LA MADONNA DEL PETTORUTO IN SAN SOSTI: Analisi storica e lettura iconografica di Cesare De Rosis.

Di Giulio Cesare De Rosis

Sono da ricordare in Calabria alcune iconografie particolari legate a culti locali, che si affermano in epoca piuttosto tarda (1). La studiosa Maria Pia Di Dario Guida, esprimendo tale asserzione, si riferiva agli esempi dell’iconografia mariana soprattutto per ciò che concerne la pittura, per es. la Madonna di Capocolonna a Crotone, la Madonna dell’Itria a Polistena, la Madonna del Castello a Castrovillari e così via (2). Anche in campo scultoreo questa considerazione trova un notevole riscontro come dimostrano gli esempi della Madonna di Mercuri a Orsomarso (XIII sec.), la Madonna delle Grazie di Spezzano Albanese (XIV sec.) e la Madonna del Pettoruto in S. Sosti (XV sec.) (3). Recentemente lo studioso Francesco Marchianò pubblicava un interessante saggio sulle presenze albanesi in S. Sosti  e così concludeva: una delle mete di pellegrinaggio degli Spezzanesi è da secoli la Madonna del Pettoruto (Shën Mëria e Petrutit) che essi venerano nel bellissimo santuario rinnovando gli antichi legami con la gente del luogo (4).
Un volumetto pubblicato recentemente da chi scrive ha preso in considerazione le prime due statue precedentemente citate lasciando volutamente fuori la Madonna del Pettoruto di S. Sosti, poiché non è una delle Madonne sedute e quindi scolpite nella loro interezza, né rientra nella tipologia della Madonna Regina come  le altre di cui si è argomentato. Nella ricerca della tesi di laurea, lo scrivente tuttavia,  l’aveva citata a latere essendo stata menzionata da Gianluigi Trombetti in calce ad uno studio analogo (5).
Nel volume “ Memorie riscoperte ” del 1999, sono ricordate da Trombetti alcune Madonne in “pietra” o meglio di malta, tra queste, è brevemente citata la Madonna delle Grazie del Santuario di Spezzano Albanese, ma non vi sono prese di posizioni significative sulla datazione di questo manufatto. Altre Madonne, custodite in diversi posti, come S. Sosti, Nocara, Mormanno e Morano Calabro, Trombetti le definisce cinquecentesche, o della fine del Quattrocento. Questa datazione è oculata e rispecchia la realtà. Solo la Madonna di Spezzano e una negletta ma rara e preziosa immagine della Madonna col Bambino posta in una nicchia della Cattedrale di Cassano, vanno assegnate al Trecento.  Quest’ultima  fu scoperta dal Cappelli nel 1940, il quale la riferiva, appunto, alla cultura napoletana della metà del XIV secolo, influenzata da “forme e sensazioni francesi”  (6).
La scultura custodita a S. Sosti è una immagine miracolosa e pensiamo vada ritenuta un esempio di arte popolare (7) della metà del XV secolo. Per arte popolare si intende espressione artisticamente modesta in quanto realizzata, talvolta, da artisti improvvisati che andrebbero considerati più artigiani che scultori.  A differenza delle altre statue citate, essa non è in malta ma in pietra. Esempi di sculture della Vergine scolpiti nella pietra sono rintracciabili anche altrove come ad esempio la Madonna dell’Orto di Estuario (XIV secolo) (8) o come la Madonna del S. Calice di Follina ( una rara e preziosa statua del VI secolo circa) (9).
Il Santuario dove è custodita la Madonna del Pettoruto è ubicato nella valle dell’Esaro, nella gola del Rosa, ai piedi del monte Mula e della Montea, ultime propaggini del Parco Nazionale del Pollino. Il documento più antico relativo a questo Santuario risale al XII secolo. Il nome Pettoruto deriva da “pietroso”, “petruto”, corrotto nel corso degli anni. Viene fondato nel 1274 (o 1243 secondo Barillaro) dai monaci Basiliani dell’abbazia di Acquaformosa che lo mantengono alle loro dipendenze in qualità di grangia.  