociali e politiche avevano posto le premesse di una più ampia e consapevole partecipazione delle donne alla vita politica, artistica e culturale, eppure molte di loro conducevano ancora una vita grama e mortificante, escluse dai livelli alti dell’istruzione e da ogni ruolo significativo e consegnate, vita natural durante, o al matrimonio o alla clausura. Il vero e proprio femminismo nascerà però solo nell’Ottocento. L’orizzonte etico-politico del femminismo ottocentesco è stato quello dell’egualitarismo fra i sessi e della emancipazione giuridica ed economica della donna. Nel corso dell’Ottocento le femministe si sono comunque impegnate, oltre che su obiettivi specifici, anche su tematiche riguardanti i diritti umani e civili in senso ampio: le lotte per la libertà di pensiero e di associazione, per l’abolizione della schiavitù e della prostituzione, per la pace.
Ma soprattutto perché si studia poca letteratura femminile?!?
Perché, ribadisco, persiste una didattica asessuata (usando proprio l’espressione di Federico Sanguineti)?!? Eppure le donne hanno donato, donano e continueranno a donare un enorme e meraviglioso contribuito alla gloria della letteratura, della storia, della scienza e, in genere, di tutta la cultura italiana, europea e mondiale.

Rosamaria Bisignani