La statua della Madonna col Bambino è scolpita in pietra e rivestita di oro e argento. Il divin Bambino, con la mano sinistra regge il globo essendo Redentore del Mondo e Re dell’Universo. Secondo la tradizione, ci racconta Carmelo Perrone, fu scolpita nel 1449 da Nicola Mairo di Altomonte, imputato a torto di omicidio. Egli cercò scampo alla condanna rifugiandosi nella montagna del “Pettoruto”, dove, appunto realizzò la statua a mezzobusto, che restò nascosta tra i rovi per lungo tempo (10). Questa venne poi ritrovata nei primi anni del 1600 da Giuseppe Labbazia (sordomuto) di Scalea, che ne diede notizia a San Sosti, e subito venne costruita una cappella. Non si sa se la statua sia una roccia o collocata su di essa. Una cicatrice sotto l’occhio destro deturpa il viso della Madonna: la tradizione vuole che alcuni briganti nascosti nel vicino Castello della Rocca, per dimostrare che la Madonna era di carne vera, con un pugnale incisero la parte del viso dal quale sgorgò rosso sangue. Queste note che, ovviamente, si confondono tra storia e leggenda sono molto analoghe alla nota storia inerente all’apparizione della Vergine in Spezzano Albanese. A questo proposito Ferdinando Guaglianone scrive:“ Or due fanciulli non sapendo donde provenisse una gran luce e spinti dalla più viva  curiosità di veder che fosse, rimessi dal primo sbalordimento eccoli internarsi tra quel denso viluppo di rami, e di sterpi e di frasche. E chi potria immaginare la dolcissima sorpresa che ebbero quando pervenuti faticosamente presso a quel centro luminoso videro sotto un foltissimo ingraticolato di giganteschi roveti che facea verde padiglione la statua di un’Augusta Matrona che era il Sole appunto donde partia quel torrente di luce?” (11). Uno dei bambini, non comprendendo se la Madonna  fosse vera o meno, la punse con un ramo di rovo provocando l’ effusione  del sangue che colpì il viso del bambino accecandolo. La paura, lo sgomento e la disperazione indussero i bambini a recitare una calorosa e sentita supplica alla Vergine che ridiede “luce” agli occhi dell’incredulo fanciullo … Del  Santuario del Pettoruto si hanno notizie più antiche rispetto a quello di Spezzano, contrariamente la statua della Vergine del Pettoruto è di almeno un secolo più tarda rispetto a quella della già citata cittadina arbëreshe. Se può apparire utile un riferimento di natura antropologica dobbiamo evidenziare che la Madonna del Pettoruto è particolarmente venerata dalle donne sterili, le quali perché diventino feconde, passano un’intera nottata in chiesa coricate l’una sull’altra. A lasciar credere simili cose influisce sicuramente il ramo di melograno, che la Vergine (come pure il Bambino) regge con la mano destra, da sempre ritenuto elemento propiziatore di fertilità. Anche in questo caso il riferimento al mondo pagano è evidente e si ricorda che Era, dea della fecondità, nel santuario di Sele, era modellata con un frutto di melograno in una mano e con un bambino in braccio. La stessa denominazione “del Pettoruto” richiama l’iconografia della dea a volte raffigurata con tre seni e che probabilmente era venerata in una vicina colonia magno-greca. A suffragare tale ipotesi concorre il fatto che, nei pressi del monastero, in località Casalini ad una altitudine di 893 metri, sono emersi resti archeologici appartenenti probabilmente all’antica Artemisia, con ruderi e resti di fortificazioni di età tardo-romana. Ricondurre la Vergine Santa alla sostituzione di divinità greche, anche nel caso della Madonna del Pettoruto non è cosa inedita. La già citata Madonna di Capocolonna riprende il culto della dea Hera Lacinia e la Madonna delle Grazie di Spezzano richiamerebbe, con le sue sublimi sembianze, secondo Cassiani e Barbati,  la classica bellezza femminile della Grecia antica. Il ramoscello fiorito nella mano della Madonna del Pettoruto racchiude anche un significato biblico e richiama il germoglio del Tronco di Iesse. Nelle immagini di matrice orientale, la Madonna con i fiori  in mano prende il nome di “Fiore immarcescibile”. La Madonna fu incoronata dal Capitolo Vaticano il 6 Settembre 1903 all’inizio del pontificato di papa Pio X.

 

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Note

  1. M. P. Di Dario, Icone di Calabria e altre icone meridionali, Soveria Mannelli 1992, p. 201.
  2. M. P. Di Dario, Icone… op. cit. p. 201; cfr. G. C. De Rosis, La Madonna di Costantinopoli di Spezzano Albanese attraverso le vicende storico-artistiche dell’hinterland arbëresh, Spezzano Albanese in corso di stampa. Di questi culti e iconografie la vicenda più suggestiva è quella inerente alla Madonna della Lettera venerata a Palmi.
  3. G. C. De Rosis, La prima ricostruzione storica sulla statua della Madonna di Spezzano Albanese: La Madonna delle Grazie nella scultura trecentesca meridionale inKatundi Ynë”, Anno XXXV – N.117 – 2004 /4; pp. 25-26; G. C. De Rosis, Il simulacro medievale della Madonna di Spezzano Albanese nella tipologia della “Madonna Regina”, in “Apollinea” Anno IX – n.1 Gen.-Feb.2005; pp. 28-29;  G. C. De Rosis, Documenti di scultura dell’età angioina in Calabria- La Madonna col Bambino del Santuario di Spezzano Albanese, Tesi di Laurea I livello, Università della Calabria, Anno Acc. 2004-2005; G. C. De Rosis, La Madonna delle Grazie di Spezzano Albanese e altre sculture nella storia e nell’arte, Spezzano Albanese, 2009.
  4. F. Marchianò, Presenze Albanesi a S. Sosti in Katundi Ynë”, Anno XL n. 136 – 2009, pp. 26 – 27.
  5. G. Trombetti, Madonna delle Grazie in “ Memorie riscoperte, La collegiata di S. Nicola”, a cura di R. Filice, Morano 1999; cfr. M. P. Di Dario Guida, Prefazione, in  “Memorie riscoperte…” op. cit. 1999.
  6. G. C. De Rosis, La Madonna delle Grazie di Spezzano  Albanese … op. cit., p. 17.
  7. L’arte popolare è testimonianza di un tipo di arte particolare, ed è anche un sinonimo di fede, di fiducia cieca in tutto ciò che la sacralità esprime. La quasi totalità delle opere  rappresenta la figura della Beata Vergine nelle iconografie classiche. Meno rappresentato è il tema cristologico; Cristo infatti rimane l’“Assoluto”, forse l’inavvicinabile; comunque le poche immagini che lo raffigurano diventano l’espressione della sofferenza della Croce.
  8. Giovanni de Santi, uno scultore della parrocchia di Santa Margherita, realizzò questa Madonna col Bambino nel 1377 per conto del parroco di Santa Maria Formosa, che però non la trovò di suo gradimento. Rimase così in un giardino, dove la moglie dell’autore vide risplendere una gran luce su di essa. Sparsasi la voce che la statua fosse miracolosa, il luogo cominciò ad essere meta di processioni ad ogni ora del giorno e della notte. Su ordine del vescovo, lo scultore offrì allora la statua ai frati di San Cristoforo, che la acquistarono per centocinquanta ducati d’oro offerti dai confratelli della Scuola. Nel 1414 il Consiglio dei Dieci concesse alla chiesa di S. Cristoforo l’uso, peraltro già invalso a livello popolare, del nome della “Madonna dell’Orto”. La statua, in pietra tenera e in non buone condizioni di conservazione, fu restaurata nel 1883.
  9. Circa la datazione della Madonna di Follina le opinioni sono abbastanza discordanti. Alcuni parlano del XIII – XIV sec., altri addirittura anticiperebbero la datazione al VI sec. Lo studioso Luca Tomio la ritiene un esempio di arte nubiana del VI secolo e ben argomenta le sue asserzioni. Chi scrive non ha studiato da vicino questa scultura ma ebbe modo soltanto di citarla in merito all’iconografia della Madonna Regina come esempio di scultura e postulò il VI secolo circa.  Le note di G. Moretti vanno, quindi, considerate oculate soltanto parzialmente. Per tutte le notizie si faccia riferimento a: L. Tomio, La Madonna del S. Calice dell’ Abbazia di Follina: Il mistero di una scultura nubiana del VI secolo d. C. in “ Il Flaminio” n. 12 – 1999.
  10. C. Perrone, Il Santuario Basilica Maria Ss. Del Pettoruto in “Il Bel Paese”,1994, 7 – 8, pp. 18-29; S. Valtieri ( a cura di ), Il bene culturale come strategia didattica, Reggio Cal. 2002, p. 249, si legga: D. M. Cerbelli, Storia della Immagine della Santa Vergine del Pettoruto, Napoli 1847; cfr. E. Barillaro, Calabria. Guida artistica e archeologica, Cosenza 1972.
  11. F. Guaglianone, Il mese di Maria, secondo il metodo del padre Muzzarelli, 32 discorsi. Roma, 1885; A. Barbati, Il romanzo della Madonna di Spezzano (Vagando tra storia e leggenda) – Spezzano Albanese 1986; F. Cassiani, Spezzano Albanese nella tradizione e nella storia,  Roma 1929; per le notizie di natura storica legati alla statua di Spezzano, oltre i saggi dello scrivente pubblicati tra il 2004 e il 2009, si leggano : V. Longo, Spixana nei secoli 1470-1815 (Appunti per la storia della cittadina arbëreshe), Spezzano Albanese 1985; F. Marchianò, Storia del Santuario in Santuario S. Maria delle Grazie di Spezzano Albanese a cura di L. Bergamin – 2001.

                                                                       

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8 risposte a “LA MADONNA DEL PETTORUTO IN SAN SOSTI: Analisi storica e lettura iconografica di Cesare De Rosis.

  1. Trovo molto interessante questo saggio di carattere storico, contiene notizie che prima non conoscevo.
    E’ senz’altro un contributo nuovo a cui spero ne seguano altri.
    Luigi Patitucci

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  2. vincenzo de luca

    L’origine dei culti è infatti abitualmente collegata ad una leggenda , che parla di ritrovamenti casuali di statue o quadri fatti da persone appartenenti ai ceti subalterni ; mentre in questo caso ( Madonna del Pettoruto) non di ritrovamento si tratta , ma di produzione autonoma di un soggetto (Nicola Mairo).. Ottavio Cavalcanti pagina 45 “ La Madonna del Pettoruto”.Pensare ad una scultura preesistente ? …. nella zona di un santuario greco .. la statua del culto … spesso era simboleggiata da una semplice pietra, prodotta dallo scalpello di un’ artista ( G.M. F Rachet ,dizionario della civiltà greca, Gremese) . In Mottafollone e a San Sosti vi è la devozione della Sacra Cinta. E’ un laccio vestito di cera vergine, onde si cinge il paese e poi s’offre alla vergine. Francesco Guzzolino, associa non infondatamente al culto di Hera, la tradizione della Cinta. Una cintura verginale di lana bianca , portavano le fanciulle greco-romane ,che veniva sciolta la notte delle nozze. In una nota sempre il Guzzolino afferma a proposito del culto di Hera.. “si fece prestare la cinta per farsi amare da Giove”. F. Guzzolino, fa riferimento all’ascia di Kyniskos ( attribuita ,solo di recente ,dal Museo di Londra a San Sosti, vedesi il sito, ma già famosi archeologi né stabilivano il ritrovamento in località Casalini di S. Sosti) sulla quale in epigrafe , il riferimento del santuario di Hera nella” pianura”, dell’attuale Santuario della Madonna del Pettoruto. Vedesi anche Pierino Calonico- Mario Sirimarco “ La misteriosa città di Kyniskos” pagina 95 e seguenti. Sempre il Guzzolino, “ pure nelle tradizioni del Santuario del Pettoruto sembrano riconoscibili echi e riflessi dell’antico culto di Hera, del quale abbiamo una prova diretta nell’ascia votiva proveniente dalla stessa zona. O. Cavalcanti , pagina 51, “La Madonna del Pettoruto”. Aggiungerei, senza nessuna commistione tra Paganesimo e Cristianesimo.

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  3. Steve Franks

    Excellent story. My mother’s family is from San Marco Argentano, and the Madonna del Pettoruto is important in my family. Does anyone have any sources that hypothysize that “Hera in the plain” is the same site as the Shrine of our Lady of Pettoruto? I am curious about which pagan goddess was venerated in the area before Our Lady of Pettoruto?
    Grazie.

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  4. vincenzo de luca

    For Steve Franks, what was the pagan goddess worshiped in the area tells us the epigraph of sull’ascia Kyniskos now exposed to the Britsh Museum, London, Room 78-73, Hera. The connection with ‘the mouth of Heraion selection, an ancient shrine of Magna Graecia founded in the sixth century. BC by the Greeks of Sybaris, dedicated to the goddess Hera of Argos, discovered in 1940, by PZ Montuoro and Z. White, near Paestum. Argos was considered the goddess protector of fertility, its sign was the pomegranate. To commemorate the marriage of Zeus and Hera, is adorned the statue of the goddess necklace with a young girlfriend, it was carried in procession through the sanctuary where he had prepared a cittfino . These rites survived in Christian forms, as the “Madonna of the Pomegranate”, as the “Madonna of Pettoruto. The access road that had the Sybarites towards the Tyrrhenian Sea just passed the isthmus of the throat of pink (and pifacile pibreve to reach the Tyrrhenian Sea). That the plateau of the Shrine of Pettoruto had a place of worship dedicated to the goddess Hera, as well as written on the “dark votive.

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  5. Fabio Novello

    Ecco, leggendo tutto ciò, mi rendo conto di quanto è grande il bagaglio culturale di alcuni nostri compaesani, di come sia bello leggere quanto scrive l’amico Francesco e di quanto commenta, anche da lontano, l’amico Vincenzo. Poi addirituura commenti internazionali, insomma il top. Saluto il sig. Franks, anche se non lo conosco … Questo può essere San Sosti, anche questo è il nostro paese, e certamente considero tutto ciò un segnale importante per il futuro della nostra comunità. Le risorse ci sono, sfruttiamole, inseme per il bene di tutti. Che la cultura sia propedeutica a tante cose, come ad esempio il turismo, da sfruttare; perchè è illogico che in un paese, dove insiste un Santuario come il nostro, solo la Chiesa ne abbia benefici, mentre il Comune ci rimette soltanto… proprio illogico. Complimenti agli amici Capalbo e De Luca, anzi Antonio e Vincenzo giusto? Ciao ed a presto

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  6. Steve Franks

    @ Vincenzo de Luca: Le vostre informazioni sono molto utili! Grazie!

    @ Fabio Novello: Ciao!

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  7. Mi reco spesso al Santuario della Madonna del Pettoruto,in chiesa vivo un’atmosfera di assoluta serenità,per ammirare la bellezza del luogo e la festosa partecipazione di tanti devoti alla madonna. Credenti,curiosi e turisti diventano una sola famiglia, tutti respirano pensando che sono arrivati fin qua spinti da un denominatore comune cercarsi.

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  8. luigi bilotto

    Mi può dire la fonte del paragrafo che comincia così: la Madonna del Pettoruto è particolarmente venerata dalle donne sterili, le quali perché diventino feconde, passano un’intera nottata in chiesa coricate l’una sull’altra. A lasciar credere simili cose influisce sicuramente il ramo di melograno, che la Vergine (come pure il Bambino) regge con la mano destra, da sempre ritenuto elemento propiziatore di fertilità. Anche in questo caso il riferimento al mondo pagano è evidente e si ricorda che Era, dea della fecondità, nel santuario di Sele, era modellata con un frutto di melograno in una mano e con un bambino in braccio. La stessa denominazione “del Pettoruto” richiama l’iconografia della dea a volte raffigurata con tre seni e che probabilmente era venerata in una vicina colonia magno-greca
    saluti Luigi Bilotto

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